di Raffaele d’Argenzio
Sì, ogni viaggio, ma anche un semplice weekend, o addirittura una passeggiata nella propria città può diventare poesia. Mi è capitato di dover andare per un controllo dal mio medico neurologo che ha lo studio nel centro di Milano, in una traversa di corso Magenta. Il mio medico mi ha consigliato in precedenza di camminare molto. Così, per raggiungere il suo studio, primo ho preso il tram, poi ho deciso di proseguire a piedi. E mi sono subito reso conto che non camminavo in queste strade strette della vecchia Milano da tanto, troppo tempo.

Qui si affacciano alcuni bei palazzi dai nomi importanti, che sanno di storia, come lo splendido Palazzo Belgioioso. Sono stato alle Seychelles, alle Maldive, perfino a New York, ma non so dire da quanto tempo non passavo da via Brisa. Oggi è stato uno di quei giorni in cui mi sono sentito leggero: non faceva caldo, ma non ancora freddo e ho sentito il passo, prima veloce, allentare da solo, senza che io lo volessi.

Palazzo Belgioioso
Ho rallentato all’improvviso e ho visto una torre, di quelle che fai centinaia di chilometri per trovarla in un borgo e la ammiri con un “OOOOH!” di meraviglia. E, poi, ci sono queste antiche mura, qui, nel centro convulso della Milano che produce, frenetica, sempre di corsa e mi sono sentito catapultato in un mondo diverso. Così, ho dovuto fermarmi, guardare queste mura, questo spazio che è come una finestra che si apre all’improvviso su in tempo diverso.

Mi sono fermato e, all’improvviso, non avevo più fretta, non avevo più caldo né freddo. Ho respirato un’aria piena di un qualcosa che non conoscevo, ma che mi faceva stare bene, perché ero parte del tempo, della storia, della gente, mi sono sentito qualcuno! Quelle pietre sono del palazzo dell’imperatore Massimiano, quando Milano era la capitale dell’impero Romano e vi restò per ben 116 anni, dal 286 al 402 d.C. Ricordo che ci scrissi anche un pezzo almeno venti anni fa. Accanto, poco più in là, su una panchina, sotto un albero che resiste all’autunno, scorgo un uomo solo che dà un senso alla sua solitudine, all’ombra della torre che gli fa compagnia. Sì, fra queste antiche pietre al centro di Milano ho respirato il tempo e, per un attimo, ho sentito la poesia.

Il medico neurologo mi sta aspettando, mi scuserò per il ritardo, ma oggi non avevo voglia di correre. Sono tornato verso corso Magenta e non ho resistito: sono entrato nella chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore, ma questa è un’altra storia, forse un’altra poesia.







