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I 10 borghi italiani dai nomi più curiosi

L’Italia è un atlante di sorprese, e non solo per i suoi paesaggi: basta sfogliare le carte topografiche per imbattersi in nomi di paesi che strappano un sorriso, sollevano un sopracciglio o restano scolpiti in memoria per la loro stranezza. Dietro ogni toponimo bizzarro, quasi sempre, si nasconde una storia antica fatta di dominazioni, dialetti stratificati, leggende popolari e vicende di cronaca che meritano di essere raccontate. In questo viaggio lungo lo Stivale abbiamo selezionato dieci borghi dal nome curioso, buffo o insolito, scegliendoli non per la sola bizzarria del suono ma per la ricchezza di storia, arte e sapori che custodiscono. Si va dalle grotte scavate nella roccia siciliana ai giardini di mostri rinascimentali della Tuscia, dalle processioni con i serpenti vivi d’Abruzzo alle “repubbliche” indipendenti dei monti laziali, fino alle colline vitate della Franciacorta e ai vicoli di pietra del Salento. Ogni tappa è un’occasione per scoprire l’Italia minore, quella dei borghi che vivono di orgoglio locale, sagre, prodotti tipici e monumenti spesso sconosciuti ai grandi flussi turistici. Preparate una valigia leggera e un pizzico di ironia: si parte.

1. Sperlinga (Enna – Sicilia)

Sperlinga apre la nostra classifica con un nome che profuma già di mistero: deriva dal greco “spelaion”, poi latinizzato in “spelunca“, che significa semplicemente grotta. Non è un caso: l’intero borgo si sviluppa attorno e sotto un imponente sperone di arenaria scavato fin dall’antichità, quando le popolazioni sicule vi ricavarono sepolture circa quattromila anni fa. Il castello, che si erge sulla rupe, è documentato già nel 1080 e fu ampliato in epoca normanna. La sua pagina più celebre risale alla Guerra del Vespro: nel 1282-83, mentre la Sicilia insorgeva contro gli Angioini, la guarnigione francese asserragliata nel castello di Sperlinga resistette per quasi un anno, unico luogo dell’isola a non arrendersi ai rivoltosi. Da qui il motto latino ancora oggi scolpito sul portale: “Quod Siculis placuit sola Sperlinga negavit”, ciò che piacque ai Siciliani solo Sperlinga lo negò. Nei secoli successivi il feudo passò ai Ventimiglia, ai Natoli e infine agli Oneto, duchi di Sperlinga, finché nel 1973 il castello fu acquisito dal Comune.

Tra le curiosità, nel 1932 l’artista M.C. Escher visitò il borgo e ne fece un celebre disegno, mentre gli abitanti conservano ancora tracce del gallo-italico, dialetto d’origine lombarda portato dai coloni normanni. Da vedere, oltre al castello con il suo antico “orologio solare” a dodici nicchie orientato sui solstizi, le case-grotta scavate nella roccia, abitate fino al secondo dopoguerra, e la Chiesa Madre nel piccolo centro storico. Un’esperienza da non perdere è assaggiare i maccheroni al ferretto fatti a mano, conditi con ragù di suino nero dei Nebrodi e pecorino siciliano, magari accompagnati da un buon vino dell’Etna, non lontano.

INFO: Comune di Sperlinga — sito: comune.sperlinga.en.it — tel. 0935 643025 — Via Salita Municipio 2, 94010 Sperlinga (EN)

2. Bomarzo (Viterbo, Lazio)

Nel cuore della Tuscia viterbese, Bomarzo è sinonimo di uno dei luoghi più stranianti d’Italia: il Sacro Bosco, universalmente noto come Parco dei Mostri. Fu realizzato a metà del Cinquecento per volontà del principe Pier Francesco “Vicino” Orsini, condottiero e uomo di lettere, che volle un giardino fuori da ogni canone rinascimentale per, come recita un’iscrizione del parco, “sfogare il core”: secondo la tradizione, un modo per elaborare il lutto per la moglie amata, Giulia Farnese. Il risultato è un bosco disseminato di enormi sculture scavate nella pietra locale, il peperino: draghi, sirene, tartarughe giganti che reggono obelischi, un elefante da guerra che stritola un legionario romano, e soprattutto la scultura simbolo del parco, l’Orco, un volto mostruoso con la bocca spalancata che introduce a una piccola camera interna, un tempo forse luogo di banchetti o di meditazione.

Dopo la morte del principe il giardino fu abbandonato per secoli, inghiottito dalla vegetazione, finché nel Novecento venne riscoperto, restaurato e aperto al pubblico, ispirando artisti come Salvador Dalí e Jean Cocteau. Oltre al Sacro Bosco, che richiede circa due ore di visita tra vialetti e scalinate, vale una tappa il centro storico di Bomarzo con il castello Orsini che domina il paese. Il territorio della Tuscia regala anche ottime soste enogastronomiche: l’acquacotta viterbese, zuppa contadina di verdure e pane raffermo, l’olio extravergine Tuscia DOP e vini come l’Aleatico di Gradoli o l’Est! Est!! Est!!! di Montefiascone, prodotto nei dintorni del vicino lago di Bolsena.

INFO  Sacro Bosco – Parco dei Mostri — sito: sacrobosco.eu — tel. 0761 924029 — email: info@parcodeimostri.com — Comune di Bomarzo: comune.bomarzo.vt.it

3. Cocullo (L’Aquila, Abruzzo)

Piccolo borgo della Valle Peligna incastonato tra i monti abruzzesi, Cocullo ha un nome breve e curioso che è già di per sé un piccolo enigma linguistico, ma è soprattutto famoso in tutto il mondo per un rito unico: la Festa dei Serpari, che si tiene ogni 1° maggio. Le sue radici affondano nei culti degli antichi Marsi, popolazione italica che venerava la dea Angizia, protettrice dai morsi velenosi. Con la cristianizzazione, la devozione si è trasferita su San Domenico Abate, monaco benedettino dell’XI secolo che secondo la tradizione soggiornò a lungo a Cocullo proteggendo gli abitanti dai serpenti che infestavano la valle: da allora è venerato come protettore dai morsi di rettili, dal mal di denti e dalla rabbia. Il rituale è impressionante: da fine marzo i “serpari” locali catturano a mani nude quattro specie di serpenti non velenosi (cervone, saettone, biscia dal collare, biacco); il giorno della festa i fedeli mordono la campanella della cappella per proteggere i propri denti, poi la statua del santo, letteralmente ricoperta di serpenti vivi, viene portata in processione per le vie del paese tra tamburi e giovani in costume tradizionale che reggono i “ciambellani”, pani votivi a forma di ciambella.

La festa, candidata a Patrimonio Immateriale dell’Unesco, è un concentrato di antropologia religiosa più unico che raro in Europa. Cocullo merita comunque una visita anche fuori dai giorni della festa, per il piccolo centro storico in pietra, la chiesa dedicata al santo e i panorami sulla Valle Peligna e sul massiccio del Sirente-Velino. Da assaggiare i ciambellani stessi, oltre ai classici arrosticini abruzzesi, il pecorino di montagna e un bicchierino di centerbe, il liquore alle erbe tipico della regione.

INFO  Comune di Cocullo — sito: comune.cocullo.aq.it — tel. 0864 49117 — Piazza Madonna delle Grazie, Cocullo (AQ)

4. Filettino (Frosinone, Lazio)

Filettino conquista il podio dei nomi curiosi non solo per il suono un po’ buffo, ma soprattutto per una vicenda di cronaca che nel 2011 lo ha reso celebre su tutti i media internazionali, dal New York Times in giù. Per protestare contro una norma che imponeva l’accorpamento dei piccoli comuni sotto i mille abitanti, l’allora sindaco Luca Sellari proclamò la nascita del “Principato di Filettino“, dotandolo di una propria bandiera e persino di una moneta locale, “il Fiorito“, e nominando l’avvocato penalista Carlo Taormina “principe reggente”. Una trovata mediatica e insieme una battaglia identitaria, che raccontava bene l’orgoglio dei piccoli centri di montagna contro le logiche dei tagli e degli accorpamenti.

Al netto della curiosa autoproclamazione, Filettino è un borgo autentico che si contende con la vicina Cervara di Roma il titolo di comune più alto del Lazio, oltre i mille metri di quota, immerso nel Parco dei Monti Simbruini. Le prime fonti scritte risalgono all’XI secolo. Passeggiando tra i vicoli si incontrano la Chiesa di Santa Maria Assunta e diversi palazzi nobiliari, come Palazzo Parboni-Arquati, Palazzo Pesci, Palazzo Giovannoni e Palazzo Ottaviani, oltre alla suggestiva Fontana delle Tre Cannelle e ai resti delle antiche mura difensive. Il territorio, dominato dal Monte Viglio (2156 metri) e dalle sorgenti del fiume Aniene, è meta ideale per trekking estivo e sci alpinismo d’inverno. In tavola, protagonisti sono i funghi porcini dei Simbruini, la trota pescata nelle acque limpide dell’Aniene e il pecorino di montagna, magari abbinato a una polenta fumante nelle sere d’inverno.

INFO  Comune di Filettino — sito: comune.filettino.fr.it — tel. 0775 581545 — Via della Variola 36, 03010 Filettino (FR)

5. Zungri (Vibo Valentia, Calabria)

Sull’altopiano del Monte Poro, a pochi chilometri dalla costa tirrenica calabrese, Zungri custodisce uno dei siti rupestri più sorprendenti del Sud Italia: le Grotte degli Sbariati, un insediamento scavato nella roccia arenaria tra l’VIII e il XII secolo, con oltre cinquanta cavità distribuite su circa tremila metri quadrati. Il nome “Sbariati” deriverebbe dal dialetto locale e indicherebbe i vagabondi o i profughi che qui trovarono rifugio, forse in fuga da incursioni o carestie: un’origine che racconta di una comunità di margine, cresciuta nel tempo fino a diventare un vero villaggio verticale con abitazioni, granai di origine bizantina riadattati e persino i “palmenti”, grotte utilizzate per la pigiatura dell’uva con tanto di vasche di fermentazione scavate nella pietra, a testimoniare un’antica vocazione vinicola. Il sito vanta anche un sofisticato sistema di canalizzazione delle acque piovane, prova dell’ingegno delle comunità che lo abitarono.

Da visitare anche il Museo della Civiltà Contadina e Rupestre, che dal 2003 raccoglie oggetti della vita quotidiana di un tempo, e il Santuario della Madonna della Neve, che custodisce un dipinto del 1530 attribuito alla scuola di Raffaello. Dal belvedere del paese lo sguardo spazia sul Tirreno fino alle Isole Eolie nelle giornate più limpide. Zungri si trova nel territorio del pecorino del Monte Poro, formaggio a latte crudo dal sapore intenso, ottimo abbinato ai salumi tipici calabresi come ‘nduja e capocollo DOP, e alla sardella, il piccantissimo “caviale dei poveri” a base di novellame di pesce e peperoncino.

INFO  Comune di Zungri — sito: comune.zungri.vv.it — tel. 0963 664015 — Via Mattia Preti, 89867 Zungri (VV)

6. Bastardo (fraz. di Giano dell’Umbria – Perugia)

Impossibile non inserire in questa classifica Bastardo, frazione umbra di Giano dell’Umbria che porta probabilmente il nome più dissacrante d’Italia. Le sue origini, però, sono tutt’altro che scandalose: il toponimo nasce come “Osteria del Bastardo“, un’antica stazione di posta lungo la via Flaminia dove i viandanti sostavano per cambiare cavalli e rifocillarsi, e fu abbreviato nella forma attuale solo negli anni Venti del Novecento. Nel corso del tempo diversi amministratori hanno tentato, senza successo, di cambiare nome al paese: già nel 1933 si discuteva di ribattezzarlo Villa Romana, Termoelettropoli o perfino Lignilia, ma gli abitanti hanno sempre difeso, con orgoglio quasi goliardico, il proprio toponimo.

Oggi Bastardo è la frazione più popolosa e industrializzata dell’intero comune di Giano dell’Umbria. Nei dintorni si trova l’Abbazia di San Felice di Giano, edificio romanico oggi sede della congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue, insieme a un antico ponte romano sulla via Flaminia e ai resti archeologici di una villa romana rinvenuti nella vicina località di Toccioli. Vale la pena spingersi fino al borgo medievale di Giano dell’Umbria, arroccato sulla collina poco distante, con le sue mura e i panorami sulla vallata del Puglia. Il territorio è famoso per l’olio extravergine d’oliva umbro DOP, tra i più pregiati d’Italia, e si trova a due passi dalle zone del Sagrantino di Montefalco e del Grechetto: un’accoppiata perfetta con un piatto di strangozzi al tartufo nero umbro.

INFO  Comune di Giano dell’Umbria — sito: comune.giano-dellumbria.pg.it — tel. 0742 93191 — Piazza Don Luigi Sturzo 1, 06030 Giano dell’Umbria (PG) — info turistiche: visitgianoumbria.it

7. Roccasicura (Isernia, Molise)

Nel cuore verde dell’Alto Molise, Roccasicura ha un nome che sembra quasi rassicurare il viaggiatore, ma la sua storia è tutt’altro che tranquilla. Le origini risalgono al X secolo, quando i Longobardi costruirono qui una fortezza chiamata “Roccha Siconis”, dal nome del duca Sicone I di Benevento. Nei secoli successivi il toponimo si trasformò in “Rocca Siccem” e “Rocca Cicuta“, finché nel Cinquecento, con la nascita dell’università (l’antica comunità autonoma), il paese assunse il nome attuale, forse ispirato proprio alla posizione naturalmente difesa e “sicura” dello sperone roccioso su cui sorge. Il borgo resistette persino al devastante terremoto del 1456 e nel XIII secolo passò sotto il dominio angioino.

Oggi a dominare l’abitato è quel che resta del Castello d’Evoli, in parte diroccato ma ancora suggestivo con le sue due torri, una circolare e una quadrangolare con orologio, arroccate sullo sperone di roccia. Da visitare anche la Chiesa di San Leonardo, di fondazione longobarda, che conserva un pregevole fonte battesimale romanico dell’XI secolo e un portale scolpito nel XII secolo. Il piccolo abitato, con le sue case in pietra addossate le une alle altre, regala un’atmosfera sospesa nel tempo, ideale per chi cerca il Molise più autentico e meno battuto dal turismo di massa. Da provare i cavatelli, piatto identitario di tutta la regione, conditi con sugo di castrato o con funghi porcini, il caciocavallo molisano e, in stagione, il tartufo dell’Alto Molise, meno noto ma di qualità paragonabile a quello umbro.

INFO  Comune di Roccasicura — sito: comune.roccasicura.is.it — tel./fax 0865 837131 — Piazza G. Marconi 24, 86080 Roccasicura (IS)

8. Sesso (Reggio Emilia, Emilia Romagna)

Nessuna classifica di nomi curiosi potrebbe dirsi completa senza Sesso, piccola e antica frazione alle porte di Reggio Emilia il cui toponimo ha fatto sorridere generazioni di automobilisti in cerca del cartello giusto da fotografare. Al di là dell’ironia involontaria, la storia del nome è seria e documentata: Sesso compare per la prima volta in un atto del 980 e la sua etimologia più accreditata lo lega alla distanza dalla città, corrispondente al sesto miglio della strada romana, mentre un’altra ipotesi lo fa derivare dal latino “sessus”, sedimento, in riferimento agli antichi depositi alluvionali del torrente Crostolo che scorre nei pressi. Nel Medioevo diede il nome alla potente famiglia nobiliare dei “da Sesso”, protagonista della vita politica reggiana, che ne tenne il feudo fino al 1447, quando il territorio divenne comune autonomo prima di essere infine assorbito da Reggio Emilia.

Il paese conserva la Chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta, chiamata familiarmente “la Madonnina Bianca”, quattro piccoli oratori storici sparsi nella campagna e la cinquecentesca Villa Prampolini, con la sua facciata affrescata e la caratteristica torre colombaia. Ogni anno, nei primi giorni di settembre, Sesso ospita una fiera che ha superato le 199 edizioni, un appuntamento sentitissimo dagli abitanti. Trovandoci nel cuore della Food Valley emiliana, la tappa gastronomica è d’obbligo: Parmigiano Reggiano DOP stagionato, aceto balsamico tradizionale di Reggio Emilia DOP, un fumante erbazzone reggiano salato o un piatto di cappelletti in brodo la fanno da padroni.

INFO  IAT Reggio Emilia – Ufficio Informazioni e Accoglienza Turistica — sito: turismo.comune.re.it — tel. 0522 451152 — email: iat@comune.re.it — Via Luigi Carlo Farini 1/A, 42121 Reggio Emilia

9. Gnocca (Porto Tolle – Rovigo, Veneto)

Impossibile da non citare, questa frazione di Porto Tolle, ha il nome più frainteso d’Italia: Gnocca. Il suono può strappare più di un sorriso, ma l’origine del toponimo non ha nulla a che vedere con l’omonimo termine dialettale: deriva semplicemente dalla particolare conformazione del territorio, un’ansa disegnata da uno dei rami del delta del Po che porta esattamente lo stesso nome, il Po di Gnocca, detto anche Po della Donzella. Siamo nell’Isola della Donzella, cuore del Parco Regionale Veneto del Delta del Po, Riserva della Biosfera Unesco. Più che un paese, oggi Gnocca è un vero e proprio paese fantasma: prima della Seconda guerra mondiale contava 2.626 abitanti, la seconda frazione più popolosa di Porto Tolle, con tanto di chiesa e caratteristico campanile in legno. L’alluvione del 1966 danneggiò gravemente il campanile, la chiesa fu chiusa nel 1968 e infine demolita nel 1980, mentre l’emigrazione verso le città svuotò progressivamente le case coloniche, lasciando lungo la strada arginale solo grandi edifici abbandonati, oggi meta di un turismo curioso, quasi “dell’abbandono”.

Fino agli anni Cinquanta gli abitanti dei villaggi vicini dovevano raggiungere Gnocca in barca per ricevere i sacramenti: un dettaglio che racconta bene l’isolamento di queste terre d’acqua. Il fascino del luogo sta proprio nel contrasto tra la memoria di una comunità operosa di pescatori e contadini e il silenzio di oggi, rotto solo dal verso degli aironi e dal vento tra i canneti. Da qui partono le escursioni in barca lungo il Po di Gnocca, il birdwatching tra le valli da pesca e le passeggiate verso le vicine spiagge di Boccasette e la laguna della Sacca degli Scardovari. Ed è proprio la Sacca a regalare il piatto principe del territorio, la Cozza di Scardovari DOP, allevata sulle caratteristiche “cavane” sospese sull’acqua e da gustare alla marinara o in un risotto, insieme alle vongole veraci e alle anguille del Delta, cucinate alla griglia o in umido secondo la tradizione dei pescatori locali.

INFO: Comune di Porto Tolle — sito: comune.portotolle.ro.it — tel. 0426 394411 — Piazza Ciceruacchio 9, Porto Tolle (RO) — Parco Delta del Po Veneto: parcodeltapo.org

10. Specchia (Lecce, Puglia)

Chiudiamo la classifica nel profondo Salento, con un nome che più che far sorridere incuriosisce: Specchia. Il toponimo non ha nulla a che fare con gli specchi, ma deriva dalle “specchie”, gli antichi cumuli di pietre a secco di origine preistorica un tempo utilizzati come punti di avvistamento e segnalazione, disseminati ancora oggi nelle campagne salentine. Le origini dell’abitato risalgono al IX secolo, quando la popolazione si rifugiò in questa zona sopraelevata per sfuggire alle incursioni saracene; distrutto nel XV secolo dalle truppe di Giacomo Caldora, il paese fu ricostruito e divenne nei secoli un fiorente centro agricolo, votato in particolare alla produzione dell’olio d’oliva. Non a caso, il Comune fa parte del prestigioso club dei Borghi più Belli d’Italia e vanta la Bandiera Arancione del Touring Club Italiano, riconoscimenti che ne certificano la qualità del centro storico.

Passeggiando tra i vicoli di pietra chiara si incontrano corti nascoste e palazzi nobiliari come il rinascimentale Palazzo Risolo e il seicentesco Palazzo Ripa, mentre tra gli edifici religiosi spiccano la settecentesca Chiesa della Presentazione della Beata Vergine Maria e la rarissima Chiesa di Sant’Eufemia, esempio di architettura paleocristiana a tre navate risalente al IX-X secolo, sotto cui si aprono suggestive cripte di origine bizantina. Da non perdere una visita ai frantoi ipogei, scavati nella roccia per la lavorazione delle olive al riparo dal freddo. Specchia dista appena una decina di chilometri dal mare, con accesso alle splendide marine di Tricase Porto e alle celebri “Maldive del Salento” di Pescoluse. In tavola, i must sono i ciceri e tria (pasta e ceci con tagliolini in parte fritti), il pasticciotto leccese a colazione e un buon calice di Negroamaro o Primitivo di Manduria per accompagnare i “pezzetti” di carne al sugo, altro piatto tipico della tradizione salentina.

INFO: Comune di Specchia — sito: comune.specchia.le.it — Pro Loco Specchia: tel. +39 0833 536245 — Piazza del Popolo 6, 73040 Specchia (LE)