Di Beba Marsano
San Severino Marche custodisce, nel cuore del suo centro storico, una delle piazze più armoniose e originali d’Italia: piazza del Popolo, dalla caratteristica forma a fuso allungato, che asseconda l’andamento del terreno collinare e regala, percorrendola da un capo all’altro, prospettive sempre diverse sui palazzi porticati che la delimitano. È qui che si affaccia il Teatro Feronia, gioiello ottocentesco che nel 2026 è stato inserito, insieme ad altri storici teatri delle Marche e dell’Italia centrale, nel Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, un riconoscimento arrivato a coronare quasi tre secoli di storia: costruito in legno nel 1747 su progetto di Domenico Bianconi con il nome di Teatro dei Condomini, fu ricostruito in muratura nel 1823 dall’architetto Ireneo Aleandri e intitolato, nel 1828, alla dea Feronia, cui un tempo era dedicato un antico tempio nella vicina valle del Potenza. Al suo interno, decorazioni pittoriche firmate tra gli altri da Filippo Bigioli accompagnano un palcoscenico che nei secoli ha ospitato musica lirica di grande prestigio: inaugurato con l’esecuzione di alcune opere di Gioachino Rossini, il Feronia rimase chiuso per un importante restauro tra il 1961 e il 1985, anno in cui riaprì le porte con un concerto lirico della soprano Katia Ricciarelli, un rilancio che ha preparato, quarant’anni più tardi, il riconoscimento internazionale arrivato con l’iscrizione Unesco.

Non meno preziosa, sebbene meno nota ai turisti di passaggio, è la basilica di San Lorenzo in Doliolo, la chiesa più antica di San Severino, edificata secondo la tradizione dai monaci basiliani sulle rovine di un tempio dedicato alla stessa dea Feronia cui è intitolato il teatro cittadino. La cripta, che risale probabilmente al VI secolo, resta l’ambiente più suggestivo dell’edificio, mentre all’interno un ciclo di affreschi dedicato a Sant’Andrea, opera dei fratelli Lorenzo e Jacopo Salimbeni, testimonia ancora una volta l’altissimo livello raggiunto dalla scuola pittorica sanseverinate tra Tre e Quattrocento.

Poco distante, la Pinacoteca Tacchi Venturi custodisce, in appena sei sale, una collezione d’arte amatissima da critici del calibro di Federico Zeri e Vittorio Sgarbi: un museo intimo dove rifulgono polittici, tavole e strappi di affreschi, testimoni di quella straordinaria fioritura artistica che, a inizio Quattrocento, trasformò San Severino – allora crocevia di mercanti tra l’Adriatico e la via Flaminia – nella cosiddetta “piccola Atene degli Appennini”, capace di attirare botteghe e maestranze da tutta l’Italia centrale.

Chi ama i borghi sospesi nel tempo può spingersi fino a Elcito, minuscolo agglomerato di case in pietra aggrappato a uno sperone roccioso del Monte San Vicino, spesso definito il “presepe delle Marche” per la sua posizione scenografica; oppure raggiungere i resti del Castello al Monte e del Castello di Pitino, fortificazioni medievali che dominano dall’alto la valle del Potenza, silenziosi testimoni delle antiche contese tra i signori locali, in un paesaggio d’autunno reso ancora più suggestivo dai boschi che digradano verso la pianura, tinti di rosso e ocra.

San Severino da gustare.
Espressione più genuina dell’identità gastronomica sanseverinate è la ceca, un piatto povero e antico, fatto solo con farina, acqua e sale, lavorato fino a ottenere una pastella densa poi fritta in padella con abbondante olio fino a diventare dorata e croccante fuori, morbida dentro. Celebrata ogni agosto da una partecipatissima sagra paesana, la ceca racconta un’epoca in cui la cucina contadina doveva fare di necessità virtù, trasformando ingredienti poverissimi in un cibo capace di sfamare intere famiglie.

Nelle grandi occasioni, invece, sulla tavola sanseverinate compaiono i vincisgrassi alla maceratese, la ricca versione locale delle lasagne al forno, arricchiti da abbondante besciamella e da un ragù di carni miste – manzo, maiale e rigaglie di pollo – che li rende un piatto quasi festivo, legato al pranzo della domenica o alle ricorrenze importanti. E poi c’è il ciauscolo, principe assoluto della norcineria marchigiana: un salame morbido, quasi spalmabile, aromatizzato con aglio, pepe e talvolta scorza d’arancia, da spalmare ancora tiepido su una fetta di pane casereccio abbrustolito.

Da accompagnare, un calice di Verdicchio di Matelica, il bianco che nasce proprio su queste colline maceratesi. Un pasto d’autunno a San Severino si chiude spesso con una fetta di crescia sfogliata, il pane tradizionale marchigiano cotto sul testo, ancora oggi preparato secondo la ricetta contadina tramandata di famiglia in famiglia. Il territorio maceratese regala inoltre eccellenti formaggi di fossa e salumi d’alta collina, spesso proposti come antipasto: un modo per assaporare, fin dall’inizio del pasto, la generosità di una cucina che non conosce mezze misure, soprattutto nelle fredde serate d’autunno tra le colline maceratesi.








