Di Beba Marsano
Adagiata su un dolce anfiteatro di colline al confine tra Umbria, Toscana e Lazio, a un passo dalle rive del lago Trasimeno, Città della Pieve si presenta al visitatore con un colore inconfondibile: quello dei mattoni in cotto rosso-ocra con cui sono costruiti quasi tutti gli edifici del centro storico, un materiale locale che nelle ore dorate del tardo pomeriggio autunnale regala al borgo una luce calda e avvolgente. Non a caso, tra i vicoli di questa cittadina nacque, intorno al 1450, Pietro Vannucci, universalmente noto come il Perugino, il “divin pittore” maestro dello stesso Raffaello, cui oggi è dedicato un affascinante itinerario urbano che tocca i luoghi dove l’artista lasciò le proprie opere.

Il percorso si snoda tra la Cattedrale dei Santi Gervasio e Protasio, che custodisce alcune sue tele, e la chiesa di Santa Maria dei Servi, per raggiungere l’Oratorio di Santa Maria dei Bianchi, dove Vannucci dipinse uno dei suoi capolavori assoluti: la monumentale Adorazione dei Magi, un affresco che sembra letteralmente sfondare la parete d’altare per aprirsi su un paesaggio reale, quelle stesse colline umbre che si possono ammirare voltandosi verso le finestre dell’oratorio, in un dialogo perfetto tra pittura e natura circostante che è la vera cifra stilistica del Perugino. Poco distante, il cinquecentesco Palazzo della Corgna, fatto costruire dal cardinale Ascanio della Corgna, conserva saloni affrescati che raccontano le vicende della potente famiglia e ospita oggi mostre ed eventi culturali.

Il legame di Città della Pieve con il proprio passato rinascimentale rivive ogni agosto nel Palio dei Terzieri, la rievocazione storica attiva dal 1973 che per quasi due settimane trasforma il borgo in una sceneggiatura a cielo aperto: oltre mille figuranti in costume animano cortei, taverne allestite dai tre storici terzieri cittadini e la spettacolare Caccia del Toro, la gara di tiro con l’arco in cui tre arcieri per terziere lanciano le frecce contro sagome taurine poste a trentatré metri di distanza, contendendosi un drappo dipinto che resta il trofeo più ambito dell’estate pievese.

Passeggiando tra le vie del centro, ci si imbatte in una delle curiosità più fotografate d’Italia: il Vicolo Baciadonne, un cunicolo tra due edifici largo appena cinquanta o sessanta centimetri, considerato la strada più stretta del Paese, il cui nome allude scherzosamente alla vicinanza forzata tra chi vi si incrocia. Città della Pieve conserva inoltre tracce delle sue origini etrusche e romane e un impianto urbanistico medievale rimasto quasi intatto. Chi ama salire in quota può percorrere la scalinata che conduce alla sommità della Torre civica, o affacciarsi dal belvedere di Porta Fiorentina, da cui lo sguardo abbraccia contemporaneamente le colline del Chianti, quelle senesi e, nelle giornate più terse, la stessa distesa del Trasimeno.

Città della Pieve da gustare.
Il re incontrastato della cucina di Città della Pieve è lo zafferano, coltivato sulle colline circostanti secondo un’antica tradizione che affonda le radici nel Medioevo, quando la spezia veniva utilizzata anche come merce di scambio. Oggi profuma soprattutto i primi piatti: dai ravioli ripieni di ricotta e zafferano ai risotti dal colore dorato intenso, oggi tutelati da un apposito presidio che ne garantisce la qualità e la lavorazione interamente manuale.

Ma la vicinanza al lago Trasimeno regala alla tavola pievese anche un ricco repertorio di specialità a base di pesce d’acqua dolce. Tra le ricette più antiche spicca la carpa in porchetta, cucinata avvolgendo il pesce con finocchio selvatico, aglio, rosmarino e lardo prima della cottura al forno. Ancora più identitario è il Tegamaccio, una zuppa di pesci misti – in genere persico reale, luccio e anguilla – cotti lentamente con pomodoro, cipolla e aromi in un tradizionale tegame di coccio, perfetto da gustare in una sera d’autunno accompagnato da un calice di Trasimeno Bianco o dal più strutturato Sagrantino di Montefalco. A completare la tavola autunnale pievese, i salumi di cinta senese, la razza suina autoctona toscana allevata anche su queste colline umbre di confine, e l’olio extravergine locale, dal profumo intenso e leggermente piccante.








