Ci sono angoli del nostro Paese così sorprendenti da sembrare rubati a un altro continente: villaggi bianchi che paiono usciti dalle Cicladi, borghi rupestri che ricordano la Cappadocia, fiordi in miniatura che profumano di Norvegia, paesi fantasma trasformati dal cinema in set mediorientali. È il fascino di un’Italia mai scontata, capace di travestirsi da altrove pur restando profondamente, orgogliosamente sé stessa. Ecco dieci mete, da nord a sud, dove la valigia resta in Italia ma lo sguardo viaggia molto più lontano.
1. Matera (Basilicata), la “gemella” della Cappadocia
Se in questa classifica esiste un primato, spetta di diritto a Matera, con i suoi Sassi scavati nella roccia calcarea che digradano l’uno sull’altro come un presepe di pietra dorata. Chi la vede per la prima volta fatica a credere di trovarsi in Basilicata: la luce calda, le case-grotta, i vicoli che si arrampicano sopra il canyon della Gravina ricordano più la Cappadocia turca o le città scavate del Medio Oriente che una città del Mezzogiorno italiano. Non a caso il cinema l’ha scelta più volte come controfigura di Gerusalemme, da “The Passion of the Christ” di Mel Gibson fino al più recente “No Time to Die”, ultimo capitolo della saga di James Bond, che ne ha trasformato i vicoli in un set d’azione internazionale. Il nome deriverebbe, secondo l’ipotesi più accreditata, dal latino “Mateola”, forse legato a un’antica divinità del luogo.

Abitata fin dal Paleolitico, è una delle città più a lungo vissute d’Europa: dopo essere stata definita da Carlo Levi “vergogna nazionale” per le condizioni di vita nei Sassi, oggi è Patrimonio UNESCO ed è stata Capitale Europea della Cultura nel 2019. Da vedere la Cattedrale romanica pugliese che domina il Sasso Barisano, le chiese rupestri bizantine del Parco della Murgia, la Casa Grotta di Vico Solitario per capire come si viveva davvero tra queste pareti, e il MUSMA, il museo della scultura contemporanea allestito tra le sale e le grotte di Palazzo Pomarici. A tavola sono imperdibili il Pane di Matera IGP, cotto ancora nei forni a legna, e la crapiata, la zuppa di legumi e cereali che si prepara ogni 1° agosto, a fine mietitura, appena dopo i festeggiamenti per la patrona Madonna della Bruna. Sceglierla oggi significa passeggiare in un presepe di pietra sospeso tra Oriente e Occidente.
INFO: APT Basilicata – IAT Matera, Via De Viti De Marco 9, 75100 Matera (MT) – tel. 0835 331983 (Infopoint 0835 406464) – email matera@aptbasilicata.it – www.aptbasilicata.it
2. OSTUNI (Puglia), gli stessi colori delle Cicladi
Arroccata su tre colline a pochi chilometri dall’Adriatico, Ostuni si presenta come un’apparizione bianca abbagliante in mezzo agli ulivi: cubi di calce che si accavallano uno sull’altro, archi, scalinate e terrazze che, viste dal basso, ricordano più Mykonos o Santorini che il Salento. Il soprannome “Città Bianca” non è un vezzo turistico ma la conseguenza di una scelta antica e molto pratica: durante le epidemie di peste gli abitanti imbiancavano le case con la calce, potente disinfettante naturale, e la tradizione è sopravvissuta fino a oggi come tratto identitario. Sul nome esistono diverse teorie affascinanti: c’è chi lo fa derivare da Sturnoi, leggendario compagno di Diomede, chi dal greco “ástu néon” (nuovo insediamento fortificato) e chi ancora dall’arabo “Zeitoun”, ulivo.

Di certo Ostuni ha una storia antichissima: nel 1991 qui è stato ritrovato lo scheletro della “Donna di Ostuni”, una giovane donna incinta vissuta nel Paleolitico superiore, oggi conservato al museo civico e considerato una delle sepolture preistoriche più importanti d’Europa. Da vedere la Cattedrale gotica del centro storico, con il grande rosone in pietra, e la Tavola dei Paladini, un dolmen preistorico nella campagna circostante. Il territorio è anche cuore della produzione di olio extravergine pugliese: da provare le orecchiette con le cime di rapa e un piatto di fave e cicorie, innaffiati con l’olio locale. Chi la sceglie come meta si regala il fascino delle Cicladi senza lasciare la Puglia, tra centro storico candido e Adriatico color turchese.
INFO: I.A.T. Ostuni, Corso Mazzini 6, 72017 Ostuni (BR) – tel. +39 0831 301268 – www.viaggiareinpuglia.it
3. Alberobello (Puglia), fascino nordeuropeo
Con i suoi tetti conici in pietra a secco allineati lungo le vie del centro, Alberobello sembra uscita da un racconto di fantasia più che da una mappa pugliese: non a caso i visitatori la paragonano spesso al “villaggio dei Puffi” o a un borgo di hobbit della Terra di Mezzo. I trulli, Patrimonio UNESCO dal 1996, non nascono per estetica ma da un’astuta strategia fiscale: nel Regno di Napoli i feudatari imponevano tasse sugli insediamenti stabili, così i conti di Conversano fecero costruire le abitazioni a secco, senza malta, in modo che potessero essere smontate rapidamente togliendo poche pietre dal cono, facendole apparire come ripari provvisori agli occhi degli ispettori regi.

Il trucco funzionò fino al 1797, quando Ferdinando IV di Borbone concesse ad Alberobello il titolo di città regia, liberandola dal giogo feudale. Il nome deriva dal latino “Silva Arboris Belli”, la selva che un tempo ricopriva la zona: “bellum” può alludere a un bosco conteso, oppure “bellus” semplicemente a un bosco “bello”. Da vedere il Rione Monti, con oltre mille trulli, il Trullo Sovrano, l’unico a due piani, e la chiesa a trullo di Sant’Antonio. Tra un vicolo e l’altro vale la pena fermarsi per un tagliere di capocollo di Martina Franca e un piatto di orecchiette con fave e cicoria, magari accompagnati da un calice di Locorotondo DOC, il bianco della Valle d’Itria. Sceglierla vuol dire entrare letteralmente dentro una fiaba, con la certezza che sia tutta vera.
INFO: Comune di Alberobello – Ufficio Turismo, www.comunealberobello.it – Pro Loco Alberobello, www.prolocoalberobello.it
4. Civita di Bagnoregio (Lazio), allure di Normandia
Vista dal belvedere di Bagnoregio, Civita sembra fluttuare da sola su un piedistallo di argilla, collegata al resto del mondo soltanto da un lungo ponte pedonale: un’immagine che ha fatto il giro dei social e che ricorda, per la sua condizione di isola di roccia isolata tra i calanchi, l’abbazia-isola di Mont Saint-Michel in Normandia, sebbene qui non ci sia il mare ma una distesa di argilla che si sgretola lentamente. Fondata dagli Etruschi oltre 2.500 anni fa su uno sperone di tufo, Civita è nota da secoli come “la città che muore“: frane e terremoti hanno progressivamente eroso il pianoro, riducendo il paese a una manciata di case, e delle cinque porte di accesso originarie oggi ne resta soltanto una, Porta Santa Maria, ancora sormontata da due leoni medievali che azzannano teste umane, simbolo della giustizia esercitata dal comune.

Qui nacque nel 1221 Giovanni Fidanza, il futuro San Bonaventura, dottore della Chiesa, che la leggenda vuole guarito da bambino da San Francesco in una grotta del paese. Da vedere la chiesa di San Donato, che conserva un crocifisso ligneo del Quattrocento, il Museo Geologico e delle Frane, utile per capire il fenomeno che sta lentamente consumando il borgo, e naturalmente la passeggiata sul ponte, oggi a pagamento per finanziare la manutenzione del sito. Da assaggiare le coppiette, striscioline di carne essiccata e speziata tipiche della Tuscia, insieme all’olio extravergine locale, tra i più pregiati del Lazio. Sceglierla oggi significa vedere con i propri occhi un luogo che, letteralmente, ogni anno esiste un po’ meno: un motivo in più per non rimandare la visita.
INFO: Civita di Bagnoregio – biglietteria e informazioni, www.civitadibagnoregio.cloud – Comune di Bagnoregio, www.comune.bagnoregio.vt.it
5. Craco (Basilicata), atmosfere medio orientali
Arroccato su un cocuzzolo d’argilla nel cuore della Basilicata, Craco è un paese fantasma che il cinema ha reso celebre in tutto il mondo: le case sventrate e il campanile normanno che svetta solitario sono stati scelti come scenografia naturale per raccontare guerre e Medio Oriente in film come “Quantum of Solace” e “Wonder Woman”, oltre che ancora una volta per “The Passion of the Christ”. A renderlo disabitato non è stata una tragedia improvvisa, ma un lento cedimento del terreno: già negli anni Sessanta gli studi geologici segnalavano frane dovute all’instabilità dell’argilla, aggravata da infiltrazioni d’acqua; nel 1963 e nel 1972 furono evacuate decine di famiglie, e dopo l’alluvione del 1979 e il terremoto dell’Irpinia del 1980 il trasferimento verso la nuova Craco Peschiera, a valle, divenne definitivo.

Il nome deriverebbe dal greco “Graculum”, forse legato al gracchiare dei corvi che ancora oggi popolano il borgo. Oggi Craco si visita solo con guide autorizzate, che accompagnano i turisti tra i resti del Palazzo Grossi, della Torre Normanna e della Chiesa Madre, raccontando aneddoti sul brigantaggio ottocentesco che qui trovò uno dei suoi covi più famosi. Prima o dopo la visita vale una sosta in un agriturismo della zona per assaggiare i peperoni cruschi, croccanti e dolci, simbolo della cucina lucana, insieme a un piatto di strascinati fatti a mano. È una tappa che regala un’esperienza di viaggio quasi surreale, fatta di silenzio, storia e un fascino sospeso che il grande schermo ha reso immortale.
INFO: Oltre l’Arte Craco – visite guidate ufficiali, www.oltrelartecraco.it – Comune di Craco, www.comune.craco.mt.it
6. Castelmezzano e Petrapertosa (Basilicata) ricordano Meteora, in Grecia
Incastonati come nidi d’aquila tra guglie di roccia arenaria alte fino a 1.500 metri, Castelmezzano e Pietrapertosa formano uno dei panorami più spettacolari e meno conosciuti d’Italia: le case aggrappate ai pinnacoli, viste da lontano, ricordano i monasteri sospesi di Meteora, in Grecia, anche se qui a dominare non sono edifici religiosi ma interi paesi. I due borghi sono collegati dal Volo dell’Angelo, un cavo d’acciaio lungo 1,5 chilometri che permette di “volare” da un paese all’altro sospesi a cento metri d’altezza, con vista sulla valle del Basento.

Castelmezzano prende il nome dal Castrum Medianum, la fortezza normanna edificata dopo l’occupazione longobarda; Pietrapertosa deve il suo, invece, alla roccia “pietra forata” su cui sorge, e conserva ancora il suggestivo Castello Saraceno, eretto secondo la tradizione nell’XI secolo dal principe Bomar quando la zona era abitata da saraceni convertiti, cui si deve anche il nome arabo del borgo sottostante, Arabata. Da vedere le rovine del castello, con la sua scala scavata nella roccia, la Chiesa Madre di Castelmezzano con la statua lignea trecentesca della Madonna dell’Olmo, e i sentieri panoramici del Parco delle Dolomiti Lucane. A settembre, la Sagra du Masc celebra ancora oggi il rito arboreo del “matrimonio tra gli alberi”. A tavola, i peperoni cruschi di Senise, la pasta fatta a mano condita con mollica di pane fritta e i formaggi di pecora locali. Sceglierli come meta significa unire adrenalina, storia medievale e un paesaggio che sembra sospeso tra cielo e terra.
INFO: Basilicata Turistica, www.basilicataturistica.it – Il Volo dell’Angelo, www.volodellangelo.com
7. Bosa (Sardegna), un angolo di Portogallo
Le case di Bosa, dipinte in ocra, rosa antico e giallo senape, si specchiano lungo le anse dell’unico fiume navigabile di Sardegna, il Temo, in un’immagine che ricorda più i quartieri fluviali di Porto, in Portogallo, o certi scorci d’Olanda che un borgo sardo: merito della luce e di quella teoria di facciate colorate che sale fino al colle di Serravalle, dominato dal Castello dei Malaspina. Il nome Bosa compare già in Plinio il Vecchio e Tolomeo, e la sua etimologia resta incerta: c’è chi lo lega a un’antica radice preindoeuropea che indicherebbe un “catino”, proprio a richiamare la conformazione della vallata che accoglie il centro storico.

I Malaspina, nobile famiglia toscana, costruirono qui il primo nucleo del castello nel Duecento, prima che la città passasse agli Arborea e poi alla Corona d’Aragona. Tra Ottocento e primo Novecento Bosa fu inoltre uno dei centri italiani più rinomati per la lavorazione del cuoio: le antiche concerie lungo il fiume, oggi in parte recuperate a museo, raccontano quella stagione industriale. Da vedere il centro storico di Sa Costa, la cattedrale dell’Immacolata Concezione e la chiesa romanica di San Pietro extra muros, appena fuori le mura cittadine. Da assaggiare la Malvasia di Bosa DOC, vino da meditazione conosciuto in tutta Italia, da abbinare a un’aragosta alla bosana o a una cassola, la zuppa di pesce locale. Chi arriva fin qui scopre una Sardegna diversa da quella da cartolina marina, fatta di fiumi, colori e un centro storico sorprendentemente “europeo”.
INFO: SardegnaTurismo – scheda Bosa, www.sardegnaturismo.it – Pro Loco Bosa, www.bosaproloco.it
8. Procida (Campania), luci caraibiche
Marina Corricella, il porticciolo di pescatori di Procida, è probabilmente l’angolo più fotografato dell’isola: case incastrate una sull’altra in una tavolozza di rosa, giallo, verde e azzurro che, secondo molti viaggiatori, ricorda tanto i villaggi di pescatori del Nord Europa quanto certe baie caraibiche, complice una luce così intensa da sembrare quasi tropicale nonostante ci troviamo nel golfo di Napoli. La tradizione vuole che i diversi colori delle case derivino dal desiderio dei pescatori di riconoscere la propria abitazione dal mare già da lontano, un’usanza comune ad altri borghi marinari ma che qui, unita alla scenografia naturale dell’insenatura, ha raggiunto un’intensità unica.

Sul nome dell’isola le ipotesi sono tante e tutte suggestive: Dionigi di Alicarnasso lo fa derivare da Procida, la nutrice di Enea morta durante il viaggio verso il Lazio e qui sepolta secondo la leggenda; altri lo collegano al greco “prokeein”, “gettata fuori”, per un’isola che si sarebbe separata da Ischia in seguito a un violento terremoto. Da vedere l’Abbazia di San Michele Arcangelo, che domina il promontorio della Terra Murata con la sua terrazza panoramica su tutto il golfo, e Palazzo d’Avalos, l’ex carcere borbonico oggi in parte visitabile. Da provare l’insalata di limoni, preparata con i grandi limoni locali detti “di pane” conditi con aglio, menta ed erbe aromatiche, e un piatto di spaghetti con la zucchina alla procidana. Sceglierla significa cercare un’isola diversa da Capri o Ischia, più autentica, silenziosa e a misura di pescatore.
INFO: Comune di Procida – Ufficio Turismo, www.comune.procida.na.it – Portale ufficiale, www.visitprocida.com
9. Furore (Campania), sembra un fiordo norvegese
Tra Amalfi e Positano, la Statale 163 attraversa in pochi secondi il ponte di Furore, sospeso sopra una gola stretta e verticale che si apre improvvisa sul mare: pochi si accorgono che sotto quel ponte si nasconde uno dei paesaggi più scenografici della Costiera, il Fiordo di Furore, capace di ricordare per un attimo le insenature della Norvegia più che il Sud Italia. Il nome del paese, “Terra Furoris”, richiama proprio il fragore delle onde che si infrangono tra le pareti rocciose; secondo la leggenda locale, quel boato innaturale sarebbe opera del diavolo in persona. Furore è inoltre conosciuto come “il paese che non esiste”: le sue case non si concentrano in un unico nucleo visibile dalla strada, ma sono disseminate lungo i pendii dei Monti Lattari, tanto che chi lo attraversa in auto rischia di non accorgersene affatto.

Da vedere il piccolo borgo di pescatori sul fondo del fiordo, oggi trasformato in un museo a cielo aperto sulla pesca e sull’antica produzione della carta, e i murales sparsi tra i vicoli del paese “alto”, che dal 2015 ospita una rassegna diffusa di street art. Ogni estate la spiaggia di appena 25 metri diventa teatro di una spettacolare gara internazionale di tuffi da una piattaforma a 28 metri d’altezza. Da bere, il Furore Bianco e Rosso, DOC Costa d’Amalfi della cantina Marisa Cuomo, prodotto su vertiginosi terrazzamenti a picco sul mare. È la prova che la Costiera Amalfitana nasconde ancora angoli capaci di stupire anche chi crede di conoscerla a memoria.
INFO: Comune di Furore – portale turistico, www.viverefurore.it – Fiordo di Furore, informazioni su www.aziendaturismopositano.it
10. Tellaro (Liguria), specchio della Cornovaglia
Ultima propaggine del Golfo dei Poeti, Tellaro si allunga su uno sperone di roccia nera a picco sul mare, con le case color pastello che si arrampicano attorno alla chiesa di San Giorgio: un profilo che molti viaggiatori paragonano ai villaggi di pescatori della Cornovaglia inglese, complice una luce più fredda e un senso di isolamento raro sulla riviera ligure. Il borgo deve la sua fama, oltre che alla bellezza, a una leggenda diventata simbolo dell’identità locale: si narra che nel 1660, durante un’incursione notturna dei pirati saraceni, la campana della chiesa di San Giorgio iniziò improvvisamente a suonare da sola, svegliando gli abitanti in tempo per respingere l’attacco. Solo il giorno dopo si scoprì che a tirare la corda era stato un enorme polpo, rimasto impigliato durante la notte.

Da allora il polpo, o “polpo campanaro”, è diventato il simbolo di Tellaro: lo si ritrova nei mosaici delle strade, nei battenti delle porte, persino in un’iscrizione dentro la chiesa. Da vedere proprio la chiesa di San Giorgio, che dalla sua terrazza regala uno scorcio spettacolare sul mare e su Punta Bianca, e i vicoli del borgo che d’estate ospitano piccole gallerie d’arte, in un’atmosfera che ispirò anche lo scrittore inglese David Herbert Lawrence, che soggiornò proprio qui accanto, nella vicina baia di Fiascherino, tra il 1913 e il 1914. Da assaggiare naturalmente il polpo alla tellarese, cucinato in umido con pomodoro e olive, celebrato ogni anno dalla Sagra del Polpo. Sceglierlo significa chiudere questo viaggio con il fascino ruvido e romantico di un borgo di mare che sembra più atlantico che mediterraneo.
INFO: Ufficio Turistico Lerici (Tellaro), atrio del Municipio di Lerici – tel. +39 0187 960700 – email lericicoastinfo@gmail.com – www.lericicoast.it








