Per una volta

FABER – L’ULTIMO VIAGGIO

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“Per una volta…”, un viaggio diverso, un viaggio sognato, immaginato, un viaggio di musica e parole o, se preferite, di parole in musica. Un racconto per ricordare Fabrizio De André a vent’anni dalla morte. Un regalo speciale ai nostri lettori.

 di Manuela Fiorini

Il vecchio pescatore se ne stava con lo sguardo fisso all’orizzonte. Nei suoi occhi, il riflesso del mare azzurro di Sardegna spruzzato di riflessi color cremisi; sulla sua pelle rugosa, i segni del tempo e del sole, incisi con la maestria di un abile scultore. Il grande astro stava, ormai, tramontando, ma la canna da pesca era ancora ben salda nella sua mano. Non era stata una giornata particolarmente proficua. Tuttavia, il pescatore sapeva che, quella, sarebbe stata l’ultima volta. Per tutta la vita, ogni giorno, aveva percorso con lo sguardo la sottile linea disegnata dall’orizzonte, si era perso nel tepore del grande cerchio luminoso e respirato l’aria densa di salsedine. Voleva fissare per sempre nella memoria quelle sensazioni e quelle emozioni. Chiuse gli occhi e rimase in silenzio.

Si stava assopendo all’ombra dell’ultimo sole, quando un rumore delicato di passi, attutito dalla consistenza impalpabile della sabbia, gli annunciò l’arrivo di qualcuno. Vide un giovane dalla pelle scura e gli occhi grandi e tristi, che procedeva lento nella sua direzione. Indossava un paio di pantaloni logori ed una camicia bianca, sporca di sangue, come quella di chi ha appena commesso un delitto. Lo stava aspettando. Il ragazzo si fermò a pochi passi da lui. Con l’espressione malinconica, guardò il mare, come se lo vedesse per la prima volta.

“Non mi ero mai accorto che fosse così bello…” – disse.

“Forse – gli rispose il vecchio – avevi sempre poco tempo e troppa fame per fermarti a contemplare questo grande dono di Dio”.

“Hai ragione, ma oggi è l’ultimo giorno. Voglio fissare questa immensità per poterla conservare dentro di me”.

Mentre gli occhi del giovane si velavano di lacrime, il pescatore aprì la bisaccia che portava a tracolla ed estrasse un pezzo di pane.

“Tieni, – disse al suo compagno – mangia. Il viaggio sarà lungo”.

“Ti ringrazio, ma, oggi, non ho appetito”.

“Come vuoi. – rispose l’uomo riponendo il cibo nella borsa – Vorrà dire che lo terremo da parte, nel caso ci venga fame lungo il percorso”.

Poi, fece un respiro profondo e si alzò. Smontò la canna da pesca e riordinò il resto dell’attrezzatura. Raccolse la borsa e se la mise sulle spalle.

“Vieni – disse, rivolgendosi al giovane – è ora di andare…”.

Silenzioso, il ragazzo lo seguì lungo la strada che, dalla spiaggia, si addentrava nel bosco di pini marittimi. Ai margini del sentiero stretto ed angusto i cespugli di mirto gli graffiavano le braccia, dipingendogli sulla pelle un sottile reticolato sanguigno, ma egli sembrava non preoccuparsene troppo. Quando, finalmente, spuntarono dalla boscaglia per immettersi nella strada maestra, il pescatore ed il ragazzo videro due gendarmi a cavallo, con le armi in spalla, immobili ai lati della carreggiata. Stavano sonnecchiando sulle loro cavalcature annoiate, mentre gli animali, di tanto in tanto, sbuffavano impazienti per quella sosta prolungata. Quando videro i due uomini a piedi spuntare dal fitto bosco, uno dei poliziotti fece un cenno all’altro. La loro attesa era finita.

“Dunque, – dissero, quasi in coro, rivolgendosi ai nuovi arrivati – oggi è il giorno…”

“Pare proprio di sì – rispose loro il vecchio pescatore, mentre l’uomo più giovane camminava silenzioso a pochi passi da lui.

Si incamminarono tutti e quattro lungo la strada. I due uomini a piedi, seguiti dai due gendarmi a cavallo, procedevano a passi lenti e costanti. Ognuno era perso nei propri pensieri, mentre il sole tiepido di quell’ultimo aprile stava scomparendo dietro l’orizzonte e le prime stelle illuminavano il cielo terso della nobile e dura terra sarda.

Quel giorno, alla stazione di Sant’Ilario, un piccolo paese del levante ligure, ad una manciata di chilometri da Genova, c’era una strana concitazione. Come, spesso, accade nei minuscoli sobborghi, chi arriva e chi parte non passa mai inosservato. La popolazione viene prontamente informata dalle chiacchiere delle comari sulle novità e la notizia si diffonde alla velocità del pettegolezzo. Tuttavia, quell’undici di gennaio, alla stazione c’era qualcosa di diverso. Il treno fermo sul primo binario pareva attendere con pazienza la salita dei passeggeri, mentre una calca vociante si attardava sul marciapiede. Anche loro stavano aspettando qualcuno. Ad un tratto, circondata da due ali di folla, fece il suo ingresso in stazione una giovane donna. Aveva i capelli neri e lucidi raccolti in uno chignon. Il suo volto era dipinto da un trucco pesante, decisamente esagerato su un viso ancora giovane e decisamente bello. I brucianti occhi verdi erano sottolineati da una sottile linea nera di kajal, mentre la bocca color della fiamma viva risaltava sulla carnagione chiara. L’abbigliamento non era meno vistoso. La ragazza indossava una giacca viola, dalla cui scollatura si intravedeva un seno florido e generoso, ed una gonna verde acceso, molto al di sopra del ginocchio.

Procedeva ancheggiando sicura sui tacchi mentre la folla, dinanzi a lei, si schiudeva come un fiore al suo passaggio, per poi radunarsi nuovamente, sulla sua scia. La giovane ed il suo silenzioso seguito procedevano verso il convoglio. Giunti in prossimità della porta, lei si fermò di scatto, come ubbidendo ad un ordine perentorio. Li guardò tutti. Riconobbe il volto del brigadiere, del commissario, del sagrestano e persino del parroco. Li aveva conosciuti uno per uno, li aveva accolti con generosità e dedizione, offrendo loro il suo amore e la sua passione, senza pretendere nulla in cambio. Rivolgendole l’ultimo sguardo, i loro occhi le regalarono tristezza, rimpianto, malinconia, passione, amore. Persino i quattro gendarmi che, tempo prima, l’avevano accompagnata a quella stessa stazione, assicurandosi che salisse sul treno e se ne andasse lontano, ora la salutavano portandosi una mano alla tempia, in un gesto di rispetto e sussiego.

Gli occhi della ragazza incontrarono lo sguardo contrito di una vecchia dal viso rugoso ed un’ombra di amarezza nell’espressione. Era circondata da un gruppo di donne più giovani. Alcune erano imbruttite dall’età e dalla fatica, altre dimesse, altre ancora nascondevano tra le pieghe degli abiti abbondanti la fatica ed il peso delle molte gravidanze. Fu la donna più anziana a venirle incontro ed a parlare, a nome di tutte le altre.

“Mi dispiace per quello che è successo…  – disse, tenendo lo sguardo basso – Vorrei chiederti scusa, per quanto sia possibile…”

Le altre comari, attorno a lei, annuivano con un lieve cenno del capo.

La giovane le fissò, sfoderando un sorriso sereno con la sua bocca di rosa.

“Non c’è bisogno di scusarsi…Dopotutto, se sono quella che sono, lo devo anche a voi”.

Mormorò un ultimo “arrivederci” e salì sul convoglio, che pareva sbuffare per l’attesa. Le porte si chiusero dietro le spalle della giovane donna, mentre i suoi occhi ed il suo cuore lanciavano un ultimo sguardo al piccolo paese di Sant’Ilario.

L’uomo, in divisa e con un mazzo di chiavi al fianco, guidava una fila silenziosa di detenuti lungo i corridoi grigi ed asettici del grande carcere. Ai lati, le porte delle celle, tutte uguali, erano in attesa dei loro ospiti. Il lungo serpentone umano, quella sera stranamente muto, era chiuso da un altro secondino, che vigilava sulla disciplina del gruppo. I detenuti si posizionarono a gruppi di due davanti alla rispettiva cella, in attesa che il brigadiere provvedesse all’apertura delle porte. Tuttavia, quella sera, a Poggioreale, c’era una strana atmosfera. Sembrava che un velo di composta tristezza fosse calato sulla grande casa circondariale, insinuandosi nel cuore di infami, briganti, papponi, cornuti e lacchè, gente abituata a convivere con il lato oscuro dell’uomo, uomini che avevano sulla coscienza altri uomini, persone che avevano ucciso, rubato, sfruttato o violentato il prossimo.

Il brigadiere Pasquale Cafiero si accinse ad aprire la porta della prima cella, per fare entrare il primo gruppetto di detenuti. Mentre infilava la chiave nella toppa, un pensiero lo fece esitare. Rimase lì, sulla soglia, a meditare. Poi, si rivolse alla folla silenziosa che lo stava guardando, interrogativa.

“Se qualcuno… – disse piano -…  se qualcuno di voi volesse…venire con me, oggi, che è l’ultimo giorno…può scendere in cortile ed aspettami là”.

I detenuti si guardarono l’un l’altro. Si formarono due gruppi, quello di chi aveva colto l’invito del brigadiere e quello di coloro che, invece, avevano deciso di tornare nelle loro celle, a rinsaldare le fila degli ultimi e degli anonimi.

“C’avimma  fa’ , don Pasquà….Chesta è ‘a casa nosta, ..  – mormorò il primo, declinando l’invito ed entrando nella cella che sarebbe rimasta per sempre la sua ultima dimora. Molti altri lo seguirono ed il brigadiere Pasquale Cafiero fece, per l’ultima volta, quello che faceva dal ’53, da quando, cioè, era entrato il servizio presso il carcere di Poggioreale: rinchiuse ogni cella con il catenaccio e gettò un ultimo sguardo di saluto ad ogni carcerato che entrava. Poi, fece un cenno a coloro che avevano deciso di unirsi a lui nell’ultimo viaggio che lo aspettava, suggerendo loro ed al secondino che li accompagnava di attenderlo nel cortile.

A passi lenti, si diresse in quell’ala del carcere che veniva chiamato “braccio speciale”. Qui erano rinchiusi i detenuti sottoposti al regime più duro, il 41 bis. Uomini accusati di reati di mafia, associazione mafiosa, traffico internazionale di stupefacenti, o pluriomicidi.

Cafiero si fermò di fronte alla cella numero 7. L’uomo all’interno, indossava un cappotto color cammello sopra ad un abito gessato marrone, che gli conferiva un aspetto quasi regale.

Il brigadiere fece girare la chiave nella toppa ed aprì la porta.

Site già pronto, Don Raffaè?”

L’altro lo guardò dritto negli occhi e sorrise, sornione.

E si primma ce vevessemo ‘o café ? E ja”, brigadié…l’urdemo sarria…”

Cafiero tornò poco dopo, con un termos di caffè bollente e due tazzine da caffè. Entrò nella cella e posò il tutto su di un minuscolo tavolo. Lentamente, svitò il tappo del termos e lasciò che l’aroma intenso e pungente si diffondesse in quel locale angusto. Poi, con un gesto deciso, versò il liquido nero ed aromatico.  I due uomini si sedettero l’uno di fronte all’altro e, in silenzio, assaporarono il piacere di quell’ultima tazzina.

Sedici anni sono pochi, ma lei se li sentiva pesare addosso come se fossero stati almeno cinquanta. Un macigno fatto di sofferenza, per il rifiuto da parte di coloro che chiamava “famiglia”, e di sfruttamento da parte di quelli che, ogni giorno, compravano il suo corpo per poche ore, o solo qualche minuto, per soddisfare le proprie voglie e per consentire a lei di concedersi un pasto decente.  Su quel corpo di bambina erano passate mani distratte, mani voluttuose, mani di padri di famiglia, di scapoli senza fortuna e di alti prelati. Finché qualcuno non l’aveva guardata con occhi diversi da quelli di chi brama la soddisfazione della propria lussuria. Qualcuno che l’aveva considerata solo una preda, strappandole quel poco che aveva, usandole violenza, come se la vita non fosse stata abbastanza feroce con lei, ed abbandonandola all’abbraccio del fiume.

Ma, poi, era arrivato lui, e la sua triste esistenza di ragazza abbandonata dalla famiglia e spinta dalla necessità sulla strada della prostituzione aveva subito una svolta. Un cambiamento capace di regalarle un finale diverso, un sogno d’amore che l’aveva fatta tornare bambina, riaccendendo nei suoi occhi una luce vivida. La sua felicità era durata solo un giorno, come le rose, ma lui era stato capace di rendere quell’istante eterno, di sollevarla dalla folla degli ultimi, degli incompresi e collocarla su una stella. Per questo, ora, lei doveva raggiungerlo. Era arrivato il momento di contraccambiare quello che lui aveva fatto per lei, sebbene, ne era consapevole, non sarebbe mai stato abbastanza. Il viaggio era lungo e la giovane non sapeva nemmeno con esattezza quale fosse la sua meta. Così, fiduciosa, lasciò che le acque del fiume Tanaro, tiepide in quel giorno di primavera, l’avvolgessero e la conducessero da lui. La corrente, delicata, la prese con sé, promettendole tacitamente di portarla a destinazione.

Durante quell’ultimo inverno, il giovane soldato aveva visto tante vite spegnersi come fiammelle al primo alito di vento. Le acque argentee del torrente si erano spesso tinte di rosso, il rosso sangue dei soldati che, come lui, supportati dall’amor di patria, avevano donato la loro giovinezza ad un ideale rivelatosi, poi, troppo debole per valere un prezzo così alto. Nella sua lunga marcia verso l’ignoto, aveva pensato spesso ai compagni sacrificati sull’altare di un principio, o all’egoismo e all’ambizione di qualche uomo di potere. Così, mentre il vento gli sputava in faccia la neve, sembrava sussurrargli, nelle orecchie e nel cuore, le voci dei tanti amici morti in battaglia. Ricordi di un rancio condiviso, delle fredde notti in cui, insieme, avevano sopportato i lunghi turni di guardia, raccontandosi delle loro famiglie lontane per scaldarsi le membra ed il cuore.

Ora, i ricordi di coloro i quali, in cambio della vita avevano ricevuto soltanto una croce gli pesavano come macigni. Ogni passo si faceva più lento, ogni respiro più affannoso, quasi che, sulle spalle, al posto dello zaino portasse la sua anima. Quando Piero arrivò al valico, che segnava la frontiera, il Generale Inverno aveva già lasciato il posto alla tiepida Primavera. La natura si era già cambiata d’abito e, nella sua nuova veste di profumi e colori, gli regalava un pensiero di speranza. Magari, presto, la guerra sarebbe finita. Forse, ci sarebbe stato un giorno in cui, nel mondo, non ci sarebbe più stato bisogno di fare la Guerra. Qualsiasi guerra. Era questa la sua utopia. Questo l’ideale che voleva rappresentare, facendosi portavoce di tutto quello che alla violenza, alla prevaricazione, allo sfruttamento dei deboli è contrario.

Questo pensava, Piero quando, in fondo alla valle, scorse la sagoma di un uomo. Anche lui sembrava pensieroso. Aveva una divisa di un altro colore… era il nemico. Tuttavia, questa, volta, Piero non aveva voglia di guardare negli occhi un altro uomo che muore. Non avrebbe sparato per primo, questa volta no.  Si avvicinò al soldato scendendo lungo il sentiero che portava a valle. L’altro lo vide avanzare ed imbracciò il fucile. Piero alzò le mani e gli fece un cenno. Vide un sorriso dipingersi sul volto dello sconosciuto. Abbassò l’arma e lo raggiunse, quasi sollevato. Era un ragazzo della sua età, con scolpita negli occhi e nell’anima la sofferenza della perdita, la nostalgia della famiglia e la paura della morte.

“Meno male che sei tu.” – gli disse – Sapevo che avremmo dovuto trovarci qui, ma non ti avevo mai visto. Temevo di incontrare qualcuno con cattive intenzioni…”. Piero gli sorrise e gli tese la mano.“Puoi alleggerire il tuo bagaglio, soldato. Dove andremo, non hai bisogno dell’artiglieria”. Il ragazzo annuì e, con un gesto liberatorio, gettò il suo fucile ed ogni altro strumento atto ad uccidere nel fosso che costeggiava il piccolo sentiero. I due si incamminarono affiancati, mentre i mille papaveri rossi che adornavano i bordi della strada nascondevano per sempre alla loro vista quei simboli di morte. Piero sorrise al compagno e cominciò a raccontargli qualcuna delle storie che avevano popolato la sua infanzia. La strada era lunga ed avrebbero avuto molto tempo a disposizione per ritornare ad essere uomini e mai più soldati.

11 gennaio 1999

 Arrivarono nel luogo dell’appuntamento quasi contemporaneamente. C’era il vecchio pescatore, accompagnato dal giovane assassino, scortati dai due gendarmi. C’era la ragazza dalla bocca di rosa, che avanzava triste, a dispetto dei suoi abiti vistosi. E c’era Pasquale Cafiero, confortato da Don Raffaè, che gli appoggiava fraternamente una mano sulla spalla. Dietro di loro, una fila composta di detenuti di Poggio Reale, che avevano scelto di accompagnare il brigadiere in questo ultimo viaggio. Da lontano, giunsero i due soldati, ormai leggeri, dopo avere abbandonato le armi, nonostante tradissero un grande peso nel cuore. E c’era lei, Marinella, con gli abiti ancora bagnati, poiché era arrivata fin lì facendosi trascinare dal fiume e, dopo un certo tratto, dal mare. Attorno a loro, una schiera silenziosa di prostitute, drogati, mendicanti, straccioni, con un velo di tristezza negli occhi ed una rassegnata dignità nel portamento. Erano loro, erano i vinti, gli ultimi, quell’umanità respinta che egli aveva cantato ed elevato attraverso la sua musica.

Non ci fu bisogno di parole o di presentazioni: si riconobbero tutti. La folla silenziosa, ad un cenno del vecchio pescatore, si radunò e, in modo composto, cominciò ad avanzare lenta verso il cimitero monumentale di Staglieno. Appoggiata al cancello spalancato, scorsero una figura slanciata, vestita di nero. Era piuttosto giovane, non come se l’erano sempre immaginata. Aveva un naso aquilino ed i capelli neri, che, di tanto in tanto, rilucevano di riflessi bluastri. Ai piedi, spiccava un paio di scarpe bianche.

“Così, se qui anche tu, oggi?” – domandò il vecchio pescatore.

“E come avrei potuto mancare – gli rispose, con un velo di tristezza, l’uomo in nero – Due giorni fa ho dovuto svolgere il mio lavoro. Per la prima volta, l’ho fatto con un peso nel cuore. Perché egli ha cantato anche me. Attraverso la sua musica, mi ha regalato un po’ di umanità”.

In quel momento, sopraggiunse Bocca di Rosa, accompagnata da Marinella, che si stava ancora asciugando gli abiti fradici. Entrambe, lanciarono un’occhiata timorosa ed eloquente alla misteriosa figura. “Allora è proprio vero…il nostro Faber, il nostro creatore, ha lasciato questo mondo…” La Morte annuì e chinò il capo. Il Pescatore fece un cenno alla folla degli Ultimi, che si rimise in cammino, oltrepassando il cancello spalancato.

Si mescolarono alla folla di persone che stavano dando l’ultimo addio a colui che li aveva creati. In quell’attimo, divennero eterni. Alcuni si trasformarono in ricordi, altri in musica, altri ancora in semplici parole, impresse per sempre nel cuore e nell’anima di chi aveva amato ascoltare le loro storie. Gli Ultimi divennero simboli dell’umanità che egli amava cantare, quell’umanità reietta, sfortunata, dimenticata, che, attraverso le sue canzoni, aveva conquistato una fetta di eternità. Questa era la sua eredità. E loro, i suoi personaggi, sarebbero stati all’altezza di quel compito.

A Fabrizio De André

 

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