NAPOLI: DAL CRISTO VELATO ALLA SFOGLIATELLA

In occasione della vittoria dello scudetto 2022-23 da parte del Napoli, vi proponiamo il secondo  di due articoli dedicati alla città, ai suoi monumenti più belli e alle eccellenze da non perdere

LEGGI QUI LA PRIMA PARTE

di Raffaele D’Argenzio.

Mette allegria alzarsi presto, scendere e trovare le sfogliatelline calde, qui all’Hotel Palazzo Caracciolo. Un bel modo di far colazione e poi correre a mettersi in fila all’entrata della Cappella San Severo, via Francesco De Sanctis 19, per vedere il Cristo Velato, scolpito nel 1753 da  Giuseppe Sanmartino. Una delle sculture più belle del mondo, ammirata dai Grandi, fra cui anche Canova che  dichiarò che avrebbe dato 10 anni della sua vita  per esserne l’autore.

Ma nella cappella c’è anche  un’altra scultura, “Disinganno”  di Francesco Queirolo, che sbalordisce per la maestria  con cui è scolpita nel marmo la rete dell’inganno. Anch’essa è una delle opere più importanti al mondo per il suo virtuosismo scultoreo.

E ci sono ancora le macchine anatomiche, i simboli della massoneria, altri misteri, dovuti alla personalità di Raimondo di Sangro, settimo principe di San  Severo, che senza dubbio sapeva influenzare i suoi a artisti e sapeva spingerli verso il loro più alto valore artistico.
Si resta entusiasti, ma anche sopraffatti dai troppi turisti. Certe Opere andrebbero viste da soli per assaporarne tutta la grandezza.

Usciti dalla Cappella, si gira a sinistra e si trova piazza San Domenico Maggiore, ed anche la pasticceria Scaturchio, dove si gustano  le migliori, o tra le migliori, sfogliatelle di Napoli. Dal Cristo  Velato di Sanmartino alla sfogliatella riccia di Scaturchio.

 

Da Santa Chiara alla “Genovese”

Per tornare ad elevarci verso il Sacro, prendiamo un taxi per andare al Monastero di Santa Chiara,  a Piazza del Gesù. La Basilica, dopo essere stata bombardata nel ‘43, è stata ricostruita  secondo il disegno orilginale di architettura gotica del 1318, riacquistando la primitava eleganza.

Il chiostro è di un bellezza paradisiaca, commovente nella serenità che riesce a trasmettere. Bellissimi affreschi nel maestoso porticato e bellissime  le  migliaia di maioliche dipinte a mano, nel giardino ristrutturato da Domenico Antonio  Vaccaro dal  1742 al 1769.
Bisogna tornarci in tarda primavera quando fra le maioliche  c’è una pioggia di  glicini in fiore.  A maggio, quando in questo paradiso mancano soltanto gli angeli.

Per restare nel Sacro,  una visita al pomposo  Duomo,  dove si scioglie il sangue di San Gennaro, il 16 dicembre, la prima domenica di maggio e il 19 settembre. Si scioglierà la prossima volta ?

E poi via Toledo, oggi isola pedonale, anzi più che un’isola  è un mare di gente e di negozi. Una sosta la troviamo al numero 185, dove si trova Palazzo Zevallos Stigliano, una delle Gallerie d’Italia della Banca Intesa Sanpaolo, dove tra l’altro si trova “Il Martirio di San’Orsola” del Caravaggio, “Sansone e Dalila” di Artemisia Gentileschi,  “Il Ratto di Elena” di Luca Giordano…E poi, gradita sorpresa, chi è correntista della suddetta banca non paga.

ll Sacro ed il Profano si incontrano

A Napoli bisogna guardarsi intorno, e così ci si accorge  di edicole votive, di archi romani, e anche di  quella strana chiesa con strane scale, quasi di fronte a Palazzo Caracciolo.
Scopriamo che è San Giovanni a Carbonara, costruita dal 1339 al 1343. Di stile  gotico, contiene anche le cappelle con le tombe dei Caracciolo. Le scale esterne furono fatte nel 1700 per raccordare il conveno degli agostiniani, la chiesa al primo livello e quella superiore con le cappelle.

Da vedere, anche perchè è un’opera d’arte semi sconosciuta e solo il caso ci ha portati a visitarla. Ecco il bello di Napoli, una scoperta che non finisce mai. Dovrebbe continuare per vedere Napoli Sotterranea, per mangiare da Mimì alla Ferrovia , per girare fra le bancarelle con i pastori di via San Gregorio Armeno, per scoprire il parco Virgiliano con l’isoletta della Gaiola, la tomba di Leopardi, ma anche le sfogliatelle salate…la cupezza dei quartieri spagnoli e la bellezza delle ville di Posillipo, la ferocia dei camorristi e la classe creativa degl intellettuali napoletani. Napoli dove Sacro e profano si incontrano e dove il meglio ed il peggio si scontrano, “dove tutte le parole sono dolci o sono amare, ma sono sempre parola d’amore”.

Ma prima di partire, mentre cala la sera, ancora una passeggiata a via Caracciolo, con Capri ed Ischia, splendide sentinelle del golfo, il Vesuvio  paterno che svetta, gente che va, che viene, che corre, che ride, taralli caldi e un “coppo” di alici fritte: una festa che invita al sorriso.
Napoli, almeno una volta, ma  non basta.

INFO

DOVE DOMIRE:

HOTEL PALAZZO CARACCIOLO Via Carbonara 112, tel. 081.0160111

DOVE MANGIARE

TRATTORIA CASTEL DELL’OVO via Luculliana 28, tel. 081.7666352

 

BOX: ALMENO UNA VOLTA… MANGIARE ” LA GENOVESE”

Almeno  una volta bisogna assaggiare la  “Genovese”, una ricetta napoletana di cui s’ignora l’origine e la storia. Infatti a Genova non la conoscono, ma fra le varie versioni dell’origine  mi pare attendibile quella per cui fu inventata da un cuoco di corte  francese, di Ginevra (Geneve), che alla famosa zuppa di cipolle francese aggiunse la carne. Non so se la storia  sia vera, ma è vera la bontà della “genovese”, che molti invidiano ma solo a Napoli la sanno fare. Eccola.

LA GENOVESE
Ingredienti per 10 persone
-Un kg  e mezzo di carne di vitello , il girello.
-Pancetta  1 etto
-2 gambetti di sedano
-Una carota
– 1 kg e mezzo di cipolle
-1 bicchiere di vino binaqco
-Olio extravergine di oliva
-Un kg di penne o di ziti spezzati.

Preparazione

In un tegame dal bordo alto fate rosolare le carne avvolta nella pancetta, poi aggiungete un po’ di sale e le verdure tagliate e proseguite per qualche minuto. Innaffiate con vino bianco e fate sfumare. Aggiungete le cipolle tagliate sottili e un bicchiere e mezzo d’acqua. Fate cuocere a fuoco basso, per tre ore, avendo cura di mescolare di tanto in tanto e di aggiungere acqua calda se occorre.
Dopo tre ore avrete una salsa densa, cui aggiungere pepe.
La carne va tagliata a parte e coperta da salsa, per il  secondo.
Nel tegame  versate la pasta che intanto  avete cotto al dente, e a fuoco alto mescolatela  con la salsa  che si attaccherà all’amido e riempirà  le penne, o gli ziti.
Vino in abbinamento:  vino bianco Coda di Volpe del Sannio.

 




NAPOLI, LA CITTA’ “UNA VOLTA NON BASTA”

In occasione della vittoria dello scudetto 2022-23 da parte del Napoli, vi proponiamo il primo di due articoli dedicati alla città, ai suoi monumenti più belli e alle eccellenze da non perdere

di Raffaele D’Argenzio

Il significato della famosa frase “Torna a Napoli e poi muori” era che dopo aver visto Napoli puoi anche morire, perché hai visto una delle città più belle del mondo.
Ed è per questo che “almeno una volta “bisogna venirci, anzi io credo che a Napoli bisogna tornarci più volte, perché ogni volta è una sorpresa, ogni volta c’è un’emozione, ogni volta si entra in contatto, in empatia, con la città. Non è mai una cartolina fredda, una foto da smartphone, in quel momento ti entra qualcosa nel cuore e nella mente, di brutto o di bello, di buono o di cattivo, ma non ti lascia mai indifferente. Ed io stesso ci sono stato tante volte, ma ogni volta ho trovato delle cose da raccontare. Stavolta andiamo insieme.

Di alberghi ce ne sono tanti, ma per una volta scegliamo l’Hotel Palazzo Caracciolo, un 5 stelle in un antico palazzo nobiliare dei Caracciolo, in via Carbonara 112, il primo passo per visitare una Napoli più vera possibile.
Per arrivarvi quando si esce dalla A1, si prende la  A56 verso Napoli Centro, uscita 4 direzione Napoli/Salerno, verso Corso Malta….poi verso la stazione centrale di piazza Garibaldi,  ma da qui conviene  seguire il navigatore. Ma se si arriva in treno, è vicinissimo alla stazione centrale.

Bellissimi i cortili, dove si possono ancora vedere i grossi anelli cui venivano legati i cavalli delle carrozze. Da uno scorcio della finestra della camera, si vede una scalinata, un vicolo in salita che ha una sorta di eleganza e se lo immaginate con gerani ai lati, che meraviglia! Una signora stende panni lungo le sue finestre, ma in modo efficace e non invasivo. Non è il massimo ma neppure il peggio.


Ma ora il mare ci chiama. Riprendiamo la nostra auto e percorriamo Corso Umberto 1°, fino a Piazza Municipio, con il Maschio Angioino, poi lungo il molo Beverello e prendiamo la galleria Vittoria che ci porta a piazza Vittoria, dove inizia via Caracciolo e la villa. Ma dove parcheggiare? Al Garage Morelli, via Domenico Morelli 61: entriamo in una grande caverna da dove parte anche la Galleria Borbonica della Napoli sotterranea. Sembra impossibile, eppure sotto le belle case che abbiamo visto di fronte al mare c’è questa magnifica gigantesca caverna scavata nel tufo chissà quando, chissà da chi.

Il mare davanti e sullo sfondo il Vesuvio

Il mare è ad un centinaio di metri, sfioriamo La Masardona, dove si mangia la migliore pizza fritta, e all’angolo con via Caracciolo attraversiamo i tavolini della pizzeria Sorbillo, qui dove comincia  via Partenone con la zona pedonale. Gente che va, gente che viene: è una festa.


Castel dell’Ovo ci funge da faro, imponente, ma dal colore chiaro, come di terra dipinta dal sole. E sotto di esso, il Borgo Marinaro di Santa Lucia, un’isolotto legato alla costa con un ponte al cui inizio ci sono i ristoranti Zi’ Teresa e La Bersagliera. Troppo famosi e turistici per noi, andiamo avanti.

Uno sguardo a sinistra, verso le barche dei pescatori, il mare e in fondo il Vesuvio. Da una bancarella, Totò e Pulcinella ci sorridono.


Al Borgo Marinaro tanti ristoranti, ma noi ci dirigiamo verso la Trattoria Castel Dell’Ovo, piazzetta Marinari, che io conosco da quando si chiamava ‘O Tabaccaro. Qui il rapporto qualità/prezzo è buono, primi buonissimi ed anche il fritto, forse caro solo il sorbetto.  Ci dicono non fanno “La genovese”, uno dei piatti napoletani più tipici. Peccato.

Spaghetti di mare alla trattoria “Castel dell’Ovo”

Museo Archeologico: la miglior Pompei artistica (ed erotica) é qui

Dopo il pranzo, un caffè è d’obbligo berlo al bar. Al Gambrinus a piazza Plebiscito, o al Gran Caffè La Caffettiera, a Piazza dei Martiri? Decidiamo per Piazza dei Martiri, perchè vicina a Via Calabritto. dove ci sono le migliori firme fashion, per shopping di classe, e siamo vicini al Garage Morelli, da cui ritiriamo la nostra auto per puntare al Museo Archeologico.

Per raggiungerlo saliamo  fino a Piazza Museo 19 e lo si vede in alto, color rosso mattone. Antico Palazzo, conserva la propria grandezza. Dentro la sua cornice si trovano pezzi eccezionali.

Per l’arte greco romana c’è l’importantissima collezione Farnese, che fu portata a Napoli da Elisabetta Farnese, madre di Carlo di Borbone. Anche la sezione Egizia è importante: terza in Italia, dopo Torino e Musei Vaticani, e decima nel mondo.


Ma quella che stupisce e affascina di più è la sezione dedicata a Pompei, che raccoglie la gran parte delle meraviglie trovate negli scavi. Infatti, i primi furono fatti proprio dai Borboni. Non si può andare a Pompei se non si viene anche qui, e non si può venire qui senza essere stati a Pompei.

Vi si trovano mosaici bellissimi, con tessere piccolissime, che possono essere viste soltanto avvicinandosi ad un metro. Ma di Pompei si trovano anche sculture e pitture osè, che oggi non scandalizzano più. Un museo, una cornice superba che raccoglie secoli di splendida storia.

Nella metropolitana d’arte piú bella d’Europa

Lasciamo l’auto e prendiamo la metro, nella stazione Museo già ci sono reperti antichi da vedere, e una galleria fotografica. Ma tutta la Linea 1 merita un Metro Art Tour, in quella che è  riconosciuta  come  la metropolitana più bella d’Europa. La più importante è la stazione di Via Toledo, realizzata dall’architetto catalano Oscar Tusquets Blanca, con mosaici di William Kentridge e suggestivi lucernari.

Sì, ecco dopo un primo giorno si comincia ad assaporare Napoli, si comincia a capire che è una città in cui vive il passato, ma in cui ci sono delle fughe in avanti nell’arte, in cui si anticipa il futuro. Una città dove il sacro e il profano si incontrano e dove il meglio e il peggio si scontrano. Una città piena di opposti, dove è difficile trovare un livello medio. Ed anche la mediocrità.

CHI É RAFFAELE D’ARGENZIO

 

Una volta giovane a dirigere riviste per giovani, oggi giovane dentro. Nato a Caserta, ariete, ma a Milano da quando aveva 19 anni. Medaglia d’oro per 50 di giornalismo. Tra le riviste dirette: Corriere dei Ragazzi (settimanale del Corriere della Sera subito trasformato in CorrierBoy,) Intrepido, Trend, TrendCar, Starter, DOC, AutoDoc, UniverCity, Top Video… e tanti altri.
Oggi dirige Weekend Premium, il Polo del Weekend e WEEKEND GUIDE.

LA MIA TOP TEN DEI LUOGHI DA VISITARE ALMENO UNA VOLTA NELLA VITA

ITALIA

Arcipelago della Maddalena

Se ami il mare, la sabbia bianca e rosa, l’acqua che le Maldive non hanno e la gente rude ma schietta.

Costiera Amalfitana

Guardi in alto e vedi arance e limoni che ricamano la costa. Guardi in basso e il mare ti toglie il respiro. Guardi davanti e trovi spaghetti fumanti e “delizie al limone”

Napoli

Città dai mille contrasti, che non si finisce mai di conoscere

Palermo

Dove trovi la civiltà greca, normanna, araba e anche arancine e coppole. Non dimenticare la Cappella Palatina.

Venezia di notte

Quando il popolo delle crociere si ritira nelle gigantesche navi, e si sentono musiche di Vivaldi nelle chiese e si bevono ombre nei Bacari

IN THE WORLD

Etiopia

Una parte d’Africa,  oggi  terra arida e povera, ma  da qui arrivò  il nostro “padre” Homo Sapiens,  e qui ci sono  le donne più belle d’Africa che infatti discendono  dalla  Regina di Saba

Granada

Dimenticare le corride e visitare l’Alhambra dove la poesia scolpisce il marmo

Grecia classica

Se l’homo Sapiens arrivò dall’Etiopia, fu dalla Grecia che arrivò il pensiero, la filosofia, l’arte, la civiltà moderna. Andare su quel prato spelacchiato, dove si corse la prima OLIMPIADE, dove fermavano le guerre per duellare nella corsa

Namibia

L’Africa vera dove trovi i gorilla che sono molto più buoni degli uomini che li ammazzano per gioco, e dove puoi baciare un ghepardo

Seychelles, riserva Vallèe de Mai

Il mare è bello, le spiagge disseminate di splendidi graniti, ma nella riserva Vallèe di Mai vive ancora  l’origine del mondo

 

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Barcellona, per una volta – Cattura il sogno

(Italian and English version)
MARZO IN THE WORLD – FOR ONCE: Barcellona
di Jacopo Marotta
Vedere PER UNA VOLTA la partita del Barcellona, avere la maglia firmata da Messi, visitare  la Sagrada Familia, il castello di Montjuic e le altre bellezze di Barcellona:  un weekend così era il sogno di Jacopo. E per una volta  ha catturato il suo sogno, lo ha realizzato.
Barcellona é sempre stata per me una città affascinante, sarà per i racconti sentiti da amici e per le immagini viste su riviste, sarà per il fatto che Messi,  uno dei migliori calciatori giochi proprio in questa squadra, sta di fatto che  un mio desiderio era proprio quello di  girare per la città rubando attimi di vita degli spagnoli, assaggiare quello che mangiano loro e tifare per la loro squadra….ebbene…tutto questo é stato fattibile grazie a Weekend Premium; il mio sogno si è realizzato: ho trascorso tre giorni e due notti in questa affascinante città con la mia famiglia.
Il mio viaggio è iniziato sabato a Malpensa, dopo un’ora e mezza di volo sono atterrato e un autista ha accompagnato me e mio papà al Nou Camp a vedere il derby Barcellona Espaniol. Lì mi aspettava una sorpresa: la maglia autografata di Messi.

Barcellona
La maglia autografata di Messi

Da quel momento è iniziato un viaggio organizzato nei minimi particolari…l’hotel a 4 stelle vicino alla stazione era spaziale nel vero senso della parola, il bus turistico con tre itinerari per accompagnarti in giro per la città, le mete suddivise in base ai giorni e pensate apposta per me. Tra le più belle consiglierei: i giochi delle fontane alla sera con musica e luci, la passeggiata lungo la Rambla con negozi e ristoranti, il Castello di Montjuic molto curato e visitabile quasi nella sua totalità: si può raggiungere sia a piedi oppure, attraverso una funicolare. Per accontentare anche la mia sorellina siamo stati all’acquario, dove si possono osservare molte specie di pesci ma soprattutto passare sotto  un tunnel d’acqua con gli squali che nuotano sopra la tua testa.

Barcellona
Jacopo si diverte con la sorellina davanti al Castello di Montjuic

Park Guell e la casa di Gaudi’, la Pedrera, il Museo di Picasso con parte delle sue opere e per ultima, ma non per importanza, la Sagrada Familia con l’audioguida, una costruzione imponente con un significato davvero unico.

Barcellona
La Casa di Gaudì

Il cibo è ottimo, abbiamo potuto assaggiare una paella di pesce accompagnata da sangria, ma, personalmente, ho trovato squisita la carne. Per curiosità ho assaggiato anche la pizza: direi discreta.

Barcellona
Una gustosissima paella

L’utilizzo del bus turistico ti permette davvero di vedere molti monumenti, anche se, a Barcellona, i taxi sono comodi ed economici.
Ringrazio nuovamente la rivista Weekend Premium per il regalo fattomi e per l’accuratezza di ogni minimo particolare.
Barcellona è davvero una meta che va vista  almeno “PER UNA VOLTA!”

Barcellona
Una simpatica immagine di Jacopo e della sua famiglia

Siamo noi a ringraziare te Jacopo per essere stato il nostro più giovane inviato speciale, che  ha scritto l’articolo e fatto le foto. Ma grazie soprattuto per averci permesso di catturare un tuo sogno e di realizzarlo.
                                                                      
p.s. Un ringraziamento speciale va a  Maite Vicente de Jauan, dell’ufficio Turismo Spagnolo in Italia, che ci ha aiutati a catturare il sogno del giovanissimo Jacopo.
CLICK IN THE NEXT PAGE THE ENGLISH VERSION >>

by Jacopo Marotta

To see a Barcelona match FOR ONCE, to have a jersey signed by Messi, to visit the Sagrada Familia, the castle of Montjuic and the other beauties of Barcelona: such a weekend was Jacopo’s dream. And for once he captured his dream, he realised it

Barcelona has always been a fascinating city for me, perhaps because of the stories I have heard from friends, the pictures I have seen in magazines, or the fact that Messi, one of the best footballers in the world, plays for this very team. The fact is that I wanted to go around the city and steal moments of the Spaniards’ lives, taste what they eat and cheer on their team….. Well, all this was possible thanks to Weekend Premium; my dream came true: I spent three days and two nights in this fascinating city with my family.
My trip started on Saturday at Malpensa, after an hour and a half flight I landed and a driver took me and my dad to the Nou Camp to watch the Barcelona Espaniol derby. There a surprise was waiting for me: Messi’s autographed jersey.

BarcellonaMessi’s autographed jersey

From that moment on, a trip began, organised down to the smallest detail…the 4-star hotel near the station was spatial in the truest sense of the word, the tour bus with three itineraries to take you around the city, the destinations divided according to days and designed especially for me. Among the most beautiful I would recommend: the games of the fountains in the evening with music and lights, the walk along the Rambla with shops and restaurants, the Castle of Montjuic which is very well maintained and can be visited almost in its entirety: you can reach it either on foot or via a funicular. To also please my little sister we went to the aquarium, where you can observe many species of fish but above all pass under a tunnel of water with sharks swimming above your head.

BarcellonaJacopo having fun with his little sister in front of Montjuic Castle

Park Guell and Gaudi’s house, the Pedrera, the Picasso Museum with some of his works and last but not least, the Sagrada Familia with the audio guide, an imposing building with a truly unique meaning.

BarcellonaThe House of Gaudi

The food is excellent, we were able to taste a fish paella accompanied by sangria, but, personally, I found the meat exquisite. Out of curiosity I also tasted the pizza: I would say discreet.

BarcellonaA tasty paella

Using the tourist bus really allows you to see a lot of sights, although, in Barcelona, taxis are comfortable and cheap.
I would like to thank Weekend Premium magazine again for the gift they gave me and for the accuracy of every detail.
Barcelona really is a destination that must be seen at least “ONCE!”

BarcellonaA nice picture of Jacopo and his family

We would like to thank you Jacopo for being our youngest special correspondent, writing the article and taking the photos. But thank you above all for allowing us to capture a dream of yours and making it come true.
p.s. A special thanks goes to Maite Vicente de Jauan from the Spanish Tourism Office in Italy, who helped us capture the dream of the very young Jacopo.




Nantes, la città della fantasia

(Italian and English version)

MARZO IN THE WORLD – per una volta: Nantes, Francia

Di Isabella Brega. Foto di Maurizio Fabbro

Quando un viaggio ti cattura e ti regala spazi per sognare e tempo per riflettere ascolti la sua voce e i suoi segreti, accetti di perderti, di confrontarti con l’ignoto, con i suoi ritmi e le sue regole. A mano a mano che ti allontani dall’abitudine cominci a conoscere e a sperimentare nuovi linguaggi, nuove possibilità di raccontare il mondo. Sospendi il tempo del quotidiano, metti in pausa il fragore assordante dei doveri, ti senti più leggero e riannodi quei fili spezzati che ci fanno ritrovare e arricchiscono il nostro io.

A Nantes, la città bretone affacciata sulle rive della Loira, il filo di Arianna da seguire è una sottile linea verde disegnata per terra. Il filo della storia, dell’arte e della fantasia, che sottende il passato e ridisegna il futuro e che nei suoi 12 chilometri di lunghezza inanella i luoghi e i monumenti che caratterizzano la città natale dello scrittore Jules Verne, l’autore fra gli altri del Viaggio al centro della Terra e di Ventimila leghe sotto i mari.

Vue aérienne de Nantes, pointe de l’île de Nantes. © Régis Routier | Ville de Nantes

Fino al XIX secolo città sfilacciata da due fiumi, la Sèvre e l’Erdre, Nantes è fiorita sul suo porto, opulento e feroce, il primo di Francia, con i suoi cantieri navali e il traffico di merci, ma anche sul dolore degli schiavi, scambiati con caffè, cotone e zucchero di canna provenienti dalle colonie come Haiti, Santo Domingo, Martinica e Antille.

Città d’acqua che sa di burro e di sale

Nantes sa di burro e di sale. Gli ingredienti dei suoi celebri biscotti LU –nella cui ex fabbrica, con la sua torre tutta stucchi, oro e colori pastello, è stato ricavato il centro culturale polivalente Lieu Unique – ma anche la fragranza bon-ton dei fastosi palazzi degli armatori nantesi su quella che un tempo era l’isola cittadina Feydeau, che divideva in due la Loira, mentre la sapidità le viene dalle provocazioni dell’arte contemporanea non meno che da quell’oceano che si respira nel vento e si percepisce nel suo cielo, smaltato e terso come solo le città di mare sanno regalare. È invece l’ultimo tratto della Loira, nel quale si insinua l’irrequietezza selvatica del mare, a regalarle una dolcezza languida e malinconica.

Sostenibile e creativa

Chiusi negli anni Ottanta i cantieri navali, superata una grave crisi economica, la città ha saputo reinventarsi e ridisegnare il proprio futuro, conquistando il primato di città più vivibile di Francia. Ha deciso di puntare sul turismo, soprattutto quello sostenibile, investendo in piste ciclabili, battelli elettrici, camere d’albergo eco-certificate e parchi (ogni abitante ha a disposizione 57 metri quadrati di verde), ha recuperato il suo centro storico e creato una vasta area pedonale.

Ha messo a punto un efficiente sistema di mezzi pubblici, ma soprattutto si è messa in discussione e si è reinventata come luogo di creazione, condivisione e sperimentazione artistica, ben rappresentato dalle opere d’arte contemporanea della biennale Estuaire e dal festival Le Voyager à Nantes, lungo due mesi. Un luogo dove le istallazioni artistiche disseminate nelle sue vie, nei suoi spazi pubblici e lungo il canale della Loira non sono vissute dai suoi abitanti come corpi estranei, meri accessori decorativi, ma sono connessi allo spirito della città e intessuti nell’ordito urbano.

Il salotto buono di Nantes

Il quartiere medievale di Bouffay, con i suoi ristoranti, i bar, i negozi e le casette a graticcio che abbracciano la cattedrale dei Ss. Pietro e Paolo, prezioso scrigno gotico della sontuosa tomba di Francesco II e Margherita di Foix (1507), e il candido palazzo rinascimentale , imprigionato dalle mura, di quell’Anna di Bretagna, due volte regina di Francia, sono la meta ideale del primo giorno di un weekend alla scoperta di questa poliedrica città. La cui storia può essere completata dal salotto buono della borghesia di Nantes nel XVIII-XIX secolo, il quartiere di Graslin, con i suoi ampi viali, le piazze ornate da fontane alle quali si aggrappano ninfe e dei, l’Opéra neoclassica, il Passage Pommeraye, bomboniera di putti, scalinate e negozi, e il tempio della gastronomia locale, La Cigale, delirio ornamentale art nouveau, Muscadet frizzante e bechamelle.

INFO NANTES

Dove dormire: Sōzō Hotel nel cuore di Nantes, è un boutique hotel 4 stelle dall’atmosfera unica, infatti è stato ricavato da una cappella di fine ‘800, Notre-Dame-desAnges, ospita 24 camere e suites personalizzate  www.sozohotel.fr

Eventi futuri: la città è il punto di partenza di un nuovo itinerario originale che porta da Rennes a Saint-Malo, fino a Mont-Saint MIchel. Un percorso fra tesori, arte e storia, mix di verità oniriche  e di sguardi contemporanei. www.nantes-tourisme.com ; inoltre ogni anno Nantes si anima grazie al Voyage à Nantes, che si rinnova ogni anno con idee e artisti sempre diversi www.lwvoyageanantes.fr

Come arrivare: voli diretti da Milano, Roma, Venezia, Napoli e Pisa

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(Italian and English version)

MARCH IN THE WORLD – for once: Nantes, France

By Isabella Brega. Photo by Maurizio Fabbro

When a journey captures you and gives you space to dream and time to reflect, you listen to its voice and its secrets, you accept to lose yourself, to confront the unknown, its rhythms and its rules. As you move away from habit, you begin to get to know and experience new languages, new ways of telling the world. You suspend the time of the everyday, you pause the deafening din of duties, you feel lighter and you reknit those broken threads that make us rediscover and enrich our selves.

In Nantes, the Breton city on the banks of the Loire, the Ariadne’s thread to follow is a thin green line drawn on the ground. The thread of history, art and fantasy, which subtends the past and redraws the future and which, in its 12 kilometres of length, rings the places and monuments that characterise the birthplace of the writer Jules Verne, the author of Journey to the Centre of the Earth and Twenty Thousand Leagues Under the Sea, among others.

Vue aérienne de Nantes, pointe de l’île de Nantes. © Régis Routier | Ville de Nantes
Up until the 19th century, a city fringed by two rivers, the Sèvre and the Erdre, Nantes flourished on its port, opulent and fierce, the first in France, with its shipyards and trade in goods, but also on the pain of slaves, traded for coffee, cotton and cane sugar from colonies such as Haiti, Santo Domingo, Martinique and the Antilles.

City of water that tastes of butter and salt

Nantes tastes of butter and salt. The ingredients of its famous LU biscuits -in whose former factory, with its tower all stucco, gold and pastel colours, is the multi-purpose Lieu Unique cultural centre – but also the bon-ton fragrance of the sumptuous palaces of Nantes shipowners on what was once the Feydeau city island, which divided the Loire in two, while savouriness comes from the provocations of contemporary art no less than from that ocean that can be breathed in the wind and perceived in its sky, glazed and clear as only seaside towns can provide. It is instead the last stretch of the Loire, in which the wild restlessness of the sea creeps in, that gives her a languid and melancholic sweetness.

Sustainable and creative

When the shipyards closed in the 1980s and the city overcame a serious economic crisis, it was able to reinvent itself and redesign its future, winning the title of France’s most liveable city. It has decided to focus on tourism, especially sustainable tourism, investing in bicycle paths, electric boats, eco-certified hotel rooms and parks (each inhabitant has 57 square metres of green space), it has restored its historic centre and created a vast pedestrian area.

It has developed an efficient public transport system, but above all, it has challenged and reinvented itself as a place for creation, sharing and artistic experimentation, well represented by the contemporary art works of the biennial Estuaire and the two-month-long Le Voyager à Nantes festival. A place where the artistic installations scattered in its streets, public spaces and along the Loire Canal are not experienced by its inhabitants as extraneous bodies, mere decorative accessories, but are connected to the spirit of the city and woven into the urban fabric.

The good living room of Nantes

The medieval district of Bouffay, with its restaurants, bars, shops and half-timbered houses embracing the cathedral of Ss. Peter and Paul, a precious Gothic casket of the sumptuous tomb of François II and Marguerite de Foix (1507), and the white Renaissance palace, imprisoned by the walls, of that Anne of Brittany, twice queen of France, are the ideal destination for the first day of a weekend discovering this multifaceted city. Whose history can be complemented by the drawing room of the bourgeoisie of Nantes in the 18th-19th centuries, the Graslin quarter, with its wide boulevards, squares adorned with fountains to which nymphs and gods cling, the neoclassical Opéra, the Passage Pommeraye, a bombon of cherubs, stairways and shops, and the temple of local gastronomy, La Cigale, an art nouveau ornamental delirium, sparkling Muscadet and bechamelle.

INFO NANTES

Where to stay: Sōzō Hotel in the heart of Nantes, is a 4-star boutique hotel with a unique atmosphere, in fact it has been converted from a late 19th century chapel, Notre-Dame-desAnges, and houses 24 rooms and suites customised www.sozohotel.fr

Upcoming events: the city is the starting point of a new original itinerary from Rennes to Saint-Malo and Mont-Saint-Michel. A journey through treasures, art and history, a mix of dreamlike truths and contemporary glances. www.nantes-tourisme.com ; in addition, every year Nantes comes alive thanks to the Voyage à Nantes, which is renewed every year with ever-changing ideas and artists www.lwvoyageanantes.fr.




Almeno una volta? Alle Galapagos

(Italian and English versions)

SPECIALE MARZO IN THE WORLD: GALAPAGOS

Per il nostro mese in the world abbiamo deciso di dedicare una volta alla settimana un “almeno una volta”. Un articolo che racconta, con la firma dei nostri più autorevoli autori, i loro viaggi speciali in giro per il mondo, per scoprire quelle che secondo loro sono le mete da visitare almeno una volta nella vita.

Di Giuseppe Ortolano

Il direttore mi chiede, secondo me che ho girato il mondo, dove bisogna andare “almeno una volta nella vita”. Non ho dubbi, rispondo subito «alle Galapàgos». Non c’è luogo sul pianeta terra che mi abbia incantato come queste “ colline nere che sorgono dal mare e dalla nebbia” dove “sulle rocce si muovono, a ritmo di siesta, tartarughe grandi come mucche e in mezzo a giravolte scivolano gli iguana, dragoni senza ali”, come ebbe a descriverle il capitano del Beagle, sul quale viaggiava Charles Darwin. E proprio come il celebre naturalista britannico in quella manciata di isole incantate perse nell’Oceano Pacifico sono passato “ da stupore a stupore”. Mi sono commosso ogni volta che sono sbarcato su un’isola disabitata, dove mi ritrovavo a muovermi in punta di piedi per non disturbare gli animali che la popolavano.

Mi sono emozionato ogni volta che ho nuotato tra leoni marini giocherelloni che facevano finta di venirmi addosso, per poi evitarmi all’ultimo momento. O quando mi danzavano attorno decine di piccoli e riservati pinguini. Mi sono sentito piccolo di fronte alla maestosità di una natura dove le immense colate di lava incontrano antiche foreste pietrificate e un mare cristallino. Poi ci sono state le ore passate ad ammirare il volo di fregate, sule e albatros, il dolce addormentarsi cullati dalle onde del mare, i racconti dei pescatori, le danze dei delfini, lo spettacolo delle balene. Un turbine di emozioni da vivere “almeno una volta nella vita” e rapidamente prima che i nostri comportamenti scellerati, la pesca di rapina, il surriscaldamento dei mari o altri moderni pirati, interessati alle risorse naturali dei mari e ai loro titoli in borsa, danneggino irrimediabilmente queste splendide e uniche isole incantate.

Leoni marini alle Galapagos

Chiediamo permesso ai veri padroni delle isole

Si lo so, il biglietto aereo è caro, l’ingresso al Parco costa molto e, a causa del numero chiuso, è necessario organizzare la vacanza con molto anticipo. Ma non esiste al mondo luogo che mi abbia affascinato e incantato come l’arcipelago della Galapàgos, appartenenti all’Ecuador.

Qui sono ancora gli animali i veri padroni delle isole, in gran parte disabitate. Ogni volta che sono sceso a terra mi è sembrato di essere un ospite, che doveva muoversi con attenzione, per non disturbare la fauna locale, che sembrava guardarmi con sguardo di sfida, come a ricordarmi che qui comandano loro e che il mio passaggio è tollerato, solo per poche ore al giorno.

Per una volta moderatevi nell’uso della macchina fotografica o del telefonino. Certo è affascinante portare a casa le foto delle enormi tartarughe che danno il nome all’arcipelago o delle iguana marine, tanto care alla teoria evoluzionistica di Darwin. Ma osservare estasiati il lento decollo dei pesanti albatros o il volo regale della fregata, giocare in acqua con i leoni marini, nuotare tra i pinguini e sorridere ai flamingo rosa senza dover obbligatoriamente trasformare l’emozione in fotografia non ha prezzo. Almeno per me.

Una volta sola non è bastata

Ho visitato le Galapàgos tre volte, ma ci tornerei anche domani. Un paio di volte sono atterrato all’aeroporto di Baltra, il principale dell’arcipelago, per poi imbarcarmi su piccole navi che, navigando prevalentemente di notte, portano i turisti, accompagnati da guide naturalistiche, sulle isole più interessanti.

È il tour che consiglio per iniziare a scoprire questo mondo incantato. Meglio quello che dura una settimana e che offre l’opportunità di toccare Santa Cruz (dove si trova il principale centro turistico: Puerto Ayora), Bartolomè, San Salvador, Genovesa, Isabela (la più grande dell’arcipelago con i suoi sei vulcani, dei quali cinque in attività), Fernandina, Floreana, Española e San Cristobal (il capoluogo amministrativo e sede dell’altro aeroporto). Si dorme in barca, in comode cabine con servizi, e di solito si scende a terra un paio di volte al giorno, nelle ore stabilite dal Parco per visitare le diverse isole senza arrecare particolare disturbo alla fauna. Ma la terza volta ho deciso di alloggiare sulle isole.

Pinnacle Rock

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For our month “in the world” we decided to dedicate once a week a “at least once”. An article that tells, with the signature of our most authoritative authors, their special trips around the world, to discover what they think are the destinations to visit at least once in your life.

By Giuseppe Ortolano

The director asks me, in my opinion, that I have travelled the world, where to go “at least once in my life”. I have no doubt, I immediately answer «to the Galapàgos». There is no place on planet earth that has enchanted me like these ” black hills that rise from the sea and from the fog” where “on the rocks they move, at the rhythm of siesta, turtles as big as cows and in the middle of turns iguanas slide, dragons without wings”As the captain of the Beagle, on whom Charles Darwin was travelling, described it. And just like the famous British naturalist in that handful of enchanted islands lost in the Pacific Ocean I went from “wonder to wonder”. I was moved every time I landed on an uninhabited island, where I found myself on tiptoe not to disturb the animals that populated it. 

I got excited every time I swam with playful sea lions who pretended to come at me, only to avoid me at the last moment. Or when dozens of small, reserved penguins danced around me. I felt small in front of the majesty of a nature where the immense lava flows meet ancient petrified forests and a crystal clear sea. Then there were the hours spent admiring the flight of frigates, boobies and albatrosses, the sweet falling asleep lulled by the waves of the sea, the tales of fishermen, the dances of dolphins, the spectacle of whales. A whirlwind of emotions to live “at least once in a lifetime” and quickly before our reckless behaviors, the fishing of robbery, the overheating of the seas or other modern pirates, interested in the natural resources of the seas and their stocks in the stock exchange, irreparably damage these beautiful and unique enchanted islands.

Leoni marini alle Galapagos

 

We ask permission to the true masters of the islands

 

Yes I know, the plane ticket is expensive, the entrance to the Park costs a lot and, because of the closed number, you need to organize your holiday well in advance. But there is no place in the world that has fascinated and enchanted me like the archipelago of Galapàgos, belonging to Ecuador.

Here the animals are still the real masters of the islands, largely uninhabited. Every time I came ashore I felt like a guest, who had to move carefully, not to disturb the local fauna, who seemed to look at me with a defiant look, as if to remind me that here they command them and that my passage is tolerated, only for a few hours a day.


Use your camera or mobile phone for once. Of course it is fascinating to take home the photos of the huge turtles that give their name to the archipelago or the marine iguanas, so dear to Darwin’s evolutionary theory.

But watch in ecstasy the slow takeoff of the heavy albatross or the royal flight of the frigate, play in the water with the sea lions, swim among the penguins and smile to the pink flamingo without having to necessarily turn emotion into photography is priceless. At least for me.

 

Once was not enough

I visited the Galapàgos three times, but I would go back again tomorrow. A couple of times I landed at Baltra airport, the main airport of the archipelago, and then I boarded small ships that, sailing mainly at night, bring tourists, accompanied by nature guides, on the most interesting islands.

It is the tour I recommend to start discovering this enchanted world. The one that lasts a week and offers the opportunity to touch Santa Cruz (where the main tourist center is located: Puerto Ayora), Bartolomè, San Salvador, Genovesa, Isabela (the largest of the archipelago with its six volcanoes, of which five are active), Fernandina, Floreana, Española and San Cristobal (the administrative capital and seat of the other airport). You sleep by boat, in comfortable cabins with services, and usually you go down to shore a couple of times a day, in the hours set by the Park to visit the different islands without causing particular disturbance to the fauna.  But the third time I decided to stay on the islands.




Avventura sull’Isla del Coco (Costa Rica), l’isola del tesoro…e di Jurassic Park

Un elicottero sorvola un’isola sperduta nell’oceano, interamente coperta da una vegetazione fitta e verdeggiante, mentre vette acuminate, simili a denti di squalo, si stagliano su un mare dalle acque cristalline. È la scena iniziale del primo film (1993) della saga di Jurassic Park, di Steven Spielberg, girata all’Isla del Coco, la più selvaggia del Costa Rica, Parco Nazionale dal 1978 e, dal 1997, Patrimonio Naturale dell’umanità UNESCO.

Situata a circa 500 km a sud ovest dalla costa, in mezzo all’Oceano Pacifico, l’isola è un vero e proprio “santuario della natura”, con più di 70 specie di piante ed animali, tra cui testuggini, delfini, squali martello, pesci tropicali ed uccelli. Al punto che l’Isla del Coco si è meritata l’appellativo di “Galapagos costaricana”.

Una natura che attira gli appassionati di birdwatching e di immersioni, ma anche tutti coloro che si lasciano affascinare dalle leggende sorte attorno al leggendario “Bottino di Lima” e agli altri preziosi nascosti sull’isola dai pirati, che avrebbero ispirato anche Robert Louis Stevenson nella stesura della sua opera più celebre, L’isola del Tesoro

Il Governo della Costa Rica, tuttavia, pur sfruttando le potenzialità offerte da questo spettacolare “mondo perduto”, ha limitato il turismo di massa per non danneggiare il delicato equilibrio dell’ambiente naturale. Ecco perché visitare l’Isla del Coco, magari includendola in un più ampio viaggio alla scoperta della Costa Rica, può trasformarsi in un’avventura da vivere…Per una volta!

Da Puntarenas e all’Isla del Coco

La capitale della Costa Rica, San Josè, è una tappa pressoché obbligata per i voli che provengono dall’Europa. Da qui si raggiunge poi la città costiera di Puntarenas, che dista circa 115 km ed è collegata alla capitale da un sistema di trasporto pubblico con corse giornaliere. Il tratto di strada in direzione della costa è molto interessante ed offre scorci paesaggistici di rara bellezza. Da Puntarenas ci si imbarca poi sui traghetti o su vere e proprie navi da crociera per la Isla del Coco. Il viaggio dura all’incirca un giorno e mezzo e la nave che vi trasporterà su questo sperduto lembo di terra in mezzo all’oceano di appena 25,85 kmq, per una lunghezza massima di 7 km.

Una volta arrivati, sarete stupiti dal meraviglioso ambiente naturale dell’isola, che si pensa sia emersa dall’Oceano nel tardo Pliocene, tra 1,90 e 2,45 milioni di anni fa. La cima più alta è il Cerro Iglesias, di 634 mslm, che si può raggiungere grazie a una rete di sentieri che si snodano all’interno di un paesaggio tropicale spettacolare. L’isola è molto ricca anche di acqua dolce. Si contano, infatti, numerosi fiumi, torrenti e ben 200 cascate!

Le spiagge sabbiose, invece, si trovano in prevalenza in prossimità delle baie che si estendono lungo le coste. Le baie facilmente raggiungibili sono le pianeggianti Wafer Bay e Chatman Bay, che si trovano, rispettivamente, sul lato nord orientale e sul lato nord occidentale e sono separate da una piccola penisola. Per il resto, le coste dell’Isla del Coco sono alte e rocciose, ammantate da una vegetazione lussureggiante, habitat naturale di più di 230 specie di piante, tra cui circa 70 endemiche.

La foresta tropicale è un vero paradiso per l’avifauna e, di conseguenza, per gli appassionati di birdwaching. Sull’isola, vivono oltre 85 specie diverse di uccelli, di cui tre si trovano solo qui. Sono il “pigliamosche” di Cocos, il fringuello di Cocos e il cuculo di Cocos. L’esemplare più ambito, da avvistare con il binocolo e la macchia fotografica, tuttavia, è il cosiddetto “spirito santo”, dalle piume candide che spiccano nel verde della foresta.

Tra i mammiferi, oltre a gatti selvatici, ratti, maiali e capre, discendenti degli animali domestici importati dai primi coloni e, di seguito, abbandonati al loro destino, si possono avvistare anche i leoni marini, la cui presenza, tuttavia, dipende dalla corrente de El Niño, che scalda le acque e favorisce la migrazione di questi animali dalle Isole Galapagos.

Isla del Coco, un paradiso per le immersioni

Le correnti favorevoli hanno contribuito a creare attorno all’isola i fondali più belli e popolati del mondo, con una fauna spettacolare ed unica. Attorno alle coste dell’Isla del Coco, infatti, il mondo sommerso vanta 20 diverse specie di corallo, quasi 60 tipi di crostacei, 120 di molluschi, ma, soprattutto, oltre 200 specie diverse di pesci tropicali.

Sono di casa anche le tartarughe marine, tra cui la tartaruga verde e la testuggine embricata, i delfini, le razze, le gigantesche e silenziose mante ed i pesci pappagallo. Un altro nome con cui è conosciuta l’Isla del Coco, poi, è Shark Islands, l’isola degli squali. Sono molte, infatti, le specie che frequentano i mari dell’isola.

Uno dei più belli per le immersioni è sicuramente il Manuelita Coral Garden, che si trova nei pressi di Manuelita Island, una piccola isola che sorge di fronte a Chatman Bay. La posizione protetta dalle correnti ne fa l’habitat ideale di tartarughe, mante, anguille di mare, squali pinna bianca, squali martello e, tra gli ultimi avvistamenti, anche gli squali tigre, che nuotano in uno splendido giardino di corallo.

Sul lato che si affaccia sull’oceano, poi, si trova il sito di Manuelita Outside, formato da un pendio sottomarino che scende progressivamente ed è formato da enormi massi, dove i sub possono appostarsi per osservare e fotografare tonni pinna gialla, tartarughe, squali martello e, con un po’ di fortuna, gli squali balena.

Proseguendo lungo il periplo dell’isola in senso antiorario, si incontra il sito di Viking Bay, a nord ovest di Wafer Bay. L’ambiente sottomarino è composto da una parete verticale che si distribuisce progressivamente in superfici a gradino, dimora di specie grandi e piccole, tra qui squali martello, squali tigre, aquile di mare e tartarughe.

Uno dei siti più celebri, che induce, spesso, i subaquei a tornare a Isla del Coco è Dirty Rock, una formazione rocciosa spettacolare che ospita una fauna marina eterogenea e vivace come razze, delfini, squali balena, mante e aquile di mare.

Splendida anche Punta Maria, una montagna sottomarina che si eleva fino a 90 metri da una distesa di sabbia, che vanta due spettacolari pinnacoli. Eletta “stazione di pulizia” per squali martello, annovera tra i suoi ospiti anche polpi, razze e squali delle Galapagos. All’estremo sud dell’isola, invece, si trova il sito di Big Dos Amigos, formato da un maestoso arco sottomarino che va da 70 a 110 metri. L’arco è la dimora di aragoste, dentici e pesci tropicali, razze e squali martello.

Alcune colonie del raro corallo nero, invece, si possono trovare solo a Bajo Dos Amigos, una montagna sottomarina a forma di corona, la cui profondità varia tra i 100 ed i 130 metri, che ospita pesci vela, aquile di mare, razze, mante e squali martello. Risalendo il periplo, sempre in senso antiorario, si incontra Shark Fin Rock, una roccia “a pinna di pescecane”, sede fissa di una colonia di mante e torpedini. A Bait Ball, invece, si può osservare lo strano fenomeno di enormi banchi di piccoli pesci argentei, che, nel momento della ricerca del cibo, si riuniscono formando una specie di sfera per non essere attaccati dai pesci più grossi.

Il sito di Submergen Rock, invece, è stato eletto a nursery per gli squali pinna bianca, che scelgono questo arco sottomarino variopinto per fare nascere i loro piccoli. Il luogo è molto frequentato anche da razze, delfini e squali martello.

Bajo Alcyone, poco più distante, ha la fama di essere uno dei siti di immersione più belli del mondo per la variegata fauna marina e per il superbo ambiente naturale, dove nuotano placidi delfini, pesci vela, razze, mante e squali balena, oltre a centinaia di coloratissimi pesci tropicali.

Risalendo lungo l’anello della costa, infine, si incontrano i siti di Silverado, l’unica stazione di pulizia per gli squali pinna argento, e Lobster Rock, un pinnacolo circondato da punte più piccole, che spuntano da un fondo sabbioso che oscilla dai 90 ai 120 metri, dimora dei rari pesci pipistrello, pesci rana e anguille di mare.

…continua nella seconda pagina…

 

L’Isla del Coco e il leggendario “bottino di Lima”

Secondo alcune leggende, sull’Isla del Coco si troverebbe il celebre Bottino di Lima. La storia di questo leggendario tesoro, che, ancora oggi, è oggetto di ricerca da parte di studiosi e “sognatori” ha inizio nel 1820, durante la guerra di indipendenza tra Cile e Perù.

Gli spagnoli avevano accumulato nella città di Lima una gran quantità di ricchezze e, proprio per preservarla dall’imminente attacco della città da parte dei cileni, avrebbero caricato il prezioso carico sul brigantino Mary Dear, capitanato da William Thompson. Insieme al comandante e al suo equipaggio partirono anche un sacerdote e sei soldati spagnoli che, ben presto, finirono per diventare cibo per i pesci, poiché il tesoro costituiva per Thompson e i suoi uomini una tentazione troppo forte! La nave fece così rotta per l’Isla del Coco, dove, si dice, che furono nascoste ben dodici casse colme di preziosi.

Tuttavia, il brigantino non fece in tempo a lasciare l’isola che tutto l’equipaggio venne intercettato e catturato dagli Spagnoli, venuti a conoscenza del “tradimento” di Thompson. La ciurma venne ben presto impiccata, mentre Thompson e un altro suo fedelissimo, la cui identità rimane ignota, vennero risparmiati a condizione di rivelare il nascondiglio del tesoro. Il tempo di ritornare sull’Isla del Coco che il furbo capitano e il suo secondo si diedero alla macchia, nascondendosi nella fitta vegetazione. Dopo una settimana di caccia all’uomo infruttuosa, gli Spagnoli, finiti i viveri, dovettero desistere e abbandonare l’isola. Thompson e il suo secondo vennero successivamente salvati da un’altra nave di passaggio.

Dopo qualche anno, Thompson riprese la vita di mare e, durante uno dei suoi viaggi, incontrò l’avventuriero canadese John Keating, al quale rivelò, in punto di morte, il nascondiglio di alcune delle casse del tesoro di Lima. In seguito, Keating compì tre viaggi sull’Isla del Coco. Di lui si sa che condusse una vita piuttosto agiata per il resto dei suoi giorni.

Le informazioni sull’ubicazione del tesoro passarono poi da Keating a un certo Nicolas Fitzgerald, uno spiantato che vendette le informazioni all’australiano Curzon Howe in cambio di una modesta somma. Una parte del carteggio tra i due è conservato al Nautical & Traveller Club di Sydney. Si dice, invece, che la corrispondenza completa sia stata, in precedenza, visionata da Tony Mangel, un capitano francese con la passione per i tesori nascosti che, tra il 1927 ed il 1929, si recò per due volte sull’Isla del Coco, concentrando le sue ricerche, senza risultato, su una grotta nascosta dalle maree ubicata a Sud della Baia di Speranza. La caccia al tesoro è ancora aperta!

Una cucina semplice e gustosa

La cucina costaricana più autentica si basa sui prodotti offerti dalla natura. E non poteva essere altrimenti, in un paese che ha fatto delle sue bellezze naturali e del rispetto per l’ambiente uno dei suoi punti di forza. Verdure, riso, fagioli, carne, pesce, crostacei e frutti di mare, ma anche frutta, soprattutto le banane, e i platanos, nella versione dolce e salata, sono gli ingredienti principali che si mescolano sapientemente per creare piatti gustosi e genuini.

In Costa Rica è una vera e propria istituzione il gallo pinto, un piatto preparato pressoché ovunque e in diverse varianti, tra cui riso bollito, uova, formaggio, carne e panna acida, spesso accompagnato da una salsa di fagioli scuri, cipolle e peperoni. Un altro piatto tradizionale è il casado, un piatto unico a base di riso, carne o pesce, fagioli, platani fritti e insalata di cavolo.

Semplice e nutriente anche l’arroz con pollo (riso con pollo), che si trova dappertutto a prezzi molto bassi. Molto diffusi anche gli spiedini di carne e patate, le chorreadas, tortillas di mais, e le empanadas ripiene di carne e formaggio. Nelle occasioni speciali, poi, i costaricani preparano i tamales, involtini di foglie di banana ripieni di mais e carne cotti al vapore. Assai sfiziose, specie per i bambini, le patacones, la versione costaricense delle patatine, preparare con platanos tagliati sottilissimi e fritti.

A Puntarenas e sulla costa si consuma molto pesce, naturalmente freschissimo, che può essere servito fritto, bollito o alla griglia, ma anche crudo, come nel ceviche. Può essere preparato con polpo, tilapia e cataluzzo, che vengono prima marinati in un composto di succo di lime, peperoncini, erbe e pomodori, per poi essere servito freddo. Tra i condimenti, troviamo il curtido, una salsa piccante a base di peperoncino e verdure, oppure la salsa lizano, una versione locale della Worcester.

COME ARRIVARE

Dall’Italia, è necessario prendere un volo per San Josè, la capitale del Costa Rica, per esempio con Iberia (www.iberia.com), KLM (www.klm.com), Air France (www.airfrance.it), oppure sui portali www.expedia.it, www.volagratis.com e www.edreams.it. Da qui, con un autobus di linea, si raggiunge la città di Puntarenas (circa 3 h di viaggio), da dove partono le imbarcazioni dei tour operator che organizzano crociere per l’isola. Il viaggio in barca da Puntarenas all’Isla del Coco (circa 557 km) dura circa 32 ore. Sull’isola, inoltre, è vietato pernottare e la si può visitare solo con un permesso. È quindi necessario raggiungerla attraverso un viaggio organizzato, che si occuperà di tutto, incluse le eventuali escursioni e le immersioni. Tra i tour operator italiani ci sono Profondo Blu (www.profondoblu.net), Aqua Diving (www.aquadiving.it), Ruta 40 (www.ruta40) , Nosy Tour (www.nosytour.it)

DOVE DORMIRE

Sull’Isla del Coco non ci sono alberghi e, come detto, è necessario prenotare un pacchetto organizzato che includa pernottamento e pasti sulla nave. Si può invece pernottare a Puntarenas

*Alamar Hotel*** , Paseo de los Turistas, all’incrocio con Calle 31, tel 00506. 2661 4343, www.alamarcr.com Dotato di 2 piscine, snack bar, ristorante, servizio in camera, jacuzzi e salone per eventi. Le camere sono dotate di bagno privato, aria condizionata, macchina del caffè, Tv e minibar. Alcune sono provviste di balconcino con vista mare e vasca idromassaggio. 

*Hotel Tioga****, Paseo de los Turista, tra Calle 17 e Calle 19, tel 00506.661-0271, www.hoteltioga.com) Bella struttura con piscina, ristorante, centro fitness, servizio lavanderia e agenzia di viaggi per organizzare escursioni nei dintorni. Le camere 52, alcune con vista mare, sono provviste di aria condizionata, bagno privato con doccia e acqua calda, TV via cavo, telefono con linea diretta, cassetta di sicurezza.

DOVE MANGIARE

 *La Casona, angolo tra Av 1 e Calle 9, Puntarenas. Locale molto popolare tra i locali, ricavato in una casa giallo sgargiante, riconoscibile solo da un’insegna. L’ampia terrazza ed il cortile interno sono sempre affollate di gente sia a pranzo che a cena. Il menù offre piatti della cucina tradizionale della Costa Rica, tra cui ottime zuppe.

 *Restaurant Kaite Nigro, angolo tra Av 1 e Calle 17 Puntarenas, tel 00506.2661-2093). Locale situato nella zona settentrionale della città, apprezzato per gli ottimi piatti di pesce e per le bocas, antipasti freddi. Durante i fine settimane, il cortile interno si anima con musica dal vivo e balli, che durano fino a notte inoltrata.

INFO

www.visitcostarica.it




Islanda: nell’inferno bianco, alla ricerca dell’aurora boreale

di NICOLA D. BONETTI

Un sogno inseguito da tempo in diverse parte del mondo, che diventa realtà in un luogo magico, incredibile, dove il rapporto con la natura si fa improvvisamente difficile. Un’avventura che continuerò comunque a consigliare, anche ai miei figli

Giramondo di fatto e girovago di testa, sono da sempre avvezzo ad assecondare la curiosità geografica, purché in luoghi poco (o per nulla frequentati). Ho esperienze di viaggio di vari generi in diversi continenti, spesso guidando mezzi fuoristrada: come tutti i soggetti analoghi, sono sempre convinto che il luogo più coinvolgente sia la meta, magari non ancora decisa, del prossimo viaggio.

Però, a questo punto c’è sempre un però: quando mi chiedono quale sia il luogo imperdibile che consiglierei di getto, anche se in pochi istanti mi scorrono davanti agli occhi immagini di paesaggi meravigliosi, scartando a fatica il Sudafrica, vari deserti e le Ande, la risposta è: l’Islanda.

Motivazioni semplici e occulte

Risposta che ripeto da qualche tempo: ci sono stato diverse volte, la sua geodiversità è la prima ragione, sostenuta anche dalla scarsità di popolazione, ma la motivazione profonda è nella particolarità dei paesaggi che variano in continuazione. Saranno stati gli studi universitari di geologia, in quell’isola si nota “il mondo giovane”, nato da poco e ancora in crescita, specchio di riflessioni che coinvolgono un concetto quasi filosofico di futuro.

Questo fino a quando mi è capitata una “missione invernale” che per logica sarebbe stata da rifiutare. Se non avesse rappresentato per me valore aggiunto inestimabile: la concreta possibilità di vedere l’aurora boreale, quelle “Northern lights” ricercate spingendomi dagli estremi della Lapponia al Nord del Canada, ma fino ad allora solo fugacemente intraviste sorvolando la Groenlandia e mai potute apprezzare da vicino. Dopo quest’ultimo viaggio islandese la risposta è più dettagliata: non solo l’isola, ma un particolare albergo, nell’interno.

Una nuova Land Rover

Già dal nome che, consolidato dal 1948 ma che ha forse perso in termini di comunicazione il significato letterale di “colui che vagabonda sulla terra”, è l’auto adatta. Nel caso specifico si tratta di una Discovery Sport, debitamente attrezzata con pneumatici invernali e chiodati, perché non si scherza con gli elementi.

La meta non è particolarmente turistica: stavolta non ci saranno avventure tra vulcani e ghiacci, laghi e geyser, baie delle balene, cascate e guadi. Dall’aeroporto di Keflavík, lambiamo la capitale Reykjavík seguendo al costa occidentale dell’isola, per dirigerci verso l’interno vicino alla centrale geotermica di Nesjavellir.

Luoghi dove la sensazione è di essere su qualche pianeta, come erano immaginati nei film di fantascienza degli anni ’70: il vapore si mescola alla sospensione della neve polverizzata dal vento, caduta abbondantissima la notte precedente. La neve scricchiola sotto i copertoni ma appare battuta, e al volante di una Land ci sentiamo sicuri.

Luci nel buio

In inverno la sera scende presto, scorgiamo appena qualche paesaggio mentre tutto diventa bianco attorno a noi ma anche sopra. Il vento si fa intenso e solleva la neve. L’ultima visione pochi istanti prima dell’arrivo è la costruzione che appare a sbalzo sul nulla, con le luci che la fanno sembrare un’altra stazione spaziale. La struttura avveniristica dell’ION Adventure Hotel (www.ioniceland.is ) sorprende, non meno dell’accoglienza, calorosa e cordiale.

Una piccola piscina scoperta è proprio sotto il corpo principale, che ci sconsigliano non essendo ancora del tutto riscaldata. Ma non resistiamo anche se il vento è terribile: appena tolte le ciabatte queste partono come proiettili sparendo nel nulla.

Un paio di vasche, non di più: è davvero fredda ma sempre meno dell’aria attorno. A pochi passi c’è la sauna che sembra scottare più del solito. Un po’ di relax in camera, arredata con gusto tra design ricercato e gusto nordico, prima di scendere a cena.

Desiderio esaudito

L’hotel ION è un luogo particolare: ricercato per matrimoni esclusivi, è una base per escursioni nella buona stagione, ma la sua posizione – è stato edificato su lava e rocce ricoperte da un spesso strato di muschio – sembra essere tra le più indicate per ammirare l’aurora boreale.

Ci informiamo dalla proprietaria (l’hotel è una sua creazione), e sembra che ci siano buone possibilità di vedere le “luci verdi danzanti” nel corso della serata. Dopo la cena infatti, grida all’improvviso: “Northern lights!” ma non allude al nome del bar dell’hotel: sono proprio loro. La signora balza su un tavolo per ammirarle meglio e far capire a tutti. Dopo un primo sguardo decido di rischiare, salgo di corsa in camera, afferro giubbotto e guanti ed esco all’aperto.

Il remoto desiderio si materializza: l’aurora boreale scatena una danza verde davanti agli occhi estasiati, mostrando a lungo l’incredibile creatività della natura. L’emozione è fortissima, resto ad ammirare le luci incurante del freddo e del vento fino a quando non si affievoliscono. Senza nemmeno pensare di fotografarle o filmarle: è un’esperienza da vivere e nulla renderebbe mai merito allo spettacolo.

Il risveglio

La notte è trascorsa tra l’emozione e il vento che sembra smuovere la solida costruzione: occorre alzarsi con il buio per esplorare i dintorni sfruttando le poche ore di luce.

Ma la natura, graziosamente concessasi ai nostri sguardi poche ore prima, ha pensato che non meritassimo altre agevolazioni. Il vento è esageratamente forte, la neve polverizzata inibisce la visibilità, la Land Rover è ricoperta di ghiaccio come se fosse stata sotto una cascata magica.

Le informazioni – sempre indispensabili in Islanda – avvisano che le strade interne sono state chiuse perché la tempesta non calerà per tutto il giorno e peggiorerà in serata.

Inferno bianco

Si cambia programma, partendo direttamente per la capitale, ma la situazione si fa presto drammatica. Il motore, raffreddato dal vento, non va in temperatura, quindi non esce aria calda dal climatizzatore. La visibilità è minima, anche sotto i due metri e il vento sposta l’auto anche mentre vorrei stare fermo. Con altri mezzi improvvisiamo un piccolo convoglio, assistiti da una rude Land Rover Defender attrezzata a spazzaneve.

Dopo sei ore con gravi rischi, tra infinite soste al gelo e minimi avanzamenti abbiamo percorso poco più di una quindicina di chilometri. Negli ultimi tratti, con meno neve sollevata dal vento, scorgiamo varie vetture, comprese grosse fuoristrada anche ben preparate con pneumatici da big-foot, finite fuori dalla traccia: adagiate lungo le scarpate o nei campi sottostanti e lì abbandonate. I mezzi di soccorso sono cingolati oppure massicce scavatrici gommate e con catene.

Torno bambino

Tutte le strade in uscita dalla Capitale sono sbarrate. Mi rendo conto che è andata davvero bene, sentendomi al sicuro al raggiungimento della costa, dove il vento solleva l’acqua del mare ma finalmente non più la neve.

L’ultimo tratto verso Reykjavík ci permette di riconciliarci se non con il clima dell’isola, comunque ben più mite che all’interno, almeno con quello dell’auto: e il riscaldamento funziona. Trovando un luogo adatto, mi metto a “giocare” con la vettura, buttandola di traverso e correggendo le sbandate come si usa nella guida nordica. In realtà esercizi che pratico fin da ragazzo tutte le volte che posso: piacere prima precluso per l’assenza di visibilità. Infine in città si costeggia la massiccia costruzione Harpa: la concert hall presto diventata un simbolo architettonico della capitale.

Quattro passi

Essendo partiti di fatto ancora di notte, arriviamo nella capitale con ancora un minimo di luce. Lasciata l’auto e i bagagli in albergo, all’Hotel 101 che esternamente sembra una vecchia centrale di polizia di qualche Paese dell’Est ma all’interno è confortevole. E soprattutto è in posizione strategica: si esce a piedi per camminare in centro. La temperatura, essendo protetti dal vento, è assolutamente accettabile: poche gocce di pioggia non danno fastidio e mi sento addirittura troppo coperto.

Passeggio anche lungo Laugavegur, la via dei negozi allestite per le feste natalizie, e mi spingo davanti alla chiesa principale Hallgrímskirkja, unico edificio alto della città. La cui architettura ricorda le colate laviche “a colonne” ma è cordialmente brutta: almeno in quel momento proiettano sulla facciata le immagini di un vulcano in eruzione.

Ma non saranno queste a rimanere nella mia mente: il sogno di vedere l’aurora boreale si è materializzato, restando impresso in modo indelebile nella memoria. Con la soddisfazione integrativa dello spettacolo della natura che il giorno seguente ha celato l’Islanda ai miei occhi. Radicando la convinzione che fosse il prezzo da pagare per aver visto troppo nella magia di quell’incredibile notte nordica, per pochi privilegiati.

INFO

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LA “COMPAGNA” DI VIAGGIO

L’auto ci è piaciuta: elegante e guidabile, è spaziosa e compatta, pratica e dinamica. Incarna il ruolo dovuto al doppio nome Discovery Sport e si conferma all’altezza del doppio cognome Land Rover.

Tecnologicamente avanzata, dall’infotainment alla sicurezza, con diversi sistemi di assistenza: Wade sensing che misura la profondità del guado, Hill descent control che mantiene la velocità predeterminata in discesa, Gradient release control che rilascia i freni progressivamente nelle partenze in salita, Roll stability control per limitare il rischio di ribaltamento, Dynamic stability control che corregge sovra e sottosterzo con azione sulla coppia motrice e sulle singole ruote, Electronic traction control che limita lo slittamento, Engine drag torque control che impedisce il bloccaggio delle ruote in caso di eccessivo freno motore con scarsa aderenza mediante l’aumento della coppia alle ruote.

E uno specialistico per la mobilità su qualsiasi fondo, chiamato Terrain Respose: utilissimo nella nostra missione. Con motori a gasolio o a benzina entrambi mild hybrid, e a benzina plug-in hybrid, con prezzi da 39 mila a 67.350 euro.

SCHEDA TECNICA

Dimensioni: 460/207/173 cm

Potenza: 180 CV a 4.000 giri

Coppia: 430 Nm da 1.500 giri

Velocità massima: 220 km/h

0-100 km/h: 7,7 secondi

Consumo medio: 7,6 l/100 km (13,1 km/l)

Emissioni di CO2: 199 g/km

(Versione D180: 2.0 Diesel)

 

 




Paradisi (quasi) perduti. Dieci luoghi da sogno che rischiano di scomparire

È una TOP TEN un po’ diversa quella di questa settimana. In questa classifica abbiamo deciso di includere dieci luoghi del mondo che rischiano di scomparire o di mutare completamente il loro aspetto e la loro natura a causa dei cambiamenti climatici.

Alcuni ve li abbiamo già presentati, di altri vi parleremo prossimamente. La maggior parte sono isole, sì, quelle isole da sogno dove la mente ama vagare e fantasticare quando siamo stanchi e desiderosi di evasione, più o meno note, altri sono parchi nazionali, che da santuari della biodiversità rischiano di diventare deserti a causa dell’innalzamento delle temperature o del disboscamento.

1.Kiribati

Sono il primo luogo del mondo a dare il benvenuto al nuovo anno, ma rischiano di non arrivare al 2100. Sono le isole Kiribati, un arcipelago di 33 isole, di cui solo 21 abitate, che si trova nella regione pacifica della Micronesia, a Est dell’Australia e della Nuova Zelanda e a Ovest della Hawaii. Sono divise in tre gruppi: le Gilbert Islands, le Phoenix Islands e le Line Islands (o Sporadi Equatoriali). Su 33 isole, 32 sono atolli la cui altezza massima sul livello del mare è di pochi metri.

Negli ultimi anni, il livello dell’Oceano si è notevolmente alzato e più di un’isola delle Kiribati è stata sommersa dalle acque. Già negli anni Novanta sono state inghiottite dal mare le isole di Abanue e Bikeman, mentre, entro il 2025 rischia di scomparire anche la Millennium Island, famosa perché, è stata la prima a festeggiare l’entrata nel nuovo millennio.

Quello che rende uniche le Kiribati è che sono il primo luogo al mondo a vedere l’alba del nuovo giorno e, di conseguenza, anche quella del nuovo anno. Il pericolo di essere sommersi dall’Oceano è così reale e affatto remoto che è già pronto un piano di migrazione di massa per i 103 mila abitanti delle Kiribati, tra accordi con i governi dei paesi circostanti e acquisto di terre nelle isole Fijii.

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2. Tuvalu

Anche l’arcipelago delle Tuvalu, una manciata di isole e atolli situati nel Pacifico, tra l’Australia e le Hawaii rischiano di essere sommerse dalle acque dell’oceano, sia per l’innalzamento delle acque che per l’erosione del suo territorio. Proprio per questo motivo, è la seconda nazione meno popolata al mondo, poiché molti abitanti le hanno abbandonate diventando “migranti ambientali”.

Ma che cos’è che le mette cos’ a rischio? Prima di tutto la sua estensione ridotta. Con una superficie di appena 26 kmq è il quarto Stato più piccolo del mondo, dopo Città del Vaticano, il Principato di Monaco e Nauru. Il secondo fattore è la loro conformazione di atolli corallini, con un’altezza massima sul livello del mare di poco più di 4 metri, soggetti alla forza delle maree e agli effetti della salinità del mare.

La crescita del livello del mare, oggi, viene stimato di 1-2 mm all’anno. A questo ritmo, le Tuvalu potrebbero essere sommerse dall’oceano nell’arco di 50-100 anni. Per tentare di strappare la terra al mare, il governo ha adottato il principio dello sviluppo sostenibile per ridurre la propria dipendenza dal petrolio e ha lanciato ripetuti appelli ai paesi industrializzati, affinché limitino le emissioni di gas serra.

Se tutto questo non dovesse bastare, inoltre, è già pronto un piano di evacuazione che prevede il trasferimento degli abitanti in Nuova Zelanda e nelle isole vicine, secondo accordi presi con i rispettivi governi.

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3. Isole Salomone

In comune con le altre isole che rischiano di scomparire c’è la posizione nel Pacifico e la natura corallina degli atolli. Anche le splendide Isole Salomone, un arcipelago di ben 992 isole, di cui solo 347 abitate, sono tra i paradisi tropicali che rischiamo di perdere. A differenza con gli altri stati insulari, tuttavia, le Salome hanno un triste primato: cinque atolli corallini dell’arcipelago sono già stati inghiottiti dalle acque dell’oceano e altri undici sono vicini ad essere cancellati per sempre dalle mappe geografiche.

La causa è sempre la stessa: il riscaldamento globale, ma gli scienziati hanno rilevato che alle Salomone, a causa della posizione, del moto ondoso e della conformazione degli atolli, il livello del mare cresce a un ritmo più veloce rispetto alle isole vicine. Dal 1994 in poi, infatti, le acque sono cresciute a un ritmo di 7-10 mm all’anno, uno degli incrementi più alti registrati in tutto il pianeta.

A farne le spese non solo gli abitanti, che oltre alla devastazione portata dalle acque devono combattere anche contro le conseguenti epidemie, ma anche la delicata biodiversità. Le acque del Pacifico, ogni volta che si scatenano, portano con sé piante e animali presenti solo qui. Le Salomone, infatti, vantano la seconda barriera corallina più bella del mondo dopo quella delle Maldive.

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4. Isole Marshall

Lo Stato delle Isole Marshall appartiene alla regione oceanica della Micronesia e si compone di 29 atolli e 5 isole. Le isole coralline, invece, sono circa un migliaio e vanno a comporre due gruppi, conosciuti come Ralik, “isole del tramonto” e Ratak, “isole dell’Aurora”.

In comune con le altre isole di cui abbiamo scritto sopra hanno la scarsa altitudine, appena 2 metri sul livello del mare, che causa, di anno in anno, la perdita di territorio dovuto al riscaldamento globale e alla conseguente crescita del livello delle acque dell’Oceano. Si parla di un arco di tempo che va dai 10 ai 30 anni, quanto resta per “salvarle”, insieme ai circa 70 mila abitanti, che rischiano di diventare “rifugiati climatici”.

La natura delle isole è vulcanica e corallina, ma la maggior parte di esse è di piccole dimensioni, con un territorio “piatto”, letteralmente a pelo d’acqua. Gli scenari sono quelli di un paradiso terrestre, tra lagune, lingue di sabbia, acque cristalline e una vegetazione rigogliose. Tuttavia, la peculiarità delle Isole Marshall è la suo straordinaria biodiversità. Basti pensare che sugli atolli e nelle acque che li circondano vivono circa 250 varietà di corallo, più di 1000 specie di pesci diverse, oltre 70 specie di uccelli e tutte e cinque le specie di tartarughe esistenti al mondo.

Dell’ arcipelago delle Marshall fa parte anche l’atollo di Bikini, tristemente famoso per essere stato oggetto, tra il 1946 e il 1958, di esperimenti nucleari da parte degli Stati Uniti. Le radiazioni hanno poi reso necessaria l’evacuazione della popolazione. Oggi, l’atollo è stato posto sotto tutela dall’UNESCO che lo ha incluso nei siti Patrimonio dell’Umanità.

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5. Maldive

Ebbene sì, anche le Maldive, una delle destinazioni “da sogno” preferite dagli italiani, sono a rischio. Due sono le minacce contingenti per questo paradiso di 26 atolli, nati da 1190 isole coralline, di cui 93 occupate da villaggi turistici e resort, disseminate nell’Oceano Indiano, tra lo Sri Lanka e le Seychelles. Il primo è rappresentato dall’innalzamento delle acque. Il territorio delle Maldive è composto per il 99% da acqua, mentre l’altezza delle terre emerse non supera i 2 metri.

L’innalzamento degli oceani dovuto all’aumento delle temperature e al conseguente scioglimento dei ghiacci ai poli mette quindi a serio rischio l’esistenza stessa di queste isole, al punto che potremmo vederle sparire, inghiottite dal mare, tra il 2030 e il 2050. Il rischio maggiore, che renderebbe le Maldive invivibili, sarebbe “l’invasione” delle acque salate dell’oceano nelle falde acquifere potabili degli atolli. Tuttavia, anche operazioni come la costruzione di barriere e terrapieni artificiali per arginare l’avanzata delle acque, oltre che molto costosi, si sono rivelate rischiose per il delicato equilibrio della flora, della fauna e delle barriere coralline.

La seconda emergenza è rappresentata dallo smaltimento dei rifiuti Per avere un’idea della portata del problema, basti pensare che i 10 mila turisti che arrivano alle Maldive ogni settimana producono 3,5 kg di rifiuti al giorno, che si sommano a quelli prodotti dai 142 mila abitanti, circa 330 tonnellate di spazzatura al giorno. Questo enorme quantitativo, che negli ultimi decenni comprende anche materiale molto inquinante, composto dai rifiuti tecnologici, confluisce sull’isola di Thilafushi, di fatto una grande discarica galleggiante istituita dal governo maldiviano nel 1991, a soli 8 km dalla capitale Malé.

Lunga 7 km e larga 200 metri, Thilafushi si estende per circa 50 ettari, ma cresce di anno in anno proprio alimentata dai rifiuti. E il rischio è che l’innalzamento delle acque finisca per “portare via” i rifiuti più vicino alla costa, con conseguente contaminazione delle acque e di agenti inquinanti nella catena alimentare del delicato ecosistema della barriera corallina.

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…continua nella seconda pagina…

6. Isole Fiji

Conformazione simile, stesso “posto nel mondo”, anche le meravigliose Isole Fiji, Stato insulare dell’Oceania, composto da 322 isole, di cui solo 106 abitate, e 522 piccoli isolotti, rischiano di soccombere a causa dell’innalzamento delle acque del mare. Una ricerca dell’Università del Pacifico del Sud, infatti, hanno evidenziato come, nell’ultimo decennio, il livello del mare si è alzato più in fretta che in qualsiasi altro decennio del secolo scorso. Secondo le previsioni, entro il 2050, il livello del mare sarà più alto di circa mezzo metro rispetto a oggi.

Tuttavia, i primi effetti dei cambiamenti climatici hanno già iniziato a farsi sentire. Tra le prime “vittime” ci sono gli abitanti del villaggio di Vunidogoloa, che hanno dovuto abbandonare le loro case per trasferirsi a circa un chilometro e mezzo di distanza, sulla cima di una collina. Il cedimento del tratto di barriera corallina che faceva da baluardo tra l’oceano e il loro villaggio, dovuto all’erosione, ha permesso alle acque di sommergere quello che prima era il centro abitato.

Lo stesso rischio lo stanno correndo gli abitanti del villaggio di Karoko, nella penisola di Kubulau, e quelli del villaggio di Vunisavisavi, che si vedono arrivare l’acqua dell’oceano fino alla porta di casa quando c’è l’alta marea. Nel villaggio di Nukui, invece, ad appena un’ora di barca dalla capitale, a causare danni è il vicino fiume, che rompe gli argini tutte le volte che viene ingrossato dalle acque del mare.

7. Isole Carteret (Papua Nuova Guinea)

Questo ex paradiso al largo della Papua Nuova Guinea vanta un triste primato: i suoi abitanti sono stati i primi profughi ambientali “ufficiali” al mondo. Negli anni Ottanta la popolazione era circa di 3300 persone, ma ora le isole sono quasi del tutto disabitate e gli abitanti costretti a trasferirsi in massa nella vicina isola di Bougainville, a circa 80 km.

In origine, l’arcipelago era formato da sei isole, poi Huene è stata spaccata in due dalle mareggiate, mentre le isole di Han e Piun sono quasi completamente state sommerse dalle acque dell’oceano, cresciute di 10 cm in 20 anni. Un problema che ha contribuito alla “fuga” degli abitanti è stata anche la perdita di fertilità del terreno, “invaso” dalle acque salate del mare.

L’aumento della salinità ha comportato la perdita di alberi di banane e noci di cocco, tra le principali fonti di sostentamento della popolazione, abituata a vivere di autosostentamento e seguendo i ritmi della natura. L’acqua salata, poi, ha raggiunto anche i pozzi, costringendo gli abitanti a raccogliere l’acqua piovana. Questo avrebbe causato un aumento di casi di malaria sulle isole

8. Seychelles

Anche le Seychelles, paradiso turistico circondato dall’Oceano Indiano, rischiano di scomparire a causa del global warming. In particolare, a soffrire è la splendida barriera corallina che protegge le isole dall’invasione delle acque, che a causa dell’aumento delle temperature e dell’acidificazione delle acque diventa sempre più fragile, perdendo la sua funzione “difensiva”.

Il fenomeno, chiamato “sbiancamento” dei coralli, avviene quando le acque del mare sono troppo calde e i coralli espellono le alghe zooxanthellae che vivono al loro interno. Se le temperature non si abbassano in un tempo ragionevole, calcolato in poche settimane, il corallo muore. Il suo “scheletro” diventa poroso e fragile e la barriera corallina si erode e cede. Le terre emerse, quindi, sono più soggette a mareggiate e inondazioni.

Gli studiosi hanno calcolato che El Niño, cioè la violenta perturbazione che colpisce periodicamente l’Oceano Pacifico, alterandone le temperature, nel 1998 e nel 2008 ha causato la morte del 90% dei coralli. Questo perché, nonostante sia prevedibile, il fenomeno non è stato “alternato” a un periodo di riadattamento delle temperature e i coralli non hanno fatto in tempo a riprendersi.

L’innalzamento generale delle temperature ha poi portato nelle isole una grave siccità, con ripercussioni sulla pesca e sull’agricoltura, attività di sostentamento principale per gli abitanti delle isole.

9. Sao Tomé e Principe

A differenza delle altre isole citate, la Repubblica Democratica di São Tomé e Principe non rischia di essere sommersa dalle acque, ma di perdere la sua meravigliosa biodiversità per mano dell’uomo. Situata lungo l’Equatore, a 300 km al largo della costa del Gabon, nel Golfo di Guinea, nell’Africa occidentale, si compone di due isole principali, São Tomé, che ha una superficie di 836 kmq, e Principe, di appena 128 kmq più sette isolotti rocciosi.

Proprio le dimensioni ridotte delle isole hanno fatto sì che, più che in altri luoghi, qui i cambiamenti ambientali abbiano messo a serio rischio l’ecosistema, la biodiversità e gli stessi abitanti. L’emergenza di São Tomé si chiama deforestazione. E la colpa è delle multinazionali che hanno sostituito la foresta equatoriale con piantagioni di palme da olio. Il prodotto principale di queste piante, l’olio di palma, infatti, è economico, redditizio e versatile, e può essere utilizzato in tutto il mondo non solo nell’industria alimentare, ma anche in un’infinità di prodotti, tra cosmetici, dentifricio, detergenti e biodiesel. Il tutto, però, a discapito della natura e dell’ambiente.

All’origine del problema ci sarebbe in non rispetto da parte delle multinazionali delle concessioni e dei vincoli ambientali. Un’inchiesta della sezione francese di Greenpeace, partita in seguito alle proteste degli abitanti di São Tomé ha rilevato come siano state abbattute zone di foresta non comprese nella concessione e che le coltivazioni di palme da olio si siano estese su terreni utilizzati dalla popolazione per l’agricoltura di sussistenza, in particolare nelle aree adiacenti al Parco Nazionale di Obo

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10. Glacier National Park

Il Glacier National Park, in Montana (USA), è un altro dei gioielli naturali che rischiano di scomparire a causa del riscaldamento globale. Con i suoi 4045 kmq è uno dei parchi più grandi degli Stati Uniti e nel suo territorio comprende due catene montuose, più di 130 laghi, cascate, centinaia di fiumi, panorami mozzafiato, più di mille specie di piante e centinaia di specie di animali diversi, tra cui grizzly, orsi neri, puma e ghiottoni.

Per capire la gravità della situazione, basti pensare che nel 1850, nel territorio del parco erano presenti 150 ghiacciai. Oggi ne sono rimasti soltanto 25. E si pensa che anche questi siano destinati a scomparire entro il 2030. La situazione viene monitorata dal Northern Rocky Mountain Science Center, che, a partire dal 1997, ha scattato una serie di fotografie per documentare lo scioglimento dei ghiacci, con risultati preoccupanti

Temperature estive che a duemila metri superano i 30°C, un aumento di 1,8°C superiore all’incremento medio globale, estati più lunghe e fiumi che si ingrossano alimentati dai ghiacciai sciolti hanno modificato l’ambiente naturale, mettendo a rischio le specie animali e i loro bioritmi.

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Nantes, la città della fantasia

Di Isabella Brega. Foto di Maurizio Fabbro

Quando un viaggio ti cattura e ti regala spazi per sognare e tempo per riflettere ascolti la sua voce e i suoi segreti, accetti di perderti, di confrontarti con l’ignoto, con i suoi ritmi e le sue regole. A mano a mano che ti allontani dall’abitudine cominci a conoscere e a sperimentare nuovi linguaggi, nuove possibilità di raccontare il mondo. Sospendi il tempo del quotidiano, metti in pausa il fragore assordante dei doveri, ti senti più leggero e riannodi quei fili spezzati che ci fanno ritrovare e arricchiscono il nostro io.

A Nantes, la città bretone affacciata sulle rive della Loira, il filo di Arianna da seguire è una sottile linea verde disegnata per terra. Il filo della storia, dell’arte e della fantasia, che sottende il passato e ridisegna il futuro e che nei suoi 12 chilometri di lunghezza inanella i luoghi e i monumenti che caratterizzano la città natale dello scrittore Jules Verne, l’autore fra gli altri del Viaggio al centro della Terra e di Ventimila leghe sotto i mari.

Vue aérienne de Nantes, pointe de l’île de Nantes. © Régis Routier | Ville de Nantes

Fino al XIX secolo città sfilacciata da due fiumi, la Sèvre e l’Erdre, Nantes è fiorita sul suo porto, opulento e feroce, il primo di Francia, con i suoi cantieri navali e il traffico di merci, ma anche sul dolore degli schiavi, scambiati con caffè, cotone e zucchero di canna provenienti dalle colonie come Haiti, Santo Domingo, Martinica e Antille.

Città d’acqua che sa di burro e di sale

Nantes sa di burro e di sale. Gli ingredienti dei suoi celebri biscotti LU –nella cui ex fabbrica, con la sua torre tutta stucchi, oro e colori pastello, è stato ricavato il centro culturale polivalente Lieu Unique – ma anche la fragranza bon-ton dei fastosi palazzi degli armatori nantesi su quella che un tempo era l’isola cittadina Feydeau, che divideva in due la Loira, mentre la sapidità le viene dalle provocazioni dell’arte contemporanea non meno che da quell’oceano che si respira nel vento e si percepisce nel suo cielo, smaltato e terso come solo le città di mare sanno regalare. È invece l’ultimo tratto della Loira, nel quale si insinua l’irrequietezza selvatica del mare, a regalarle una dolcezza languida e malinconica.

Sostenibile e creativa

Chiusi negli anni Ottanta i cantieri navali, superata una grave crisi economica, la città ha saputo reinventarsi e ridisegnare il proprio futuro, conquistando il primato di città più vivibile di Francia. Ha deciso di puntare sul turismo, soprattutto quello sostenibile, investendo in piste ciclabili, battelli elettrici, camere d’albergo eco-certificate e parchi (ogni abitante ha a disposizione 57 metri quadrati di verde), ha recuperato il suo centro storico e creato una vasta area pedonale.

Ha messo a punto un efficiente sistema di mezzi pubblici, ma soprattutto si è messa in discussione e si è reinventata come luogo di creazione, condivisione e sperimentazione artistica, ben rappresentato dalle opere d’arte contemporanea della biennale Estuaire e dal festival Le Voyager à Nantes, lungo due mesi. Un luogo dove le istallazioni artistiche disseminate nelle sue vie, nei suoi spazi pubblici e lungo il canale della Loira non sono vissute dai suoi abitanti come corpi estranei, meri accessori decorativi, ma sono connessi allo spirito della città e intessuti nell’ordito urbano.

Il salotto buono di Nantes

Il quartiere medievale di Bouffay, con i suoi ristoranti, i bar, i negozi e le casette a graticcio che abbracciano la cattedrale dei Ss. Pietro e Paolo, prezioso scrigno gotico della sontuosa tomba di Francesco II e Margherita di Foix (1507), e il candido palazzo rinascimentale , imprigionato dalle mura, di quell’Anna di Bretagna, due volte regina di Francia, sono la meta ideale del primo giorno di un weekend alla scoperta di questa poliedrica città. La cui storia può essere completata dal salotto buono della borghesia di Nantes nel XVIII-XIX secolo, il quartiere di Graslin, con i suoi ampi viali, le piazze ornate da fontane alle quali si aggrappano ninfe e dei, l’Opéra neoclassica, il Passage Pommeraye, bomboniera di putti, scalinate e negozi, e il tempio della gastronomia locale, La Cigale, delirio ornamentale art nouveau, Muscadet frizzante e bechamelle.

INFO NANTES

Dove dormire: Sōzō Hotel nel cuore di Nantes, è un boutique hotel 4 stelle dall’atmosfera unica, infatti è stato ricavato da una cappella di fine ‘800, Notre-Dame-desAnges, ospita 24 camere e suites personalizzate  www.sozohotel.fr

Eventi futuri: la città è il punto di partenza di un nuovo itinerario originale che porta da Rennes a Saint-Malo, fino a Mont-Saint MIchel. Un percorso fra tesori, arte e storia, mix di verità oniriche  e di sguardi contemporanei. www.nantes-tourisme.com ; inoltre ogni anno Nantes si anima grazie al Voyage à Nantes, che si rinnova ogni anno con idee e artisti sempre diversi www.lwvoyageanantes.fr

Come arrivare: voli diretti da Milano, Roma, Venezia, Napoli e Pisa

 

CHI E’ ISABELLA BREGA

Isabella Brega, journalist, executive editor of Touring Magazine, pictured in her office

Nata a Milano, dopo gli studi in Lettere Moderne, dal 1987 lavora nella redazione delle riviste del Touring Club Italiano. Dal 2012 è caporedattore centrale di Touring, edita dal TCI. Per i periodici ha scritto numerosi servizi di carattere socio-geografico. Per le edizioni White Star ha pubblicato: Canyon Country (1995); Atlanta (2000); Las Vegas (2000); Washington (1997); Scozia (1996); Egitto (2000); Argentina (2007), tradotti in varie lingue. Per l’editore Archideos: Ville esclusive & Resort (2003) e Ville del lago (2011)…ultimo, per  Edizioni Albeggi: La verità di Elvira – Puccini e l’amore egoista (2018).

Continua la lettura con il secondo giorno a Nantes.




Isla del Coche (Venezuela), l’isola del vento e del sale

Una meta insolita, quella di questa settimana, ma sicuramente da mettere nella lista dei viaggi da fare “per una volta”. C’è veramente tutto sull’Isla de Coche, un lembo di terra di appena 55 mq che affiora dal Mar dei Caraibi: buona cucina, storia, divertimento, relax, sport acquatici, ma soprattutto, la lentezza e la consapevolezza di essere ancora lontani dalle classiche mete del turismo di massa.

L’isola appartiene politicamente al Venezuela. In particolare, è parte dell’unico stato insulare del paese, Nueva Esparta, che comprende anche la chiassosa e animata Isla Margarita, meta preferita dei turisti di tutto il mondo, che dista appena 20 km via mare, e la piccola e quasi disabitata Cubagua. Dalla parte opposta, invece, l’isola “guarda” la ricca Penisola di Araya, nello Stato di Sucre, famosa per le sue “miniere” di sale e per la vivacità culturale delle sue città, tra cui Carupano, dove, ogni anno, si tiene il Carnevale più bello e sontuoso di tutto il Venezuela.

L’itinerario che vi proponiamo questa settimana porta proprio alla scoperta di questa piccola isola dalle spiagge bianchissime e dalle acque cristalline, paradiso per coloro che desiderano trascorrere una vacanza in completo relax, lontano dalla “pazza folla” e in armonia con la natura.

Alla scoperta di San Pedro de Coche

Il territorio della piccola Isla de Coche è prevalentemente pianeggiante e gode di un clima piuttosto secco. Le saline e le spiagge più belle si concentrano a ovest, mentre, a nord, i paesaggi sono splendidi canyon rocciosi disegnati dal vento, che hanno ispirato pittori e poeti. A sud, invece, si trova la capitale, San Pedro de Coche. La parte meridionale dell’isola è collegata alla parte nord da una strada asfaltata che si può percorrere anche in bicicletta.

Proprio la “due ruote” è il mezzo migliore per visitare l’isola. Le ridotte dimensione del Coche, infatti, consentono di visitare le principali attrattive in circa due ore. Cominciamo allora il nostro itinerario da San Pedro, la capitale.

San Pedro è la tipica cittadina turistica, tranquilla, colorata, che si affaccia su uno dei mari più belli dei Caraibi, costellata da deliziosi negozietti e piccoli ristoranti, dove gustare pesce sempre fresco, crostacei ed altre specialità della cucina locale. Il fulcro della capitale è Plaza Bolivar, dove si affaccia la Chiesa di San Pietro, patrono della città.

Una delle attrazioni più visitate della capitale è la singolare Pietra del Piache, una grotta naturale sormontata da una grossa pietra, che funge da tetto. La grotta ospita anche una statua della Madonna. Una leggenda, piuttosto nefasta, narra che il giorno in cui la pietra cadrà a terra, l’intera isola sarà inghiottita dal mare.

Un’altra bella escursione è quella al Cimitero delle ostriche, che si trova nel porto naturale di El Bichar. Si tratta di un luogo molto singolare, caratterizzato da piccole colline di conchiglie, dalle forme bizzarre, risultato del lavoro di un’impresa di allevamento e lavorazione di molluschi. Una volta che gli animali hanno, per così dire “lasciato” le loro conchiglie, queste vengono accatastate fino a formare, nel tempo, le bizzarre colline.

Relax sulle spiagge più belle del Coche

Spostandosi dalla capitale, in direzione nord lungo la costa, si attraversa un paesaggio piuttosto arido, con una vegetazione ridotta a cactus e a qualche arbusto. All’estremità occidentale, si trova la meravigliosa Playa de La Punta, la più grande dell’isola, una distesa di sabbia candida, che si affaccia su un mare trasparente e, per la tranquillità delle sue acque, accarezzate dalle brezze marine, è il luogo ideale per praticare sport acquatici, come il kitesurf e lo snorkeling.

Proseguendo ancora in direzione oraria, si incontra la suggestiva laguna delle salinas, in passato, come nel presente, fonte di sostentamento per l’economia dell’isola, insieme alla pesca e al turismo. Alle spalle delle saline si staglia un paesaggio mozzafiato di pianure deserte che, a mano a mano che ci si avvicina al centro abitato de La Uva, si trasforma in un bassorilievo di colline dagli incredibili colori, che spaziano dal color terracotta all’argento e al viola.

Quasi alla stregua di un diamante incastonato tra queste morbide alture, la selvaggia Playa de El Coco è un prezioso gioiello della natura. Più piccola, per estensione, rispetto a La Punta, offre, intense suggestioni visive, per quel suo spuntare all’improvviso dalle scogliere scolpite dal vento. Qui si può godere della visione di tramonti infuocati e di orizzonti infiniti, dove il cielo ed il mare si toccano, fino a sembrare un tutt’uno.

Poco distante, si trova anche la piccola e romantica Playa El Amor che, come sembra suggerire il nome, è assai adatta alle coppie in luna di miele per l’atmosfera intima ed accogliente. La spiaggia è cinta in un duplice abbraccio dalle scogliere e da un mare cangiante, che spazia dall’azzurro al blu intenso.

Proseguendo ancora, lungo il periplo dell’isola, si incontrano, in successione, i centri abitati di El Guamache, El Amparo e Guinima, tutti di piccole dimensioni.

Sapore di sale, l’affascinante storia delle saline del Coche

L’economia dell’Isla de Coche, oggi come nel passato, si fonda essenzialmente sulle riserve naturali che, nel caso della piccola isola, sono rappresentate dal mare e dalle saline. Un binomio ben azzeccato, che ha consentito di sviluppare, da un lato, il commercio sia di pesce fresco che di pesce conservato e, dall’altro, del sale. Le saline sono collocate nella parte nord orientale dell’isola, a pochi chilometri dalla capitale, San Pedro e la qualità del loro sale è famosa in tutto il paese. Speciali imbarcazioni trasportano il sale, appena estratto dalla laguna, sulla terraferma, dove viene depurato e lasciato ad essiccare, prima di essere confezionato e preparato per il commercio. Tuttavia, in passato, proprio il sale ha scatenato una vera e propria lotta per il possesso di questo “oro bianco”.

La storia dell’Isla de Coche, in questo senso, è assai simile a quella della Penisola di Araya, nello Stato di Sucre, che si trova sulla costa proprio di fronte all’isola e dispone di una vasta laguna salina. I primi europei ad arrivare nella zona, nel 1499, furono gli Spagnoli, attratti dai giacimenti di perle. Anche le saline del Coche furono colonizzate, poiché il fondo della laguna era assai ricco di perle. Gli Spagnoli, tuttavia, non focalizzarono la loro attenzione sul sale, che in Europa era molto richiesto per la conservazione dei cibi.

Al contrario, gli Olandesi, più consapevoli della ricchezza che avevano a portata di mano, agli inizi del XVI secolo cominciarono l’estrazione del sale sotto gli occhi degli Spagnoli, troppo concentrati sulle perle. Agli olandesi si aggiunsero anche gli inglesi. Quando, alla fine del secolo, i giacimenti di perle andarono esaurendo, finalmente, gli spagnoli cominciarono a rendersi conto sia dell’importanza delle saline, sia del fatto che altri se ne stavano servendo da diversi decenni. La situazione diede origine a una serie di battaglie tra i colonizzatori europei.

Gli spagnoli, allora, nel 1618, decisero di costruire sulla Penisola di Araya un’imponente fortezza, la cui costruzione si protrasse per 50 anni. Una volta completata, nel 1726, un violento uragano trasformò la laguna salina in un golfo, rendendo, di fatto, impossibile la raccolta del sale. Stessa sorte subirono le saline del Coche, ma le acque si ritirarono prima rispetto alla terraferma, consentendo la ripresa dell’attività.

Gli spagnoli, perso ogni interesse economico, decisero di abbandonare la zona, non prima di avere raso al suolo la fortezza. Ogni tentativo si rivelò vano e, finite le munizioni e la polvere da sparo, lasciarono la Real Fortaleza de Santiago de Léon de Araya a vigilare le acque dell’oceano. Oggi, le salinas della penisola di Araya, insieme a quelle del Coche, sono le producono circa mezzo milione di tonnellate di sale all’anno, la più corposa di tutto il Venezuela.

In tavola sapori indigeni ed europei

Tra i piatti nazionali, figurano le arepas, frittelle di mais farcite con qualsiasi ripieno possa venire in mente: formaggio, manzo, salsiccia, uova, ma anche gamberetti, polpo, insalata o avocado.

Un altro spuntino sostanzioso è rappresentato dalle empanadas, fagottini di pasta ripieni di carne, formaggio o pollo, che vengono fritti in abbondante olio. L’hervido, invece, è una minestra di pollo, manzo, carote, patate e altre verdure, anch’essa molto ricca.

Passando ai piatti di carne, una vera prelibatezza è il lachon, il maialino da latte allo spiedo, farcito con riso, legumi, carne di maiale trita. Il muchacho, invece, è un arrosto di manzo in salsa, mentre il sanchoco, è uno stufato di manzo, pollo, pesce e verdure.

Il piatto nazionale, invece, è il pabellón criollo, un piatto unico a base di manzo, riso, formaggio, fagioli neri e tajada, platano maturo fritto. Assai celebre il parrilla venezuelano, la carne alla griglia, diffusa pressoché ovunque.

Sull’isola del Coche, la parte del leone la fanno i piatti di pesce, come la sopa de pescado, la classica zuppa di pesce, il pescado frito, un gustoso fritto misto, l’árroz con mariscos, il risotto ai frutti di mare, e dolci, come il turron de coco, a base di cocco in scaglie, e l’arroz de coco, riso dolce con cocco in scaglie.

Tra le bevande, i succhi di frutta costituiscono una vera delizia per il palato e per combattere il caldo. Dolce e corposa, la chicha è una bevanda dolce, densa e lattiginosa, preparata con riso e zucchero, mentre il papélon con limon è un dissetante a base di zucchero e succo di limone.

COME ARRIVARE

Dall’Italia non ci sono voli diretti per l’Isla de Coche. Si può volare a Caracas e, una volta qui, prendere un volo interno per l’Isla Margherita e poi un traghetto per l’Isla de Coche. Tra le compagnie che volano in Venezuela ci sono Iberia (www.iberia.com), Air France (www.airfrance.it), e KLM (www.klm.com ).

DOVE DORMIRE

*Hotel Punta Blanca****S (Playa La Punta, tel 0058 424 1421831, https://hotel-punta-blanca.business.site/) Splendida struttura che si affaccia direttamente sulla Playa de La Punta. Offre 154 sistemazioni, di cui 124 doppie e 30 suites, dislocate attorno ad un lussureggiante giardino. A disposizione degli ospiti ristorante, bar, spiaggia privata, attività come kitesurf e windsurf, trasferimento da e per l’Isla Margarita.

*Hotel Coche Paradise**** (via San Pietro de Coche, Playa La Punta, tel 0058 501 4683500, https://paradisehoteles.com/coche ) Hotel con vista mare con 114 sistemazioni diverse, tra doppie, tripl, quadruple e miniappartamenti. Sorge sulla splendida spiaggia di La Punta. Dispone di ristorante, bar, centro benessere e palestra. Offre servizio di trasporto da e per l’Isla Margarita, sport acquatici e possibilità di organizzare escursioni.

DOVE MANGIARE

*Bohio de Doña Carmen, Calle la Marina, San Pedro de Coche, tel 0058 295 2991113. Situato nel porto di San Pedro è il ristorante più antico dell’Isola, nato per i marinai che andavano e venivano. Offre piatti della cucina cochense, tra cui pollo in salsa all’aglio, piatti di pesce, gamberi e frutti di mare freschissimi.

*La Gocha, Playa la Punta, all’entrata del porto di San Pedro. Locale caratteristico, tra i più popolari dell’isola, nato per accogliere i visitatori che sbarcano al porto. Aperto a pranzo e a cena, offre ottimi piatti di pesce, tra cui zuppe, gamberoni e aragosta alla catalana, ma anche pasta, carne alla brace e insalate.

INFO

www.venezuelatuya.com

https://turismosucre.com.ve/araya/

 




Arcipelago di Guadalupa: Come Robinson Crusoe, ma mangiando aragosta

Guadalupa 2° Giorno. All’alba il rumore del primo battello ci sveglia, oggi impiegheremo tutto il tempo a conoscere Marie Galante interna con i suoi caratteristici paesaggi rurali, con le grandi estensioni coltivate a canna da zucchero che alimentano uno dei più grandi zuccherifici di tutto l’arcipelago. Dalla collina pare un paesaggio “cristallizzato” che lo riporta indietro a mezzo secolo fa, con i suoi cabrouet, i tipici carri trainati da enormi buoi usati per movimentare grandi quantità di canne, affiancati sempre da stuoli di garzette bianche, uccelli comuni nei campi coltivati.

Da non perdere a Marie Galante l’arco naturale di Gueule Grande Gouffre sulla costa orientale, esposto a grandi ondate che, per sentinella, ha la piccola isola di Desirade.

Ma ci si può divertire anche a lasciare orme sulla sabbia finissima di Anse Feuillard, ombreggiata da enormi alberi che arrivano a lambire il mare dalle acque sempre calme perché protette dalla barriera corallina. Bisogna fare cambusa e per questo leviamo gli ormeggi di buon ora per raggiungere, sempre sull’isola di Marie Galante, il porticciolo di Grand Bourg, la cittadina capoluogo. Un grumo di case vivace, pittoresco, e un mercato che fa a caso nostro.

Frutta tropicale, verdure a chilometro zero, sul molo alcuni ragazzi ci aiutano a caricare il tutto a dimostrazione della semplicità e accoglienza, innate in questa gente. Saliamo sulla collina che domina il borgo per visitare quello che rimane dell’Abitation Murat, rovine di un enorme zuccherificio sorto nel momento d’oro dello zucchero, attorno al 1600, ora ecomuseo, dove 200 schiavi con il loro sudore coltivavano gli oltre 200 ettari della fazenda.

Dall’alto del mulino, una visione d’insieme di Grand Bourg variopinta, sullo sfondo le sfumature della barriera corallina . Tra i muri scrostati si sono insinuate le radici di giganteschi ficus che hanno saldato le pietre fra di loro in un unico intreccio molto grafico.

Come Robinson Crusoe

Facciamo il bagno in una delle calette dove rimanere soli non è raro, proprio come Robinsn Crusoe: Anse Canot , un incanto con l’acqua turchese e all’orizzonte, lontana, Guadalaupa.

Con gli occhi pieni di questa meraviglia, facciamo rotta sul piccolo arcipelago di Les Saintes, nove isolette di origine vulcanica, ma solo due abitate. Sono a 15 miglia da qui ma la loro orografia tormentata la si intuisce per le loro cime aguzze e alte. In mare aperto Anne, la nostra skipper, pronuncia parole tipo scotta, stramba, cazza, poi il silenzio e il vento, che dà il senso del navigare, dell’avanzare lentamente con lo sciabordìo delle onde sulla chiglia e la sensazione di arrivare in terre selvagge, come i primi esploratori.

Sentirsi fuori dal mondo, appagati e sconnessi totalmente. Sfilano davanti a noi falesie e grotte di scorrimento lavico, testimoni di grandi eruzioni vulcaniche che hanno forgiato Les Saintes.

Sulle pareti più ripide, nidi di albatros e poi l’entrata nella piccola baia di Terre de Haut, alquanto difficoltosa per la presenza di una grossa nave da crociera. Contrasto forte con le piccole casette colorate del borgo, in puro stile coloniale e meta preferita dei turisti, incuriositi dalle luccicanti vetrine piene di bigiotterie e dalle botteghe di artisti. Molti pescatori con rudimentali bilance vendono pesce appena pescato a 10 euro al chilo senza distinzione di specie e, come una baia che si rispetti, (questa è considerata una delle tre più belle al mondo), anche qui non manca il Pan di Zucchero, un promontorio di trachite vulcanica a colonne, che contrasta col verde della foresta e del mare, ottimo punto anche per ancorare e passare la notte.

Con pochi minuti di strada sterrata, si arriva a piedi alla più nota spiaggia dell’isola : Pompierre. Una spiaggia a mezzaluna molto frequentata da giovani, ombreggiata da un bosco di raisinier e palme, il mare non è mai mosso perché parzialmente riparata da due isolotti che impediscono mareggiate.Dalla parte occidentale, non perdete un tuffo nella splendida baia di Marigot, abbastanza larga per ancorare, e con la costa abbellita da formazioni rocciose simili a mostri preistorici, e a ben guardare abitate da numerose iguane.

La sera raggiungiamo col tender il molo e abbiamo l’imbarazzo della scelta a decidere in quale ristorantino, quasi tutti pieds dans l’eau, cenare.

La scelta cade sul Triangle con un terrazzino dove le onde arrivano a lambire i tavoli. Racconti e storie di viaggi fatti e da fare animano il gruppo davanti ad un ottimo blaff, una zuppa speziata di pesci e crostacei, poi a nanna davanti all’isolotto di Cabrit illuminato dalla luce della luna che il mare riflette.

Solo chi viaggia e conosce terre lontane
sa capire lo spirito e la mente
di ciascuno.
Costui è un vero saggio
detto indiano

 


La mia TOP TEN dei luoghi da visitare “almeno una volta”

1°Arcipelago di Guadalupa

Un sogno realizzato navigare tra queste isole, col solo rumore del vento tra le vele e delle onde che s’infrangono sulla chiglia del catamarano, staccato dai pensieri che ci assillano quotidianamente. Impagabile l’esperienza di girare nei mercati colorati caraibici e fare il bagno nelle calette più nascoste delle innumerevoli isolette.


2°- Piangrande sui Sibillini

dominata dal borgo di Castelluccio di Norcia, ferito gravemente dall’ultimo terremoto. Un angolo multicolore d’Italia tra Umbria e Marche a 1450 metri. Un autentico “elogio della primavera” quando, a fine giugno, la piana si trasforma in un luogo spettacolare di fioriture multicolori che fa esultare i visitatori da tanta bellezza.


3° -Arcipelago delle Seychelles

schegge di granito sparpagliate nell’Oceano Indiano con un biglietto da visita invidiabile: una natura benevola, e di una bellezza struggente: il paradiso in terra.


4°- L’Alta valle Pusteria, in Alto Adige

un luogo dove il tempo scorre senza fretta, dove assorbire tutta l’energia sprigionata dalla bellezza delle Dolomiti, sito UNESCO, dai fiori e dai torrenti di acqua pura.


5°- Il Madagascar

la quarta isola al mondo per grandezza, un luogo dove dimora la bellezza, e che conserva tutto il fascino dell’Africa con la sua ammaliante bellezza. Qui l’evoluzione, ancora in atto, da spettacolo.


6°-La Garfagnana

la valle del bello e del buono, così la definiva il poeta Giovanni Pascoli, una valle stretta tra le Alpi Apuane e l’Appennino. Struggente quando si capita qui in autunno col suo strabiliante “foliage”che di giorno in giorno si tramuta in una tavolozza titanica.


7° Isole Far Oe

diciotto isole di terra vulcanica appena sotto l’Islanda, ora acuminate, ora addolcite sotto cieli mutevoli di ora in ora, con la luce del nord che esalta il verde delle praterie e il viola delle brughiere. Gli impetuosi fiumi spumeggianti attendono ogni anno l’arrivo dei salmoni.


8°- Le Cinqueterre d’inverno

per me un’ottima occasione di scoprirle ogni volta in modo più autentico e intimo. Lontano dalla pazza folla chiassosa estiva, dal caldo torrido. Con le mareggiate e le lunghe passeggiate posso godere dei benefici della salsedine e del clima che qui è sempre gradevole anche in pieno inverno, magari leggendo le rime indimenticabili di Eugenio Montale che qui visse.


9°- I parchi nazionali del Cile del nord

ovvero una salita infinita per arrivare ai quattromila metri del Lauca National park e Isluga. Per me, fotografo, un delirio che mio fa consumare schede fotografiche a gogò. Vulcani dalla perfetta forma conica e ammantati di nevi perenni, laghi scintillanti che riflettono un cielo blu cobalto e geyser, che trasformano il paesaggio in un girone infernale.


10°- Laos

un viaggio entusiasmante tra natura e storia, religione e avventura. Stretto tra il Vietnam e la Thailandia il paese apre i suoi meravigliosi templi, città storiche come Luang Prabang, l’antica capitale, e, nella parte nord al confine con la Cina, una babele di etnie con costumi e usi diversissimi, una palestra per chi fotografa scene di vita quotidiana e ritratti.


Chi sono

Vittorio Giannella, 57 anni, pugliese, ma residente a Bussero (MI) collabora con importanti riviste del settore viaggi e turismo come Touring, Bell’Italia, Bell’Europa, Weekend Premium, Travelglobe…All’estero ha collaborato con Terre Sauvage, Geo, NewYork Times magazine, e con la collaborazione dell’UNESCO ha realizzato un reportage della Micronesia per la rivista Airone. Vincitore di alcuni premi, tra cui il “Tourism Photo of the Year” di Singapore, cioè la foto più rappresentativa pubblicata tra tutte le riviste mondiali nel 1995. Una sua foto è stata utilizzata come manifesto per il Film Festival della Montagna di Trento. Fa parte dei venti fotografi di Alinari Contemporary, per il rilancio della più antica agenzia fotografica del mondo.

La Prossima settimana un nuovo articolo/racconto della serie ALMENO UNA VOLTA, scritto da una importante firma del giornalismo italiano




Arcipelago di Guadalupa: I Caraibi targati “Dolce Francia”

Spesso mi chiedono perché Guadalupa per me è uno dei luoghi più belli mai visti. Il motivo è che fin da bambino sognavo di solcare con una barca lagune azzurre, fermarmi dove volevo, sostando nelle acque poco profonde delle barriere coralline e stupirmi del mondo in technicolor che vive là sotto. Tutto questo l’ho visto qui, dove le parole da sole non bastano ma devo aiutarmi con la fotografia.

È certo, qualcuno farà il pignolo. Quando direte ai vostri amici la meta dove portare in vacanza anima e corpo, qualcuno obietterà che “Guadalupa è una” e non si dica Guadalupe, errore frequente per chi non mastica mappe o atlanti. La geografia gli darà ragione ma sappiate che la “grande farfalla”, così chiamata per la sua forma, non è unica ma è circondata da decine di isole (cinque le più grandi), briciole di terra bordate da splendide spiagge con palme e mare da urlo, animate da colorati villaggi coloniali, mercati fornitissimi, e con la possibilità di tirar tardi ai ritmi sfrenati delle musiche afrocaraibiche.

Siamo nelle Antille francesi, un arco di isole che chiudono, come una cerniera lunga centinaia di chilometri, il mare dei Caraibi, un posto che bisogna visitare almeno una volta, dopotutto fa parte della Comunità Europea, anche se distante 7000 chilometri.

Dalla capitale inizia il viaggio

A Point à Pitre, la capitale economica di Guadalupa, la douce France ha lasciato il segno. L’isola, diventata Dipartimento d’oltre mare nel 1946, è attualmente una regione francese a tutti gli effetti dal 1982 e me ne accorgo pagando il taxi in euro, sì in euro. L’appuntamento con la nostra skipper Anne, per l’imbarco sul catamarano che ci porterà a zonzo nell’arcipelago nei prossimi 7 giorni, è al porto turistico di Saint Francois, ben attrezzato e animato da locali chiassosi che versano fiumi di birra locale, la Caraib, e rum tra i migliori dei Caraibi.

Le nuvole innocue che ci hanno accompagnato fin qui, nel pomeriggio si scuriscono. Per chi va in mare i capricci del tempo sono sempre da mettere in conto, e qui a Guadalupa anche se non piove molto possono scatenarsi forti temporali, e infatti poco dopo tuoni e fulmini illuminano le barche all’ancora nel porticciolo, il vento a folate porta l’odore della terra bagnata, poi la pioggia si abbatte come una cascata, per un’ora.

La mattina seguente partiamo con le vele gonfiate dagli alisei, un cielo ripulito blu cobalto e, doppiato il promontorio roccioso di Pointe des Chateaux, spumoso per le grandi onde, veleggiamo con una brezza tranquilla che ci fa percorrere le sette miglia necessarie per arrivare all’isola disabitata di Petite Terre in poche ore. L’isola, senza rilievi e piccola, ha il suo punto più elevato nel faro, noto perché uno dei primi ad aver illuminato le rotte dei colonizzatori del Nuovo Mondo a partire dal 1635.

Un unico varco (passe) consente l’entrata nella laguna dai colori meravigliosi e invitanti. A sinistra rocce acuminate con vegetazione bassa e spinosa, a destra palme svettanti lambiscono una spiaggia ad arco con sabbia finissima, di borotalco.

Col piccolo tender raggiungiamo terra, e tra le palme seguiamo il sentiero ben segnalato, che in poco tempo compie il periplo dell’isola e raggiunge l’imponente faro in pietra scura. Sui rami di acacie una grossa iguana si ricarica di “energia solare” con uno sfondo da cartolina.

Un bagno è d’obbligo in queste acque invitanti e calme, sembra quasi di ribattezzarsi. Non possiamo fermarci qui, dobbiamo proseguire e coprire le otto miglia che ci separano dall’isola di Marie Galante dove passeremo la notte.Il caldo, sui 26 gradi, è alleviato da una leggera brezza quando il catamarano scivola sull’acqua per uscire dalla laguna con “l’onda giusta”. Queste prime ore ci hanno permesso di prendere confidenza con il catamarano, l’atmosfera a bordo è ottima, un giusto mix di allegria e facilità nei rapporti, ingredienti ottimali, notoriamente non facili da trovare in un gruppo a bordo di una barca.

 Arrivo a Marie Galante

Poche ore e sfila davanti ai nostri occhi la costa boscosa di Marie Galante. Gettiamo l’ancora nel porticciolo di Saint Louis, una baia riparata e tranquilla dall’aria squisitamente caraibica, con una schiera di persone sul molo intenti a tirar su pesce per la cena, mentre a occidente, va in scena lo spettacolo del tramonto, che mette in risalto i contorni di Guadalupa col vulcano Le Soufrierè attivo e fumante, alto 1467 metri. Un tuffo con la luce che lascia intravedere ancora il fondo, poi a cena da Chez Henry, citato su tutte le guide, che si confonde tra una manciata di case color pastello.

L’ultimo battello della giornata per Pointe à Pitre, che riporta a casa pendolari, agita le acque calme del porticciolo. Nell’aria si diffondono note di musica creola e odori di olio fritto usato per cucinare gli ottimi accras, bignè ripieni di merluzzo e polpa di gamberi, sempre presenti sulle tavole isolane. Il menù del Chez Henry mette subito in risalto come la cucina creola locale sia frutto del colonialismo e dell’incontro di diversi popoli e molteplici culture; le spezie d’India profumano raffinati piatti francesi, e i forti ingredienti africani danno vita a piatti colorati e originali. Una meraviglia.

La prima notte sul catamarano è arrivata, un ultimo sorso di rum, sempre presente nella vita quotidiana di Marie Galante, perché scandisce i ritmi del lavoro, del divertimento e della socialità. Un letto ampio e comodo occupa ciascuna delle quattro cabine del catamarano, dagli oblò si può vedere uno spicchio di cielo stellato, e un leggero dondolio aiuta Morfeo ad arrivare presto.

Info

Affittare un catamarano a Guadalupa:

www.filovent.it tel. 0240708095

www.bandofboats.com

Stagione migliore per visitare l’arcipelago: da metà novembre a maggio è secca. Da giugno a metà novembre è umida e a rischio uragani.

Lingua parlata: il francese

Documenti: serve la carta d’identità ma se prevedete spostamenti in altri luoghi portate anche il passaporto.

Ricordatevi che il mercoledì pomeriggio chiudono tutti i negozi

Come arrivare:

In aereo, numerose le compagnie che arrivano a Point a Pitre, aeroporto a Guadalupa.
www.airfrance.com
www.alitalia.com
www.easyjet.com

Air Caraïbes ha una rappresentanza in Italia (Via Teglio 9 Milano, tel. 0287213421) e offre voli quotidiani da Milano, senza cambio di aeroporto a Orly-Sud, www.aircaraibes.com-

Dove dormire

Hotel Grand Palm (www.grandpalm.net) a Marie Galante,
Coco Beach Resort a 4 chilometri da Grand Bourg. Camere a due passi dal mare.
Hotel Lo Bleu a Les Saintes (www.lobleuhotel.com)

Fra le proposte più insolite: « Aqua Lodges » ville galleggianti a Saint-François, (Grande-Terre) e Terre-de-Haut a Les Saintes, innovative e rispettose dell’ambiente. E « Tendacayou Home & Spa », sito ecoturistico di capanne sugli alberi a Deshaies (Basse-Terre) nel cuore di un giardino tropicale di
2500m2. Fra le ville esclusive: « Le Jardin 4 épices » ultra elegante, sull’isola Marie-Galante e « Willisa River »2 ville nel verde in prossimità della riserva Cousteau dell’isolotto Pigeon, a due passi dalla splendida spiaggia di sabbia nera di Malendure, con marchio « ecoturismo »

Dove mangiare

Chez Henri a St.Louis, il più rinomato, ombreggiato da alte palme in riva al mare (www.chezhenri.net)
Le Triangle a Les Saintes, in Rue Du Fond do Curè tel. 0590995050

Agenda

Appuntamenti tutto l’anno. Dal Natale Kakado a Vieux-Habitants a festival di jazz, fiere gastronomiche, la Festa delle Cuoche a Pointe-à-Pitre, eventi sportivi,il famoso Carnevale della Guadalupa, in marzo, aprile e maggio.

Per saperne di più : www.leisolediguadalupa.it

Il racconto del 2° giorno di Almeno una volta continua domani, sempre su Weekendpremium.it

 




Alla scoperta dell’Isola di Man, tra celti, vichinghi e rombo di motori

Un viaggio da fare “per una volta”, non solo per le bellezze naturali e le atmosfere “da fiaba”, ma anche perché sull’Isola di Man, situata nel mezzo di Mare d’Irlanda, tra Gran Bretagna e Irlanda, si tiene il Tourist Trophy, una delle gare motociclistiche più affascinanti e difficili del mondo, la cui prima edizione si è tenuta nel 1907! Il percorso, di 60,72 si snoda lungo il circuito stradale dello Snaefell Mountain Course, tra curve, case, muri di cinta, pali della luce e in qualsiasi condizione climatica. Il circuito, poi, deve essere ripetuto in più giri, a seconda della categoria.

Quest’anno, purtroppo, la gara, che si tiene di solito tra l’ultima settimana di maggio e la prima di giugno, è stata annullata per l’emergenza coronavirus, ma siccome richiama ogni anno più di 50 mila persone, facendo registrare il “tutto esaurito”, se siete appassionati di “due ruote” e volete visitare l’Isola di Man in occasione della manifestazione, il consiglio è quello di prenotare con larghissimo anticipo, anche un anno prima! Se, invece, volete visitare l’Isola di Man, il periodo migliore è quello della primavera – estate. Vediamo allora quali sono le tappe da non perdere.

Prima tappa, Douglas, la capitale

Il cuore dell’Isola di Man è Douglas, la capitale, il cui nome deriverebbe dal termine celtico duboglassio, (fiume nero), sorge tra i fiumi Glass e Dhoo, che confluiscono nella Baia di Douglas.

Da non perdere una visita alla Great Union Camera Obscura, una delle quattro camere oscure rimaste nelle isole britanniche. Una serie di specchi e lenti posizionati in maniera “strategica” all’interno di una torretta girevole, consentono di catturare immagini del panorama circostante, per poi proiettarle su un tavolo circolare, separato in 11 divisori, per offrire ai visitatori altrettante immagini a colori.

Di fronte al terminal dei traghetti, sembra spuntare dalle acque della baia la suggestiva Torre del Rifugio, un piccolo castello che sorge sull’isola corallina di Santa Maria, fatto costruire dal Sir William Hillary nel 1832 per offrire un riparo ai naufraghi in difficoltà nel Mare d’Irlanda. Nel castello si trovavano beni di prima necessità e una campana che poteva essere suonata in caso di bisogno.

Tra i musei più interessanti c’è invece il Manx Museum (www.manxnationalheritage.im), che ospita molte testimonianze della storia della città, tra cui manufatti celtici e vichinghi, la Collezione Nazionale d’Arte e gli Archivi Storici. Di fronte alla baia, sulla Harris Promenade, si affaccia il Gaiety Theatre la più importante Opera House delle isole britanniche.

Accanto, si trovano gli splendidi Giardini di Villa Marina, all’interno dei quali si trova la Royal Hall, un’area concerti da 1500 spettatori, il Dragon’s Castle, un parco giochi per bambini, e i Colonnade Gardens, dai quali ammirare lo splendido panorama della baia.

Visitare l’isola di Man…in maniera alternativa

Un modo suggestivo per visitare Douglas, poi, è salire su uno dei Douglas Horse Trams l’unico servizio di tram trainati da cavalli ad essere ancora in funzione dal 1876 in tutto il Regno Unito.

Un altro modo per ammirare i paesaggi dell’isola è salire sulla Steam Railway, un treno a vapore in funzione dal 1874, che percorre la tratta Douglas-Casteltown-Port Erin, a Sud, con partenza dalla Old Victorian Station, compiendo diverse fermate.

Per dirigersi verso est, invece, c’è Manx Electric Railway che collega la capitale alla cittadina di Laxey e a Ramsey. Si tratta di un tram elettrico del 1893 che compie ben 69 fermate lungo il tragitto.

Da Peel verso Ovest

Dalla capitale si può prendere l’Heritage Walk, un percorso di 16 km, da fare a piedi o in bicicletta, oppure un autobus, per raggiungere Peel. Durante il percorso si attraversano i villaggi di Crosby e Saint John. Quest’ultimo merita una sosta per ammirare Tynwald Hill, una collina artificiale con una base di 24 metri ed un tumulo di 3,65 metri, formato da quattro piattaforme circolari. La presenza di una croce celtica (lugh) sulla sommità ricorda che qui gli antichi abitanti dell’isola erano soliti celebrare la festa per il solstizio d’estate.

La passerella di giunchi, lunga 112, 5 metri, conduce dalla base della collina alla Tynwald Church dedicata a San Giovanni Battista. Nelle vicinanze si trova anche il piccolo Tynwald Museum che illustra la storia del sito celtico attraverso tavole esplicative, foto e display luminosi.

L’Heritage Walk prosegue, poi, fino a Peel, famosa per gli straordinari tramonti che si possono ammirare dalle sue coste.

Il percorso termina presso il parcheggio della House of Manannan, uno straordinario museo interattivo che conduce i visitatori in un viaggio emozionante nella storia. Si potranno così, visitare le tradizionali capanne celtiche, ricostruite a grandezza naturale, oppure essere parte dell’equipaggio della Odin’s Raven, una nave vichinga che prese parte alla battaglia di Contarf. Inoltre, ci si potrà immergere nella vita quotidiana di una famiglia vichinga e scoprire i segreti delle misteriose croci celtiche sparse per l’isola.

In città ci sono altri musei che meritano una visita. Tra questi vi è il Leece Museum (www.peelonline.net/leece-museum/) dedicato alla storia della città e al suo legame con il mare. Qui si possono vedere gli strumenti dei pescatori o dei marinai al lavoro nei cantieri navali, ma anche testimonianze dei campi di prigionia istituiti durante le due guerre mondiali.

Per assistere al processo di lavorazione e stagionatura delle celebri Manner Kippers le aringhe affumicate, si può, invece, fare un salto al Moore’s Traditional Museum, in Mill Road, una fabbrica che è anche negozio, dove poter ascoltare la storia della lavorazione delle aringhe, a partire dal 1870.

Il monumento più bello della città, tuttavia, è il Peel Castle, situato sulla piccola isola di St Patrick, collegata alla terraferma da una strada rialzata. Il percorso di visita si articola attraverso le rovine della cittadella fortificata, si ammirano, poi, la Chiesa di San Patrizio e la Torre Rotonda, si passa poi ai sotterranei e alla cripta della Cattedrale di San Germano, del XIII secolo. Una leggenda narra che il castello sia custodito dallo spettro di Moddey Dhoo, un grosso cane nero che, di tanto in tanto, farebbe la sua apparizione.

…il viaggio continua a pag 2….

Il meraviglioso sud

Un altro bell’itinerario è quello che da Douglas conduce a sud, un’area famosa già in età vittoriana come stazione balneare, per le sue belle spiagge, i monumenti antichi ed i paesaggi mozzafiato. Da Douglas si può prendere la Steam Railway e fare una prima fermata a Ballasalla (“luogo dei salici”, in gaelico), costruita sulle rovine di Rushen Abbey, un monastero cistercense fondato nel 1100 e attivo fino al 1500.

Proseguendo ancora verso sud, all’estremità meridionale, si incontra Castletown, l’antica capitale. La città è dominata dall’imponente Castle Rushen, costruita nel 1200 è una delle fortezze medievali meglio conservate del Regno Unito. Le mura, alte circa otto metri e spesse più di due, sono intervallate da cinque torrioni. Si possono visitare le stanze del castello, le prigioni e la torre dell’orologio.

Una maniera alternativa per visitare Castle Rushen è prenotare uno dei Ghost Tours (www.iomghosttours.com), camminate notturne di circa 2 ore alla scoperta dei luoghi più misteriosi della città, ascoltando storie e leggende.

Proseguendo in direzione ovest, si raggiunge Creneash, uno degli ultimi luoghi al mondo dove si può ancora sentire parlare il mannese originario. Per preservarne le peculiarità, il villaggio è stato trasformato in un museo a cielo aperto.

Il National Folk Museum, in Cregneash Road è costituito da diverse abitazioni originali, entrando in ognuna delle quali si può assistere alla vita quotidiana di un fabbro, di un falegname o di un fornaio dei primi anni del 900. Nella splendida campagna circostante, poi, si possono vedere le pecore Loaghtan, la razza tipica dell’isola, con due paia di corna.

Passeggiando lungo le stradine del villaggio si arriva anche al Meayll Circle, un circolo megalitico con 12 camere di sepoltura disposte lungo un anello di 5,50 m di diametri, con sei aperture.

Riprendendo la Steam Railway si arriva al capolinea, Port Erin, una località balneare molto rinomata per le sue spiagge sabbiose e tranquille. Di fronte si trova l’isoletta di Calf of Man, oggi una riserva naturale, raggiungibile in traghetto.

Al nord, tra celti, vichingi e antiche miniere

 L’itinerario verso la parte nord dell’isola, parte da Douglas alla volta di Laxey, famosa come centro di estrazione mineraria. Ancora oggi, il suo glorioso passato è testimoniato dalla Great Laxey Wheel, la più grande ruota idraulica del mondo, alta 22 metri, costruita nel 1854 per pompare l’acqua dal Glen Mooar alle gallerie della Great Laxey Mining Company.

Da non perdere invece una visita alle antiche Great Laxey Mines a bordo del Great Mines Railway, un trenino che percorre la stessa linea utilizzata in passato per trasportare i minerali. Il tragitto conduce fino all’ingresso della miniera ed attraversa la galleria ferroviaria più lunga dell’isola.

Proseguendo in direzione nord lungo la linea costiera si incontra Maughold, una cittadina ricca di testimonianze storiche dell’epoca celtica e vichinga. Il toponimo deriverebbe dalla divinità celtica Machaoi. Presso la chiesa parrocchiale si può ammirare la più grande collezione di croci di pietra dell’isola, ben 44. Molte sono di origine celtica, ma se ne trovano anche di vichinghe e numerose lastre scolpite con scene di miti scandinavi, a dimostrazione di come le due culture si fossero ben integrate sull’Isola di Man.

Su un’altura nei pressi della chiesa si trova Cashtal yn Ard la più grande tomba neolitica delle isole britanniche. Databile attorno al 2000 a C, si pensa sia la tomba di un capo clan e della sua famiglia.

La tappa successiva è Ramsey, la seconda città dell’isola per importanza e grandezza. Fin dal medioevo deve la sua importanza al suo porto, nel quale confluivano i commerci tra Scozia, Irlanda e Scandinavia.

A Ballaugh, a pochi km da Ramsey, si trova il Curraghs Wildlife Park (www.gov.im/wildlife) un parco zoologico che ospita più di cento specie di animali, molti dei quali in pericolo di estinzione. Gli ospiti sono raggruppati per regione geografica, così da avere l’impressione di “viaggiare” dall’America all’Australia tra scimmie, canguri, pellicani, cicogne, pinguini, lontre e rettili.

Gli amanti della natura possono proseguire fino a Point of Ayre, l’estremità più settentrionale dell’isola, dove si trova l’Ayers Visitor Centre, un’area protetta di 8 km che si estende lungo un tratto di costa formato da dune di sabbia e ospita diverse specie di uccelli, tra cui beccacce, pavoncelle, sule e sterne. Il mare antistante, invece, è l’habitat dei mansueti squali elefante. Il sentiero natura consente di camminare tra spiagge di ciottoli, dune e zone paludose per avvistare gli animali.

L’Isola di Man da gustare, tra aringhe e gelato

Sulle tavole dei mannesi non manca mai il pesce, alimento principe fin dai tempi più antichi. La bandiera culinaria dell’isola sono le Manx kippers, le aringhe affumicate, la cui tradizione risale alla fine del 1800. Le aringhe vengono pescate nei mesi di luglio e agosto. In seguito, vengono tagliate, salate ed affumicate con trucioli di quercia, per conferire loro quel sapore unico ed inconfondibile. Le aringhe affumicate si possono acquistare ovunque sull’isola e non mancano mai nei menù dei ristoranti. I mannesi, tuttavia, amano consumarle a colazione!

Un altro piatto molto amato sono le Manx Queenies, le capesante servite con una salsa bianca all’aglio o formaggio. Tra i piatti a base di carne, tipico dell’isola è l’agnello Manx o Loaghtan, un ovino autoctono, di piccola taglia, il vello marrone scuro e due o quattro corna sul capo. Come gli inglesi, anche i mannesi sono grandi consumatori di tè, servito con biscotti e dolci di ogni tipo. Tra questi, vi è il tipico bonnag, una focaccina dolce preparata con farina, zucchero, uova e uva sultanina.

Una tradizione radicata sull’isola è quella del gelato che viene prodotto in più di 100 gusti, tra dolci e salati, creme e sorbetti da Davisons, in Mill Road, a Peel, (www.davisons.co.im). L’isola è famosa anche per la produzione di cioccolato, venduto e servito sotto forma di tavolette, cioccolatini, praline e tutto quanto la fantasia può suggerire.

COME ARRIVARE

Non ci sono voli diretti dall’Italia, ma si può raggiungere prima Londra, Liverpool, Dublino e Belfast e poi prendere un volo per Douglas. Tra le compagnie ci sono Ryanair (www.ryanair.com), Easyjet (www.easyjet.com), oppure British Airways (www.britishairways.com) o Air Lingus (www.airlingus.com). Si può anche raggiungere l’Isola di Man in traghetto da Dublino, Belfast, Liverpool e Heysham. Tra le compagnie che effettuano i trasferimenti c’è la Steam Packet Company (www.steam-packet.com).

DOVE MANGIARE

 *14 North, 14 North Quay, Douglas, tel 01624 664414, www.14North.im. Situato nella zona più elegante della capitale. Offre un menù con ingredienti prodotti dalle fattorie dell’Isola di Man. Ampia scelta tra stuzzichini, focacce, primi piatti.

*Tanroagan Fish Restaurant, North Quay, Douglas, tel (0) 1624 612355, www.tanroagan.co.uk, no. Ristorante specializzato in piatti a base di pesce e frutti di mare prodotti sull’isola, tra cui le famose aringhe.

DOVE DORMIRE

*Claremont Hotel****, 18/19 Loch Promenade, Douglas. Tel 0044 (0)1624 698800, www.claremonthoteldouglas.com/, uno degli hotel più belli dell’isola, dotato di 56 camere tra luxury e suite. Alcune dispongono di una splendida vista sul mare, con di bagno privato, salottino, wi fi gratuito, TV macchina da caffè e bollitore.

*Ramsey Park Hotel***, Park Road, Ramsey. Tel 0044 (0)8456 038892, www.classiclodges.co.uk/ramsey-park. Hotel di design con 30 camere alcune delle quali godono di una splendida vista sul Mooragh Lake.

*The George Hotel***, The Parade, Castletown, Tel 0044 (0)1624 822533, www.georgehotel.im. Hotel ricavato in un edificio storico del 1833, a 5 minuti dall’aeroporto e a 1 km dalla stazione dei treni e dei bus. A disposizione degli ospiti parcheggio e wi fi gratuito.

INFO

www.visitisleofman.com/




Bali, i templi più belli dell’isola degli Dei (2° parte)

Riprendiamo da dove eravamo rimasti il meraviglioso viaggio a Bali!

Di Manuela Fiorini

La seconda parte del mio viaggio a Bali mi ha portato a visitare i templi più belli e suggestivi dell’isola e ad assistere ad alcune delle cerimonie più toccanti e misteriose. Perché visitare un tempio balinese non è come visitare una chiesa: ognuno è dedicato a una divinità diversa, ha una struttura differente, una fisionomia propria. Insomma, non vi sembrerà mai di assistere a “qualcosa di già visto”. Torno di nuovo a Ubud per visitare la misteriosa Grotta dell’Elefante, uno dei monumenti più strani e misteriosi, che mi ha lasciata davvero senza fiato.

La misteriosa Grotta dell’Elefante

La spettacolare Goa Gaja, la Grotta dell’Elefante, è stata scoperta nel 1922, si pensa che la sua costruzione risalga al XI secolo. Ma andiamo con ordine, perché il tragitto per raggiungerla fa parte dello stupore che ho provato al suo cospetto. Camminando all’interno di quello che sembra un grande parco, si scende una scalinata che conduce a uno spiazzo, una specie di arena nella quale si tengono i combattimenti tra galli in occasione delle feste religiose.

I doccioni della vasca rituale a Goa Gaja

Procedendo oltre arrivo a un’ampia apertura dove si trovano due grandi vasche, in ognuna delle quali spiccano tre doccioni a forma di figure femminile, probabilmente ninfe o divinità fluviali, che gettano acqua nelle fonti sacre. La grotta appare all’improvviso come un volto mostruoso dall’enorme bocca spalancata. Alcuni studiosi sostengono che essa raffiguri il dio Shiva nella sua veste di distruttori, altri che si tratti della strega Rangda, di cui abbiamo già fatto conoscenza.

Bagno rituale

Intorno al viso scolpito nella pietra si trovano fini cesellature della pietra che rappresentano figure che sembrano fuggire nell’intricata vegetazione, animali e onde che conferiscono a questa magnifica opera un affascinante dinamismo. Appena entro all’interno della bocca, di colpo la luce viene meno. Mi sembra letteralmente di essere stata “inghiottita” dal mostro. Decido di non pensarci e di scacciare tutte le paure infantili che raffiorano a tradimento nella mente. Avanzo. Il corridoio è stretto e umido. Su entrambi lati ci sono delle strette nicchie, che servivano da giaciglio per le meditazioni dei monaci. Alla fine del corridoio e c’è una stanza a T.

L’ingresso della Grotta dell’Elefante

A destra, immerso in un’atmosfera senza tempo, il volto calmo del dio Ganesha, dal volto di elefante, osserva un orizzonte indefinito. Dalla parte opposta si trovano tre lingga, raffigurazione stilizzata della trinità indù. Il mistero avvolge ancora l’origine di questo insolito tempio.

L’interno della Grotta dell’Elefante: tempietto con offerte votive

La statua di Ganesha, figlio di Shiva, posizionata all’interno, lo farebbe risalire ad una setta shivaista, mentre gli elementi decorativi. Ora che sono qui, non ho fretta di uscire, non ho più quella paura dell’ignoto che ho provato entrando, ma sono pervasa da un senso di pace quasi mistica, unita al rispetto per questo luogo così unico.

Il Tempio Madre di Pura Besakih

La tappa successiva del mio itinerario di viaggio mi porta nella parte est dell’isola, nel villaggio di Besakih, dove si trova il Tempio Madre di Pura Besakih, il più grande e sacro di Bali. Fondato nel XIV secolo, è stato via via ingrandito fino a raggiungere le ragguardevoli dimensioni attuali. Del complesso, infatti, fanno parte circa 200 tra templi minori e altari. Un alone di sacralità gli deriva poi dalla splendida posizione, alle pendici del vulcano Gunung Agung.

Il vulcano Gunung Agung sembra vegliare sugli abitanti di Bali

Per i balinesi, infatti, i luoghi elevati sono le sedi predilette dalle divinità che, di tanto in tanto, scendono tra gli uomini, soprattutto in occasione delle cerimonie in loro onore. Proprio il vulcano non mi appare più come un semplice elemento della natura, seppure affascinante, quanto un nume tutelare che veglia sugli abitanti e sull’isola. Una divinità piuttosto irascibile, come mi raccontano, e per questo destinataria di offerte e preghiere.

Il tempio di Pura Besakih alle pendici del vulcano

All’epoca della mia visita al Pura Besakih, ho avuto la fortuna di partecipare alla cerimonia dell’odalan, l’anniversario del tempio. Lungo la strada ho visto sfilare uomini, donne e bambini vestiti a festa. Molte donne avanzavano con coloratissime ceste di frutta e fiori sulla testa. Tutte, per l’occasione, indossavano variopinti abiti di broccato, mentre i bambini vestivano di bianco e avevano sulla fronte alcuni chicchi di riso bollito, simbolo dell’abbondanza. Gli uomini, invece, indossavano il tipico copricapo udah a forma di aureola, che serve, secondo la credenza, per racchiudere i pensieri positivi ed elevarli agli dei.

Cerimonia religiosa a Pura Besakih

Tutti, poi, portano in vita una fascia colorata. Prima di accedere al tempio, ne viene donata una anche a me. Serve per separare la parte pura, quella superiore, da quella inferiore, più legata alla terra e a contatto con essa. Visito poi il sancta sanctorum del Tempio Madre, il Pura Panataran Agung, dove spiccano i meru.

I caratteristici meru

Si tratta di grandi torri che simboleggiano il Monte Meru, l’equivalente dell’Olimpo per il pantheon indù. Ricordano un po’ le pagode cinesi e sono costituiti da una base e da una serie di gradini. Più alto è il loro numero (e più alta è la torre) più si è vicini alle divinità.

Ulun Danu, tra le braccia della Dea del lago

A metà del mio viaggio alloggio a Sanur, altro importante centro di attrazione turistica, insieme alla già citata Kuta e a Nusa Dua, sede di un’altra celebre spiaggia molto amata dai surfisti. Meglio stare lontano dalla “pazza folla” e fare rotta verso la parte centrale dell’isola. Passato il villaggio di Bedugul, a meno di un’ora da Bangli, arrivo quindi al lago Bratan.

Il tempi di Ulun Danu si specchia delle acque del lago

Lo specchio d’acqua è nato da un cratere del vulcano Batur, che con i suoi 1717 metri di altezza, regala alla zona un clima più umido e fresco rispetto alla vicina zona collinare. Il lago fa da sfondo a uno dei templi più belli e suggestivi di Bali, Pura Ulun Danu. Entro da un cancello e mi incammino insieme ai miei compagni di viaggio sui sentieri che attraversano un giardino dai fiori multicolori.

Ulun Danu, i giardini del tempio

Qui mi fermo fermiamo per fare la conoscenza di una volpe volante, di fatto un “pipistrellone” grosso come un gatto, ma dal musetto di volpe e le ali così sottili e soffici da sembrare di velluto impalpabile. L’esemplare, sicuramente addomesticato, accetta volentieri alcuni pezzetti di papaya che gli offro e se li gusta rigorosamente…a testa in giù!

Volpi volanti

Arrivo quindi al cospetto del tempio, che sembra letteralmente galleggiare sull’acqua, sostenuto solo da sculture a forma di rana. Al centro svetta un alto meru. È dedicato alla dea del lago, Dewi Danu, che garantisce l’acqua necessaria per l’irrigazione e vigila sui raccolti. Per poche rupie prendo a noleggio una barca con un rematore del luogo per ammirare il tempio da una prospettiva differente.

Barche a Ulun Danu

Comincio così a muovermi sulle placide acque del lago, circondata da coloratissime ninfee. Di tanto in tanto, dalle acque emerge qualche postazione di pesca improvvisata. Tutt’attorno a me, scende una nebbia quasi mistica, che mi cinge in un abbraccio che pare quello della dea.

Uluwatu, il tempio sulla scogliera

Gli ultimi scampoli del mio soggiorno sono dedicati alla scoperta della parte sud dell’isola: la penisola del Bukit, che mi sorprende con le sue scogliere mozzafiato, che si stagliano su un mare verde azzurro, separato dal cielo terso da una linea sottile. L’Oceano Indiano, al di sotto di me, mi offre la visione di alte onde spumeggianti che si infrangono sulle rocce.

Il tempio di Uluwatu si affaccia sulla scogliera della penisola del Bukit

In bilico sul bordo di una scarpata, svetta il tempio di Pura Uluwatu, che si confonde con il paesaggio circostante. I “custodi” del tempio sono delle curiose scimmiette, che mi circondano subito per capire se possono ottenere qualcosa di buono. Entro nel tempio superando il maestoso cancello che spicca per le incisioni a forma di ali. Mi trovo subito nel primo dei tre cortili sacri, al quale possono accedere tutti.

Tramonto a Uluwatu

Nel secondo, il jaba tengah, o cortile “puro”, svetta una statua del dio Ganesha. Mi devo invece accontentare di ammirare da lontano l’al jeroan, il cortile purissimo, a cui può accedere solo chi professa l’induismo. Prima di ripartire, getto un’ultima occhiata all’Oceano, respiro il suo profumo salmastro e mi riempio la mente del suo colore smeraldo.

Tanah Lot, “la terra in mezzo al mare”

Nella seconda parte della giornata, e non a caso, scelgo di raggiungere il tempio di Tanah Lot, forse il più fotografato di Bali perché scenario di pittoreschi tramonti in cui il cielo si screzia di sfumature che abbracciano tutti i colori dello spettro solare, dall’arancione al viola al nero.

Uno degli splendidi tramonti che si possono ammirare presso il tempio di Tana Lot

Lambito dal fragore delle onde dell’Oceano Indiano, staccato dalla terraferma e circondato da una vegetazione rigogliosa, che ricade sulle rocce, Tanah Lot è degno della sua fama. L’esperienza più suggestiva che mi sia capitata è assistere alla cerimonia che vede i sacerdoti vestiti di bianco raggiungere il tempio attraverso una sottile lingua di terra. La caratteristica di Tanah Lot è quella di trasformarsi in una vera e propria isola, irraggiungibile, quando l’alta marea ricopre l’unico collegamento con la terraferma, lasciando il tempio nelle braccia del mare.

Durante l’alta marea, il tempio di Tanah Lot diventa un’isola

Non ho potuto entrare a Tanah Lot, tuttavia, sono rimasti fino al tramonto, per vedere il cielo diventare una tavolozza di un pittore e il tempio assumere un intenso colore nero, che ne nasconde i particolari alla vista.

Vi potrei raccontare tantissime altre cose di Bali, perché in quei quindici giorni trascorsi sull’isola mi sono davvero convinta che in questo luogo del mondo tutti dovrebbero andare, almeno una volta nella vita. Ho visitato lo splendido tempio di Taman Ayun, dichiarato dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità nel 2012, con i suoi rigogliosi giardini e i sui meru di altezze diverse.

I meru del tempio di Taman Ayun

Ho preso una barca a noleggio e ho raggiunto la piccola isola di Serangan, appena 3 km per 1, conosciuta come “Isola delle Tartarughe”, per ammirare questi docili animali e ho atteso sulla spiaggia di Jimbaran l’approdo dei pescatori che tornavano con il pescato della giornata, che viene poi venduto direttamente sulle bancarelle improvvisate di cui è costellata la spiaggia.

Serangan Island, santuario delle tartarughe

Insomma, ho vissuto un’esperienza unica, emozionante, mi sono riempita la mente e il cuore di questi paesaggi, della gentilezza e della semplicità dei balinesi, ho visto come non ci sono “le religioni”, ma semplicemente, tante sfumature di un unico credo e ogni sfumatura è rispettata e celebrata.

Bali in tavola

Prima di lasciarvi, dimenticavo di dirvi che in questa nostra avventura abbiamo ovviamente mangiato! Spesso di fretta, ma sempre cercando di assaporare i piatti tipici del luogo. La cucina balinese è molto variegata, spezie come lo zenzero, il cardamomo e la curcuma abbondano. La base di ogni piatto resta, comunque, il riso. Ovunque potrete gustare il nasi goreng, il tradizionale riso fritto con gamberi, carne e spezie, oppure il bakmi goreng, la variante di pasta fritta.

Nasi goreng

Tra i piatti nazionali ricordiamo anche il gado gado, vegetali leggermente cotti in insalata. I piatti più comuni dell’isola sono, comunque, l’ikan assem manis, il pesce in agrodolce, il kare udang, gamberi al kurry, il babi kecap, maiale cotto in salsa di soia dolce e l’opor ayam, pollo marinato in latte di cocco. Nessun pasto indonesiano, poi, è completo senza il sambal, una salsa piccante di peperoncini rossi.

Gado gado

Il pasto balinese, in genere termina con una ricca offerta di frutta, servita come dessert. Tra le specialità dell’isola vi è il salak, un frutto bruno dal sapore simile alla mela, ma con la buccia che assomiglia alla pelle di serpente; Abbondano anche mandarini, banane, manghi e guava, mentre tra le offerte religiose si può vedere spesso il sawo, dal delicato sapore di pera matura. Infine, nei mercati locali potrete acquistare facilmente il rambutan, dalla singolare buccia pelosa ed il succoso sirsak.

Il frutto del rambutan

Selamat tingall , arrivederci, Bali

Se siete arrivati fin qui, è segno che non vi siete annoiati! Questa è la Bali che ho voluto raccontarvi, la “mia” Bali. La porterò nel cuore con il suo bagaglio di ricordi indelebili: le sue verdi colline, le sue terrazze che fanno crescere il riso, il misterioso senso del sacro che traspare in ogni aspetto della vita quotidiana, le pittoresche danze, le cerimonie, ma anche il saluto delle persone che incontri per strada, la cortesia, la gentilezza di questo popolo, il suo sorriso. Spero di avervi incuriosito e invogliato a visitare questa splendida e mistica isola. Quindi non mi resta che salutarvi, alla balinese, naturalmente: Selamat tingall.

 

La mia TOP TEN dei luoghi da visitare “almeno una volta”

1 – Bali

L’isola indonesiana di cui vi ho raccontato è al numero uno della mia Top Ten. Per il fascino di una cultura così diversa dalla nostra, per la fede e l’armonia che si respira in ogni luogo dell’isola, immersa in una natura mozzafiato.

2 – Arcipelago della Maddalena (Sardegna)

Spiagge, calette e un mare dalle mille sfumature, dall’azzurro al verde. La zona fa parte del Parco Nazionale dell’Arcipelago della Maddalena ed è un santuario dei cetacei, che vengono qui a riprodursi. Non è difficile avvistare balene e delfini. Tra le eccellenze c’è la celebre “spiaggia rosa” di Budelli, ormai ridotta a una striscia sottile. Da vedere prima che scompaia del tutto. Non mancano gli spunti storici, tra cui la casa museo di Garibaldi a Caprera, le tracce dell’Ammiraglio Nelson. Nel cimitero de La Maddalena riposa l’attore Gian Maria Volonté.

3 – Isole Eolie (Messina, Sicilia)

Sette “sorelle” dal carattere diverso che spuntano dal mare. Il cono perfetto di Stromboli, con le sue spiagge nere e la Sciara del Fuoco, la spettacolare colata lavica che dal cratere scivola verso il mare. E poi Vulcano, con i suoi vulcanelli sulla spiaggia e le rocce sulfuree, l’elegante Lipari, con le pietre pomice che galleggiano sulle sue acque cerulee, le selvagge Alicudi e Filicudi e la discreta Salina sono, a mio avviso, meraviglie italiane da visitare almeno una volta.

4 – Costiera Amalfitana (Salerno)

Colori così non si vedono che raramente concentrati in un unico paesaggio. E se l’UNESCO l’ha inclusa nei siti “Patrimonio dell’Umanità” un motivo ci sarà. Case variopinte addossate sulla scogliera a strapiombo su un mare cristallino, profumo di limoni, fiori e macchia mediterranea si associano alla cordialità delle persone. Gli stranieri che la visitano tornano in patria entusiasti. Non diamo per scontate le nostre meraviglie italiane.

5 – Singapore

La mia impressione, visitandola, è stata quella di fare il “giro del mondo” semplicemente passando da un quartiere all’altro. Perché in questa piccola città stato si possono vedere i grattacieli del Financial District come a New York, il quartiere coloniale con i suoi monumenti lucenti, i quartieri cinese, indiano e arabo con gli splendidi templi e le moschee, i suk e i mercati. E c’è persino una foresta in città, Bukit Timah, un’oasi urbana popolata di animali esotici (per noi). I trasporti pubblici sono i migliori del mondo, e il Pil tra i più alti. Il tutto concentrato in una piccola isola.

6 – Cascate del Niagara
(Ontario – Canada e Stato di New York – USA)

Uno degli spettacoli naturali che mi hanno lasciata a bocca aperta, a partire dal rombo che comincia a sentirsi da lontano e che annuncia il “salto”, al confine tra Canada e Stati Uniti. Il gruppo si compone di tre cascate, la celebre Horseshoe, a ferro di cavallo, la più grande e potente, le American Falls, sul versante americano, e le Bridal Veil Falls. Sono le cascate più grandi del mondo per portata d’acqua. Il consiglio è di visitarle a bordo della Maid of the Mist, un’imbarcazione che sfruttando le secche e le correnti vi porta fin sotto l’Horseshoe. E fatevi raccontare dalla guida la leggenda della principessa indiana che si gettò nella cascata per un amore infelice. Vale una visita anche il vicino museo dedicato alle cascate.

7-    Quebec (Canada)

La regione francofona del Canada regala atmosfere mitteleuropee nelle grandi città come nei piccoli paesi, con architetture da vecchia Europa nelle grandi città, come Quebéc City e la Vieux Montreal, ma anche nei piccoli villaggi e cittadine, che sembrano uscite da un romanzo. Ma la vera protagonista è la natura, con strade che tagliano in due infinite foreste di abeti, aceri che in autunno accendono il paesaggio con i loro colori e sfumature, e poi gli immensi laghi, le isole che sembrano nascere dalle acque del fiume San Lorenzo, che in alcuni punti è talmente largo da non riuscire a vedere la riva opposta (e in larghezza batte perfino il Rio delle Amazzoni, considerato il più lungo del mondo).

 

8 – Monument Valley (Stati Uniti)

Al confine tra Utah e Arizona, è uno degli esempi di come la natura possa essere un’artista superiore a qualsiasi sforzo umano. L’occhio si perde alla vista delle gigantesche guglie scolpite dal vento e dai corsi d’acqua, che nei secoli hanno plasmato questo spettacolo unico. Il sole che scivola lungo le loro pareti fa il resto. Uno degli spettacoli naturali da vedere, almeno una volta nella vita. La zona è inclusa nella Navajo Nation Reservation, e con un po’ di delicatezza e fortuna si può parlare con i nativi americani per conoscere la loro cultura e le loro tradizioni.

9 -Parco Nazionale d’Etosha (Namibia, Africa)

Situato nella parte settentrionale della Namibia, è uno dei più estesi e importanti di tutta l’Africa. Ha un’estensione complessiva di 22 mila km quadrati, per lo più costituiti da savana semidesertica. La parte centrale, chiamata Etosha Pan, deriva da una depressione salina ed è completamente priva di vegetazione. Nel parco vivono protetti diversi branchi di elefanti, ma anche leoni, leopardi, bufali e rinoceronti, i cosiddetti “big five”, ma anche l’autoctona impala a muso nero e diverse specie di rettili e uccelli. Qui, a mio avviso, si riesce ancora a percepire l’originario spirito dell’Africa e ad entrare in contatto con la natura e gli animali, incontrandoli nel loro ambiente e non sono negli zoo o sui libri.

10-. Madagascar

Per me, il concetto più vicino a “paradiso terrestre”. Questa isola, la quarta più grande del mondo, sperduta nell’Oceano Indiano, con diverse piccole isole satellite, che valgono una visita, ancor più dell’isola principale, per il loro stato “naturale”. Questo isolamento ha fatto sì che qui si concentrasse il 5% delle specie animali e vegetali del mondo, l’80% delle quali sono endemiche. Rane, lemuri, camaleonti variopinti, farfalle, scimmie e pesci variopinti vi faranno compagnia. Salite a bordo della barca di un pescatore locale e lasciatevi trasportare sulle acque cristalline, mentre lo sguardo si perde all’orizzonte, dove non scorgerete che l’Oceano.

Chi sono

Mi chiamo Manuela Fiorini e sono nata a Modena, solo per caso. Con una mamma nata ad Alessandria D’Egitto, sangue italiano, greco-cipriota e britannico, zii in Australia e Canada, mi considero cittadina del mondo. Sono giornalista freelance e scrittrice. Mi piace viaggiare e raccontare, venire a contatto con culture, tradizioni e paesaggi diversi. Scrivo di turismo, enogastronomia, salute e benessere. Come narratrice ho pubblicato alcuni romanzi e racconti in diverse antologie e riviste. Perché viaggio anche con la fantasia. La mia pagina Facebook è https://www.facebook.com/manuelafioriniauthor/




La “mia” Bali: perché è l’”isola degli Dei”

In questi giorni in cui l’importanza di stare a casa è fondamentale, cerchiamo di rendere più interessante la permanenza facendo viaggiare la mente in luoghi esotici. Per questa ragione, abbiamo deciso di farci raccontare, da alcune delle firme più autorevoli di Weekend Premium, i loro viaggi speciali in giro per il mondo, per scoprire quelle che secondo loro sono le mete da visitare almeno una volta nella vita. Oggi e domani ci faremo raccontare di Bali!

 

Di Manuela Fiorini

Qual è il luogo del mondo in cui andare, almeno una volta nella vita? A questa domanda ho risposto senza esitazioni: Bali! È passato ormai qualche anno da quelle due settimane in cui mi sono innamorata dell’isola indonesiana, dei suoi abitanti dal sorriso gentile, da quella disponibilità all’accoglienza, al rispetto per religioni e tradizioni diverse che mi hanno fatto anche fare un pensiero, dopo aver conosciuto qualche italiano che ha fatto “il grande passo”, a trasferirmi proprio qui.

E a sorprendermi ancora di più c’è stato il fatto che Bali è stata un’esperienza di vita inaspettata. Non è stato infatti un viaggio programmato, o desiderato, quando un colpo di fortuna, un dono del destino, se volete. Negli anni della mia gavetta come giornalista, lavoravo in una redazione di un magazine di turismo. Il direttore un giorno mi convoca nel suo ufficio e mi dice: “L’Ente del Turismo Indonesiano ci offre un viaggio stampa a Bali, io sono impegnato. Vuoi andarci tu?” “Sì, certo! Grazie!”, avevo risposto d’impulso. “Bene, allora trovati un fotografo che venga con te”.

Uscita dall’ufficio carica come una molla, mi ero subito fiondata su internet per vedere dove si trovasse Bali esattamente: dall’altra parte del mondo. Il ché mi aveva galvanizzata ancora di più. La mia scelta del fotografo, invece, era caduta su Fabrizio, un freelance romano con appena qualche anno più di me, non solo perché faceva delle belle foto, ma se dovevo andarmene dall’altra parte del mondo con uno sconosciuto, preferivo che fosse un mio coetaneo o quasi, con lo stesso spirito d’avventura e la voglia di divertirsi.

Selamat datang, benvenuti!

È una delle prima parole che ho sentito e imparato in indonesiano, una lingua musicale, fluida, con suoni simili all’italiano, nonostante la grafia sia per un occidentale aliena e complessa. Selamat datang significa “benvenuti”, ed è proprio così che mi sono sentita fin dal mio primo impatto con l’isola di Bali.

L’imponente monumento equestre appena fuori l’aeroporto di Denpasar

Al nostro arrivo all’aeroporto Ngurah Rai di Denpasar, la capitale balinese, io e Fabrizio abbiamo trovato la nostra guida, Archana, un giovane balinese dai grandi occhi neri e dal sorriso gentile, che ci ha dato il benvenuto con una profumatissima collana di fiori cambogia. In questa avventura abbiamo avuto come compagno anche il taciturno Dewa, l’autista del monovolume che per dieci giorni ci ha scarrozzato da una parte all’altra dell’isola.

Il Bajra Sandhi Monument a Denpasar

Perché Bali è chiamata “Isola degli Dei”

Quando ci si riferisce a Bali, la si definisce così. E conoscendone gli usi e le tradizioni non mi è stato difficile capire il perché. Un’altra delle cose che ho imparato per prime, subissando Archana di domande, a cui lui ha sempre risposto con infinita pazienza è che il nome dell’isola, Bali deriva dal sanscrito wali, cioè “cerimonia”. L’espressione religiosa, infatti, è molto dai balinesi: non c’è casa il cui ingresso non sia protetto dalle statue dei guardiani, figure tra il mostruoso e il grottesco, ma dalla valenza positiva, la cui funzione è quella di proteggere gli abitanti dai tanti temuti spiriti maligni.

La mia impressione davanti a queste figure spaventose e grottesche, di primo acchito, è stata di timore, mi sentivo “osservata” ovunque entrassi o andassi, ma poi, a poco a poco, mi sono diventati familiari, quasi simpatici. Ho poi imparato che ogni luogo in cui vivono i balinesi, che sia un’abitazione, una spiaggia o un negozio, è provvisto di un piccolo tempio o un altare dove, quotidianamente, vengono fatte offerte di cibo, fiori e qualche rupia agli Dei.

Offerte votive

Una delle prime cose che ho notato, lungo la strada che dall’aeroporto mi portava in hotel, è stato vedere la fila di grossi alberi, ognuno dei quali era “fasciato” con un drappo a scacchi bianchi e neri. Ne ho subito chiesto il motivo. Anch’esso era legato al culto degli spiriti. I ficus benjamin, gli alberi in questione, sono considerati le dimore degli spiriti maligni, e “legandoli” con i colori che simboleggiano il bilanciamento tra il bene e il male, e che ricorreranno in molte altre cerimonie religiose a cui ho avuto la fortuna di assistere, si impedisce loro di uscire a fare danni.

Da Jimbaran a Kuta

Il mattino dopo il mio arrivo, la prima tappa è il villaggio di Jimbaran. Lungo la strada, le situazioni che mi incuriosiscono sono molte: ci sono famiglie intere a bordo di piccoli scooter, donne dagli abiti variopinti che espongono frutta, fiori e ceste per le offerte in piccoli banchi improvvisati ai bordi delle strade.

Tradizione e modernità lungo le strade dell’isola

Ne approfitto per entrare nel mercato coperto, che apre tutti i giorni dalle 5 alle 11 del mattino, un piccolo microcosmo colorato dove poter trovare dalla frutta ai fiori, dai polli al pesce, dalle ceste a piccoli oggetti di artigianato artistico. È qui che si respira il vero spirito dell’isola: tra la sua gente. Li osservo contrattare, barattare, scambiare un pollo con un mazzo di fiori, e tutti con il sorriso sulle labbra.

Il mercato di Jimbaran

Risalgo in auto e procedo alla volta di Kuta, uno dei più famosi centri turistici di Bali e meta preferita dei surfisti, soprattutto del sud est asiatico e dall’Australia. Bali si trova a soli 5° a Sud dell’Equatore e gode di una temperatura costante di circa 28° praticamente tutto l’anno, alternando una stagione secca a una piovosa, determinata dai Monsoni. Per questo è così ambita dagli amanti della tavola, che qui sfoggiano i loro fisici scolpiti e i loro tatuaggi, sfidando le onde più alte.

La spiaggia di Kuta

In tutta sincerità, Bali non mi ha particolarmente colpita per le spiagge. Kuta è una lunga mezzaluna dalla sabbia rosso dorata, con un mare pulito, ma piuttosto scuro, a causa delle origini vulcaniche dell’isole.

Surfisti a Kuta

Alle mie spalle, sfila una lunga serie di palme, che separano la strada dalla via principale, lungo la quale abbondano i negozi dei grandi marchi sportivi americani e occidentali. Vendono soprattutto abbigliamento sportivo e per il surf, ma ci sono anche ristoranti e le grandi catene di fast food. Un aspetto un po’ troppo turistico e commerciale, che forse ho apprezzato meno della parte più mistica e naturale dell’isola o, forse, semplicemente, perché troppo affine al consumismo occidentale a cui sono abituata.

Negozi adiacenti la spiaggia di Kuta

Ubud e la Foresta delle Scimmie

A mio avviso, Ubud custodisce l’anima antica e operosa di Bali. Non aspettatevi una città, piuttosto un grande villaggio, composto da altri centri più piccoli. Nel cuore della città antica si trova il Puri Saren Agung, noto anche come Ubud Palace. Prezioso esempio di architettura e di arte balinese, è stato parzialmente ricostruito dopo il terremoto del 1917.

Ingresso del Puri Saren Agung a Ubud

A nord di esso sorge il tempio privato della famiglia reale, il Pura Marajan Agung, mentre a ovest, spicca per bellezza e senso di pace il piccolo Taman Saraswati, dedicato a Dewi, dea della saggezza. Sul retro si trova un laghetto sul quale spiccano migliaia di fiori di loro e statue della dea. A colpirmi è proprio questa armoniosa simbiosi tra l’architettura degli edifici, frutto dell’ingegno umano, e la natura del luogo.

Ubud, Palazzo Reale

Una delle esperienze più belle che ho vissuto a Ubud, è stato immergermi nel cuore di Alas Kedaton, la “Foresta delle scimmie”, una striscia di jungla in cui si trovano tre templi e, soprattutto, una numerosa comunità di scimmie e macachi balinesi, che si avvicinano alle persone senza timore, per non dire in maniera spudorata.

Alas Kedaton, tempio di Haruman, il dio scimmia

Il primo consiglio che ci è stato fornito è stato quello di non dare loro cibo o di sfoggiare oggetti, come cellulari o macchine fotografiche, in grado di incuriosire gli animali, per il rischio concreto di vederseli letteralmente portare via! Consiglio che ho prontamente disatteso, dal momento che mi è stato impossibile resistere agli occhietti furbi di queste famigliole di scimmiette.

Lungo un intricato sentiero che conduce nel cuore di questa jungla di città, scorgo subito un gruppo di macachi che sosta lungo la via. Al nostro passaggio, ci ritroviamo circondati da tanti buffi visetti. Un cucciolo mi si attacca ai pantaloni, altre scimmiette giocano tra loro, una femmina allatta il suo neonato, mentre i grossi maschi vigilano sul resto del gruppo.

A Bali, le scimmie sono considerate animali sacri perché discendenti di Haruman, la grande scimmia bianca che aiutò il principe Rama, protagonista del poema epico indù Ramayana, a liberare l’amata Sita, fatta prigioniera dal demone Rawana.

I villaggi degli artisti

Una delle esperienze più belle è stata visitare, appena a Sud di Ubud, alcuni dei villaggi dove vengono realizzati gli oggetti tipici dell’artigianato locale, ma non solo. Grazie alla nostra indispensabile guida balinese, ho imparato che dietro a ogni realizzazione artistica c’è un significato quasi mistico. Inoltre, ogni “mestiere” si tramanda da padre in figlio, in modo tale che gli abitanti di un villaggio spesso sono tutti intagliatori, tessitori o, artisti.

La splendida maschera del Barong, animale mitico tra il drago e il leone, simbolo del Bene

Come nel villaggio di Batubulan, dove tre volte al giorno, presso il teatro Saharadewa, viene messa in scena la “Danza Barong”, uno degli spettacoli più suggestivi a cui mi sia capitato di assistere. La ragione di queste “repliche” non è solo turistica, ma ha un significato intrinseco, che è quello di tenere bilanciati il Bene e il Male. Sul palcoscenico, infatti, c’è sempre un sacerdote e gli attori che interpretano i personaggi malvagi tengono in mano un fazzoletto bianco, simbolo del bene.

Batubulan, ballerine di danza Legong

Lo spettacolo si apre con le sensuali ballerine di Legong, una danza tutta al femminile, accompagnata dal suono del gamelan, uno strumento tradizionale. Le danzatrici, tutte bellissime, si muovono lente, spostando gli occhi in maniera unica. Un altro momento topico della danza è l’ingresso della strega Rangda, personificazione del male. Ha il corpo ricoperto di pelliccia animale e sul volto una maschera spaventosa e colorata, con una lingua di fiamme lunga fino alla vita e zanne possenti.

Danza del Kriss, stregati da Rangda i guerrieri si pugnalano

Contro di lei si scagliano i guerrieri armati di coltelli rituali, ma la strega li fa impazzire e questi rivolgono l’arma contro di sé, pugnalandosi. È la danza del Kris, il pugnale sacro. E mi garantiscono che i pugnali sono veramente appuntiti come sembrano, ma lo stato di concentrazione, quasi di trance, in cui cadono i danzatori fa sì che essi non sentano il dolore.

Il Barong interviene per salvare i soldati caduti sotto il sortilegio della malvagia Rangda

Finalmente, preceduto dalla danza delle scimmie, fa il suo ingresso il Barong, animale mitico, impersonato da due attori -danzatori, uno governa la testa, l’altro la parte posteriore. Simbolo del Bene, ha l’aspetto di un leone, il corpo ricoperto da un pesante vello di capra e sul volto una maschera colorata, con gli occhi sporgenti, le zanne e fauci che vengono fatte schioccare dall’attore al ritmo del gamelan. Il Barong sconfigge Rangda e riporta l’equilibrio tra il Bene e il Male. Alla fine dello spettacolo, sul palcoscenico vengono lasciati i cestini con le offerte.

Mas, bottega di un intagliatore

Batubulan è anche il villaggio degli scultori che ricavano dalla pietra vere e proprie opere d’arte, molte delle quali finiscono ad abbellire i templi della zona. Mas, invece, è il villaggio degli intagliatori di legno. Qui ho acquistato le mie maschere, e anche una splendida rappresentazione in odoroso legno di sandalo di Rama e Sita, gli amanti del Ramayana, che ora mi guardano da una vetrina e mi riportano come per magia di nuovo sull’isola.

Realizzazione di un batik

A Batuan, invece, ho la fortuna di assistere alla realizzazione di un’opera in batik, l’arte pittorica balinese fatta di colori vivaci, disegni complessi che si ripetono e raffigurano elementi della natura, piante e animali., ma anche forme geometriche complesse. Qui ci sono anche molte gallerie d’arte. Le opere in batik autentiche riportano lo stesso disegno da una parte e dall’altra della stoffa, se il disegno compare su una parte sola, si tratta di una stampa.

Gunung Kawi, al cospetto dei Re scolpiti nella pietra

Un’altra delle tappe più sorprendenti del mio viaggio è stata la visita al tempio di Gunung Kawi, o Tempio della Tomba Reale. Vi confesso che di templi ne ho visitati tanti a Bali, ma questo è davvero unico per la sua posizione, nel mezzo della jungla.

Una parte del tempio di Gunung Kawi, immerso nella jungla

Per arrivarci ho attraversato villaggi e risaie a terrazza. Il sentiero di pietra, fatto di saliscendi e gradini, dal villaggio di Tampaksiring segue il corso del fiume Pakrisan e si addentra in una fitta vegetazione tropicale. Lungo il percorso, tra ponticelli sospesi, palme imponenti e “alberi del pane” si incontrano diversi templi dedicati alla dea del fiume e alcuni villaggi di capanne.

A poco a poco, il sentiero diventa più stretto, mentre i lati della collina assumono la forma di un complesso sistema di coltivazione a terrazze, dove si scorgono i primi germogli delle piantine di riso. A un tratto, nella parete della montagna, tra il fogliame della jungla, spuntano cinque gigantesche strutture, i candi.

I candi del tempio della Tomba Reale

Secondo la leggenda, questi enormi monumenti celebrativi, anche se in un primo tempo si era pensato che si trattasse di tombe della famiglia regnante balinese del XI secolo, sarebbero stati scolpiti nella montagna nel corso di una sola notta dalle possenti unghie di Kebo Iwa, una divinità locale. Al primo gruppo di cinque candi se ne aggiunge un altro di quattro, situati nella parte ovest rispetto al fiume, e uno isolato, a sud della valle, dedicato a un alto ufficiale del re.

Un secondo complesso di candi a Gunung Kawi

Fa parte del complesso del tempio anche una grande vasca dalle acque cristalline, alimentata dalle stesse sorgenti che confluiscono poi nel fiume Pakrisan, a cui vengono attribuiti poteri di guarigione. Confesso che questa parte del viaggio mi ha particolarmente colpita. Soprattutto per le persone che ho incontrato durante il percorso.

Complesso di Gunung Kawi, la vasca alimentata dal fiume Pakrisan

Nella jungla, infatti, ci sono molte abitazioni, capanne molto curate, ma essenziali, dove vivono i balinesi che coltivano il riso sulle terrazze. I bambini sono tantissimi, corrono e si nascondono tra le foglie immense come folletti, per poi rispuntare con i loro sorrisi sdentati. E con questa immagine nel cuore, mentre ritorno in hotel, penso già alle altre splendide esperienze che mi attendono, tra misteri, templi e leggende tutte da scoprire.

COME ARRIVARE

Sono diversi i tour operator italiani che offrono pacchetti e tour, in genere di 9 giorni e 7 notti, a Bali. Tra questi “I viaggi dell’Elefante” (www.viaggidellelefante.it) propone tour da 8 a 14 giorni, Blue Vacanze (www.bluvacanze.it) propone invece il tour di 12 giorni alla scoperta della Bali classica. Tour di Bali e Gili anche con Metamondo (www.metamondo.it).

DOVE MANGIARE

*Spaccabapoli, Jl. Raya Pengosekan Ubud No.108, Ubud, Kabupaten Gianyar, Bali, tel +62 361 9080197, gestito da un napoletano doc, offre piatti della cucina italiana e napoletana, tra cu un’ottima pizza con pomodori San Marzano e olio di oliva, pasta, secondi di carne e di pesce. Per chi ha voglia dei gusti di casa.

*Kayumanis Resto Jimbaran, Jl. Yoga Perkanthi, Jimbaran, tel +62 361 705777. Per chi vuole gustare la cucina indonesiana, questo locali a due passi dalla spiaggia offre un menù ampio e variegato, anche con piatti vegetariani e vegano. Ottimo rapporto qualità-prezzo.

DOVE DORMIRE

*Intercontinental Resort Bali*****, Raya Uluwatu No.45, Jimbaran, Kuta Sel., Kabupaten Badung, Bali, tel +62 361 701888, www.bali.intercontinental.com Situato a ridosso della spiaggia di Jimbaran, è un vero e proprio angolo di paradiso, con laghetti , giardini e cascate. 6 piscine ornamentali con sculture ispirate agli antichi palazzi, ristoranti che offrono un’ampia scelta di cucina tra asiatica, giapponese, intercontinentale.

*Parigata Resort & Spa****, Jl. Danau Tamblingan No.87, Sanur, Bali, +62 361 286286, www.parigatahotelsbali.com/ Piccolo delizioso resort con una grande piscina, a pochi passi dalla spiaggia di Sanur, downtown Denpasar e comodo alle principali attrazioni.

INFO

http://balitourismboard.or.id/

Appuntamento a domani con la seconda parte!!




Sull’Isola di Sylt, la riviera del Mare del Nord

Scogliere frastagliate, battute dal vento e dalle onde e vegliate da fari bicolori, dune di sabbia, colline selvagge, brughiere e spiagge candide, che si affacciano sulle acque del Mare del Nord. A una prima descrizione, l’isola di Sylt, la maggiore delle Isole Frisone Settentrionali, appartenente alla Germania, ma situata a pochi km dal confine con la Danimarca, può sembrare la meta ideale di una vacanza all’insegna della natura e dell’avventura.

In realtà, l’aspetto “selvaggio” è solo uno dei due volti dell’isola. L’altro è quello che fa di Sylt una delle mete preferite del jet set tedesco e danese, con boutique esclusive, ristoranti prestigiosi, dove gustare le specialità locali, dalle celebri ostriche Sylter Royal ai granchi polposi, ma anche aragoste e caviale.

Proprio la cucina di qualità è uno dei fiori all’occhiello di Sylt, l’altro motivo di orgoglio sono i paesaggi, pittoreschi e singolari. Al punto che, un kmq su 7, circa la metà del territorio dell’isola, è stato dichiarato, già nel 1923, zona di conservazione, e le distese fangose del Mare del Nord, lambite dalle maree, sono state inserite dall’UNESCO nel Patrimonio Naturale dell’Umanità.

Infine, nel 1985, l’intera area compresa tra la punta settentrionale di Sylt e la foce del fiume Elba è stata inclusa nel Schleswig Holstein Wadden Sea National Park, inserito, a sua volta, nei siti Patrimonio dell’Umanità, nel 2009. E proprio l’Isola di Sylt è una delle mete che vi consigliamo di visitare…per una volta!

Westerland, il cuore di Sylt

A Westerland, il capoluogo dell’isola, vivono circa 9000 persone. Lungo la via principale, la Friedrichstrasse, si concentrano negozi, ristoranti e panetterie, per le quali l’isola è famosa: si stima, infatti, che siano 200 mila le forme di pane che escono, giornalmente, dai forni di Sylt.

In città, merita sicuramente una visita la Chiesa di St Nicolai, in St Nicolaistrasse 6, il più grande e importante luogo di culto del capoluogo. Costruita agli inizi del XX secolo, è stata dedicata a San Nicola di Myra, patrono dei mercanti e dei marittimi. La chiesa, a tre navate, richiama lo stile romanico, con l’aggiunta di alcuni elementi gotici.

Da St Nicolaistrasse, proseguiamo in Stephanstrasse. Dove la strada si interseca con Wilhelmstrasse, si incontra la Wilhelmine, una statua che rappresenta una donna dalle forme opulente, intenta a fare il bagno al centro di una fontana.

Da qui, si raggiunge il quartiere di Alt Westerland, dove si trova il St Niel Village, il nucleo storico della città, che include alcuni edifici antichi e, in particolare, la Chiesa di San Nils. Costruita tra il 1635 ed il 1637, e successivamente ampliata tra il 1701 ed il 1789, conserva, al suo interno una croce del XIII secolo. All’esterno, invece, si trova un cimitero con 40 lapidi di selce, probabilmente erette tra il XVII ed il XVIII secolo.

Ritornando in direzione del mare, in Andreas Nielsen Strasse si trova, invece, il Municipio – Casino di Westerland. Costruito, nel 1897 come resort con annesso centro benessere, è stato completamente distrutto da un incendio nel 1893, e successivamente ricostruito.

All’angolo tra Elisabethe Strasse e Kapt Christiansen Strasse si trova, invece il Friedhof der Heimatlosen, letteralmente, il “Cimitero dei Senzatetto”. Costruito nel 1855, era destinato ad ospitare le tombe dei “senza nome” ritrovati cadaveri sulla spiaggia in seguito a naufragi e tempeste. Attualmente, conta 53 sepolture, l’ultima delle quali risale al 1907.

La “dolce vita” sul lungomare

La zona più vivace di Westerland è Kurpromenade, il lungomare, che si estende lungo le spiagge della città ed è costellata di bar, chioschi e locali.

Impossibile non notare il Musikmuschel, un singolare palco a forma di conchiglia, costruito nel 1879 e successivamente ampliato e ricostruito più volte, dopo essere stato danneggiato da violente mareggiate. La struttura attuale risale al 1949.

La spiaggia più frequentata è quella di Brandeburgo (Brandeburgstrand), particolarmente amata dagli appassionati di windsurf. Più riparata e tranquilla, la Zentralstrand, la spiaggia più meridionale di Westerland, è frequentata dalle famiglie con bambini e dagli amanti della tintarella.

Proseguendo ancora verso sud, vale la pena visitare lo splendido Sylt Aquarium. Nelle 25 vasche si possono ammirare più di 2000 esemplari marini, suddivisi per habitat. La sezione “Coral World”, di 500.000 litri di acqua di mare, ricostruisce l’ambiente della barriera corallina, mentre quella dedicata all’ecosistema del Mare del Nord presenta l’habitat dei fondali attorno all’isola. Entrambe le sezioni sono attraversate da un enorme tunnel trasparente, dove i visitatori avranno la sensazione di camminare in fondo al mare.

…continua nella 2° pagina…

Il Nord di Sylt, da Wenningstedt a List  

Da Westerland, l’itinerario procede in direzione nord. La prima cittadina che si incontra è Wenningstedt, un luogo di villeggiatura per famiglie, rinomata per le sue scogliere bianche, ma, soprattutto, per il Denghoog, la più importante tomba neolitica della Germania, risalente a 3000 anni a.C. Le pareti sono state costruite assemblando 12 pietre dal peso medio di 40 tonnellate. Uno dei misteri, ancora irrisolti è come sia stato possibile, per gli uomini dell’Età della Pietra, spostare simili macigni.

La strada che da Wenningstedt porta a Kampen, in circa 4,5 km, è caratterizzata dalla splendida Red Cliff, una delle più affascinanti scogliere del Mare del Nord. Formatasi circa 120.000 anni fa, in seguito allo scioglimento dei ghiacci e all’erosione della terra, deve il suo inconfondibile colore rosso all’reazione dell’ossigeno con i minerali ferrosi della terra.

Sulla Red Cliff si trova anche il “Langer Christian, il faro più antico dell’isola. Dall’ inconfondibile sagoma e dalle strisce colori bianche e nere, è stato terminato nel 1856, su ordine del re Federico II di Danimarca. Il secondo faro di Kampen, il Quermarkenfeuer, si trova, invece, a 2,5 km di distanza. Costruito in mattoni rossi, è a base ottagonale ed è stato costruito nel 1913.

Il centro della piccola e deliziosa cittadina di Kampen, invece, è noto per essere il paradiso dello shopping, ma anche per le sue bellezze naturali, come la Uwe Dune, la collina più alta di tutta Sylt. Si arriva alla cima percorrendo una passerella di legno. Dalla piattaforma di osservazione si può godere di un panorama a 360° dell’isola e, nelle giornate più terse, si possono scorgere anche le piccole isole di Amrum e Föhr. Infine, Kampen è famosa anche che per le sue spiagge. La candida striscia di sabbia argentea che orna la costa si divide in quattro sezioni: la spiaggia principale, la Grande Plage, la Spiaggia delle Dune, la Red Cliff e la Buhne.

Vale la pena proseguire ancora verso nord per raggiungere List, la città famosa per le ostriche Sylter Royal. È una cittadina piuttosto tranquilla e vanta il primato di essere il comune più a nord di tutta la Germania.

Qui si trovano piccoli ristoranti, negozietti caratteristici e l’animata zona del porto, dove attraccano i traghetti provenienti dalla Danimarca, che dista appena 40 minuti di nave. Tra le bellezze del territorio c’è il Wanderdünengebiet, un complesso di dune ricoperte di erba, meta ideale per il Nordic Walking.

In città, merita una tappa l’Erlebniszentrum Naturgewalten un museo all’avanguardia, che si trova all’interno di un edificio alimentato con energie rinnovabili e che ha la forma di una grande onda blu. Il museo è dedicato al Mare del Nord, alla sua storia e al suo ecosistema, con esposizioni e presentazioni multimediali.

All’estrema punta dell’isola di Sylt, si trova invece la penisola di Ellenbogen, Lungo il percorso si incontrano alcune belle spiagge, battute da venti molto forti, per chi vuole godere delle splendide vedute del Mare del Nord.

Alla scoperta dei villaggi del Sylt-Ost

 A sud di Westerland si trovano invece le terre del Sylt-Ost, un territorio di circa 15 km che comprende i villaggi di Tinnum, Munkmarsch, Archsum, Morsum e Keitum. La prima tappa è Tinnum, la cui attrazione sono le rovine del Tinnumburg, una fortezza il cui nucleo risale al I secolo a C. Oggi, rimane sono un muro circolare, alto 8 metri e dal diametro di 120, che si trova appena lasciato il centro abitato.

Attraversando la campagna alle spalle del castello, si arriva ad Archsum un piccolo villaggio rurale le cui origini risalgono al 1462. Qui, il tempo sembra essersi fermato: tra case di canne e pietra e mucche al pascolo, Archsum vanta anche un primato curioso: ha la più alta percentuale di abitanti che parlano ancora il Söl’ring, l’antico dialetto frisone.

Il viaggio nel tempo prosegue a Keitum, probabilmente il villaggio più pittoresco dell’isola. Il paesaggio si compone, infatti, di case frisoni con i muri di pietra, il tetto di canne e cancelli di ossa di balena intrecciati, retaggio della vocazione di cacciatori di cetacei degli abitanti. Keitum vanta la chiesa più antica dell’isola, la St Severin Kirche che risale al XIII secolo e conserva al suo interno, un coro gotico e un fonte battesimale romanico.

Vale una visita anche la Altfriesisches Haus, la “Vecchia Casa Frisone”, un’abitazione del XVIII secolo ricostruita, con arredi originali, un laboratorio di tessitura e un mulino storico.

Merita una sosta anche il Sylter Heimatmuseum, il museo di storia locale, ricavato nella residenza di un ex militare del 1759. L’ingresso ha la forma di una mandibola di balena, mentre, all’interno, sono conservate preziose testimonianze della storia di Sylt.

Per gli amanti del trekking e delle passeggiate nella natura da Keitum parte anche la Kliffweg, la “Scogliera verde”, un sentiero natura di 7 km che arriva fino a Kampen.

L’itinerario prosegue, poi, fino a raggiungere il minuscolo e tranquillo villaggio di Munkmarsch e, successivamente, la cittadina di Morsum dove si può ammirare la chiesa di St Martins, la più antica in assoluto di tutta Sylt, antecedente al 1240. Dedicata a San Martino di Tours, è costruita in mattoni e granito, secondo lo stile frisone.

La cittadina è famosa per il Kliff Morsum, una scogliera rossa di 21 metri di altezza, che vanta una storia geologica di 5 milioni di anni. Dal 1923 è considerata area protetta.

Nell’estremo sud di Sylt

La tappa finale conduce all’estremo sud dell’isola. Il punto più stretto in assoluto di Sylt si trova in prossimità della cittadina di Rantum, il cui paesaggio è stato fortemente influenzato dalle maree, dall’erosione e dalle cosiddette “dune mobili”, cumuli di sabbia che si spostavano di diversi km all’anno, costringendo gli abitanti ad abbandonare case e fattorie. Oggi, il fenomeno è stato arginato ricoprendo di erba le dune e sfruttando le radici delle piante.

All’estrema punta meridionale di Sylt si trova, invece, la soleggiata Hörnum, il villaggio più recente, risalente ai primi anni del 1900. Il suo paesaggio è caratterizzato dalle dune, tra cui la Odde Hörnum, che si frappone tra la città, il mare e un porticciolo, sul quale vigila un delizioso faro. Soggetta all’erosione marina, questa zona è protetta del 1972. L’edificio più caratteristico della cittadina è la chiesa di St Thomas, dalla singolare forma che ricorda una barca a vela. Costruita tra il 1969 ed il 1970, è l’edificio religioso più recente dell’isola.

Non dimenticate, poi, di assaggiare le famose ostriche di Sylt, che hanno la fama di essere afrodisiache. La varietà Sylter Royal (www.sylter-royal.de), allevate lungo la costa della baia di Blissel, tra Kampen e List, è famosa in tutto il mondo per il suo sapore inconfondibile, leggermente salato, grazie alla “salamoia” naturale nelle acque del Mare del Nord. Per raggiungere il peso ottimale per la vendita, che è di circa 80 grammi, una Sylter Royal impiega circa due anni. Una ragione che le rende particolarmente preziose e ricercate, da assaggiare…per una volta!

COME ARRIVARE

Non ci sono voli diretti per l’Italia, ma si può raggiungere l’aeroporto di Westerland da diverse città della Germania. È quindi necessario fare uno scalo. Tra le compagnie ci sono Lufthansa (www.lufthansa.com), da Monaco di Baviera e Dusseldorf, Eurowings (www.eurowings.com) da Dusseldorf, Berlino e Stoccarda.

DOVE MANGIARE

*Söl’ring Hof , Am Sandwall 1, Rantum, tel 0049 4651 836200, www.soelring-hof.de. Due Stelle Michelin per questo prestigioso locale situato sulle dune di Rantun con vista sul Mare del Nord. Lo chef è il pluripremiato Johannes King.

*Bodensdorf `s , Boy-Nielsen-Str. 10, tel 0049 465188990, www.landhaus-stricker.de Ristorante con una Stella Michelin situato all’interno dell’hotel Landhous Stricker. Il menù offre piatti raffinati con ingredienti della cucina mediterranea.

*Jörg Müller, Süderstrasse 8, Westerland, tel 0049 4651 27788, www.jmsylt.de. Rinomato ristorante gourmet con una stella Michelin. La cucina è vivace e mischia i gusti tradizionali del Baden con quelli dell’isola di Sylt, accompagnata da una ricca carta dei vini.

DOVE DORMIRE

*Romantik Hotel Joerg Mueller**** , Süderstrasse 8, Westerland, tel 0049 4651 27788, www.hotel-joerg-mueller.de. Boutique hotel con centro benessere e ristorante e bistrot.

*Long Island House Sylt*** (Eidumweg 13, Westerland, tel. 0049 4651 9959550, www.sylthotel.de) Hotel in stile country, con arredi ispirati al mondo della nautica, come gli specchi a forma di oblo e il parquet che ricorda i pavimenti delle navi.

*Morsum-Kliff***, Nösistig 13, 25980 Morsum, tel 0049 4651 83 63 20, www.hotel-morsum-kliff.de Piccola e deliziosa struttura che si affaccia sulla scogliera di Morsum, con vista sul Mare del Nord. Le camere a piano terra sono provviste di terrazza sul giardino, mentre le junior suite hanno una zona giorno separata da quella notte.

INFO

www.sylt.de

www.insel-sylt.de/