A Casa di Babbo Natale: ecco i villaggi di Natale che si possono visitare

Il Natale è soprattutto la festa dei bambini che quest’anno dovranno festeggiarlo in maniera un po’ diversa. Tuttavia, se è vero che molte manifestazioni sono state annullate, molti “villaggi di Natale” hanno preferito lanciare degli eventi online dedicati ai più piccoli, alcuni sono invece aperti e si possono visitare, nel rispetto delle normative anti Covid.  Vediamo allora quelli che si possono vedere dal vivo.

A Trento c’è il Villaggio dei Bambini

Nonostante le difficoltà, Trento si conferma “città del Natale” con tante iniziative per grandi e piccoli. Proprio per loro, in Piazza Santa Maria Maggiore è stato allestito il Villaggio dei Bambini  con un’ambientazione ispirata alle favole di Hans Christian Andersen e grandi immagini tridimensionali. Si potrà poi sbirciare dalle finestre della Casa di Babbo Natale e scrivere una letterina con destinazione Polo Nord da imbucare nella cassetta delle lettere.

Quest’anno, poi, per ricordare Gianni Rodari a 40 anni dalla sua scomparsa, è stato pensato un percorso fatto di luci ispirato alle sue poesie, favole e filastrocche che hanno accompagnato generazioni di bambini.

Non dimentichiamo poi il grande albero di Natale in piazza Duomo, illuminato da 24 mila luci colorate. Per osservare le luminarie, poi, si può passeggiare per le vie del centro storico e lungo il “Giro di Sass”.

A Levico Terme il “Trono di Babbo Natale”

Sempre in provincia di Trento, a Levico Terme, dal 20 al 24 dicembre, nel centro storico ci sarà il Trono di Babbo Natale dove si potranno imbucare direttamente le letterine. Fino al 6 gennaio, poi, i più piccoli potranno prendere parte al Caccia al tesoro asburgica, un divertente percorso alla scoperta di Levico, della sua storia e cultura, con un simpatico gadget in omaggio. Lo spirito del Natale si potrà poi vivere anche tra le piccole vie del borgo, costellate di luci e di botteghe storiche che propongono i prodotti tipici dell’enogastronomia e dell’artigianato.

A Bussolengo (VR) atmosfere da Polo Nord al Villaggio di Natale Flover

È uno dei “villaggi di Natale” più famosi in Italia e anche quest’anno ha aperto i battenti. Il Villaggio di Natale Flover  di Bussolengo, in provincia di Verona, si estende per ben 8000 mq al coperto e regala ai visitatori atmosfere magiche che ricordano quelle del Polo Nord, tra elfi, folletti, renne, gnomi, presepi e decorazioni di ogni genere.

Un vero e proprio “viaggio” nello spirito del Natale, dove i più piccoli potranno incontrare Babbo Natale e imbucare la loro letterina presso il nuovo Ufficio Postale nella Baita di Babbo Natale, oppure visitare la Fabbrica dei Giocattoli e ammirare gli gnomi al lavoro tra nastri trasportatori, tubi luminosi e ingranaggi colorati e incantati.

Si potrà poi visitare il fiabesco Palazzo dello Schiaccianoci dove ad attendere i visitatori ci sono i topolini e le ballerine, e il Castello di Pan di Zenzero, con i suoi lampadari scintillanti e i suoi magici tessuti.

A bordo del Flover Express si potrà poi andare alla scoperta del Flover Winter Wonderland. Non mancherà nemmeno la Dispensa di Mamma Natale, con le specialità della tradizione natalizia, ma anche hamburger e pizza.

Naturalmente, si potranno scegliere gli addobbi di Natale, scegliendo quelli di tendenza nelle Trend Room, che spaziano dal classico bianco della “Winter Morning” ai pupazzi di neve giganti della “Wonderful Time”, fino alle decorazioni nordiche del “Mountain Lodge” a quelle più originali, a ispirazione africana, del “Xmas Safari”.

Il villaggio rimarrà aperto fino al 10 gennaio 2021, dalle 9 alle 19.30 con orario continuato. Rimarrà invece chiuso tutte le domeniche, il 25 dicembre e il 1°gennaio. Si trova in via Pastrengo 16, a Bussolengo.

A Bassano del Grappa il Villaggio di Natale è in villa

Atmosfere da fiaba e in una location suggestiva, quella del Villaggio di Natale che si tiene a Villa Stecchini di Bassano del Grappa, in provincia di Vicenza. Fino al 10 gennaio si potrà camminare nell’Elfo Bosco, in compagnia di elfi, fate e renne. Immancabile la Casetta di Babbo Natale, con la Cassetta delle Lettere dove poter imbucare la propria letterina indirizzata al Polo Nord. Le lettere da compilare vengono consegnate all’ingresso con il contributo di 3 euro.

Ci sarà poi lo Scivolo di Frosty, dove ci si potrà divertire lanciandosi singolarmente su ciambelle gonfiabili lungo un percorso mozzafiato.  Sarà poi possibile visitare il Percorso dei Presepi e bere una bevanda calda, tra vin brulé, cioccolata, caffè e tisane, e gustare caldarroste e marshmallows nelle postazioni all’aperto nel rispetto delle norme anti Covid.

A Montecatini Terme il villaggio di Babbo Natale è in un castello

Spostandoci in Toscana, a Montecatini Terme, in provincia di Pistoia, fino al 1 ° gennaio si può visitare la Baita di Babbo Natale , che quest’anno è stata spostata nella splendida cornice del Castello delle Terme Tamerici. In uno spazio di 800 metri quadrati si potrà percorrere il Corridoio delle Renne e arrivare alla Stanza di Rudolph, la renna con il naso rosso.

Ci sarà poi la pista di partenza della slitta di Babbo Natale, la fonte magica e Babbo Natale in persona. Nel parco esterno, invece, si potrà visitare il mercatino natalizio, un piccolo luna park e un’area ristoro.

A Vetralla c’è il Regno di Babbo Natale

A Vetralla, in provincia di Viterbo, fino al 17 gennaio si può visitare il Regno di Babbo Natale, un mondo magico disposto su più di 4000 mq dove vivere le magiche atmosfere del Natale. Si comincia dal gBosco Incantato, dove grandi e piccini potranno fare incontri molto speciali. Nell’Officina degli Elfi, invece, si potranno vedere gli aiutanti di Babbo Natale all’opera per produrre i doni per i bambini di tutto il mondo.

All’interno del Tunnel Glaciale, poi, tra tanta beve, una cascata di acqua gelida e sculture di ghiaccio si potranno incontrare orsi polari, renne e pinguini. Il percorso continua attraverso l’Oasi dei Presepi, il Salone delle Luci, la Valle dei Villaggi in miniatura, l’impero degli Schiacchianoci e la Galleria principale dove si possono trovare decorazioni e oggetti provenienti da tutto il mondo.

C’è poi il Victorian Village, con atmosfere vittoriane, dove acquistare e degustare caramelle, frutta secca, prodotti tipici e bere una buona cioccolata calda. Infine, si potrà provare l’ebbrezza di fare un volo in slitta (virtuale) insieme a Babbo Natale e incontrare Rudy la Renna e Steve il Candy Cane. Il tutto seguendo le norme anti Covid e in tutta sicurezza.

 




Il Mondo in Italia. La Rocchetta Mattei e il castello di Neuschwanstein, diversi ma simili

Il primo è un gioiello italiano tutto da scoprire, il secondo è il castello più famoso del mondo, visitato da 1,5 milioni di persone all’anno, e ha ispirato le favole Disney, dalla Bella Addormentata a Cenerentola, da Biancaneve e Rapunzel. Tuttavia, la Rocchetta Mattei, sull’Appennino bolognese, e il castello di Neuschwanstein, nella regione tedesca della Baviera, hanno molte caratteristiche in comune, benché esteticamente siano molto diversi.

Entrambi nascono dal sogno visionario del loro committenti, rispettivamente il Conte Cesare Mattei e re Ludwig II di Baviera, sono pressoché contemporanei, (risalgono alla fine del XIX secolo) inoltre, si rifanno per architettura e stili ai tempi passati. Infine, entrambi furono concepiti come “rifugio” personale più che palazzi di rappresentanza e attraversarono periodi avversi prima di essere restituiti al loro antico splendore e resi fruibili al grande pubblico.

Alla Rocchetta Mattei, atmosfere da sogno

Per arrivare alla fiabesca Rocchetta Mattei si deve percorrere la SS 64 Porrettana, nel territorio della provincia di Bologna, e arrivare fino a Savignano, frazione del Comune di Grizzana Morandi. Su un’altura di 407 metri sul livello del mare, si erge questa costruzione unica nel suo genere, che mescola diversi stili, da quello medievale al moresco, fino a quello più moderno.

La prima pietra, la “rocchetta”, venne posta il 5 novembre 1850 per volere del Conte Cesare Mattei, uomo di lettere, politico, e “medico” autodidatta. Mattei è considerato il padre dell’elettromeopatia, disciplina che si fonda sull’omeopatia. Una delle caratteristiche in comune con il famoso castello di Neuschwanstein è il fatto che la Rocchetta venne costruita su un complesso medievale preesistente, appartenuto prima a Federico Barbarossa, poi a Ottone IV e, infine, incluso nei possedimenti di Matilde di Canossa, fino alla sua distruzione, nel 1293.  Il conte Mattei scelse questo luogo, dopo averne valutati molti altri, per la sua splendida posizione panoramica, quasi un piedistallo naturale, con vista sulle vallate e alla confluenza dei fiumi Reno e Limentra.

I lavori terminarono nel 1859, anche se furono operati rimaneggiamenti successivi. Il conte vi si stabilì in pianta stabile e qui rimase per venticinque anni, fino alla sua morte. E qui fu anche sepolto. Cesare Mattei condusse all’interno del suo piccolo regno la vita di un vero castellano medievale, con una corte che annoverava persino un buffone. Il castello, negli anni, ospitò poi diverse personalità, che venivano qui per sottoporsi alle cure di elettromeopatia. Tra i nomi illustri figurano Ludwig III di Baviera e lo zar Alessandro II e Dostoevskji cita il Conte Mattei nel suo celeberrimo romanzo “I fratelli Karamazov”.

Ritratto del conte Cesare Mattei nella Sala dei Novanta

Dopo diverse vicissitudini, conseguenti al danneggiamento del complesso durante la Seconda Guerra Mondiale da parte delle truppe tedesche, la Rocchetta Mattei è stata di nuovo aperta al pubblico nel 2015, grazie all’acquisizione e all’impegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna, che ne ha curato i restauri.

Visitare la Rocchetta Mattei

Alla Rocchetta Mattei si accede dall’ingresso che si trova sulla SS62 Riola – Camugnano-Castiglione de’ Pepoli. Si sale poi attraverso un’agile scala fino all’entrata, dove a dare il benvenuto agli ospiti è un Ippogrifo, animale mitico che già suggerisce i gusti del “padrone di casa”. Si passa poi attraverso un cortile scavato nella roccia e si notano subito due gnomi che, a guisa di Cariatidi, sorreggono lo stipite di una delle porte sulla facciata.

La statua di un ippogrifo dà il benvenuto ai visitatori

Si entra poi da una porta che attraverso una scaletta porta alla Loggia Carolina, che lascia a bocca aperta per il suo magnifico stile orientale. La scala della Torre, invece, porta prima a un ponte levatoio, poi alla camera da letto del Conte Mattei, con il soffitto a stalattiti che ricorda una piccola grotta. Nella stanza si trovano ancora gli arredi originali e la collezione di pipe del conte.

La magnifica Loggia Carolina

Proprio di fronte si trova la Sala delle visioni, affrescata con l’allegoria della nuova scienza omeopatica che vince la medicina tradizionale. La scala porta poi al torrione principale e alla cosiddetta Sala Inglese.

La Sala delle Visioni

Si ritorna poi alla Loggia Carolina, sulla quale si affacciano la Camera Bianca e la Camera Turca. Si attraversa poi una loggia scoperta con un balcone che ricorda una rupe a strapiombo sulla vallata. Si arriva infine al superbo Cortile dei Leoni, che riproduce quello dell’Alhambra di Granada.

Il Cortile dei Leoni che ricorda l’Alhambra di Granada

La visita prosegue poi prendendo l’ingresso a lato del cortile, che porta a una cantoria che sovrasta l’interno della chiesa interna alla Rocchetta, dove, custodite in un’arca rivestita da maioliche, riposano le spoglie mortali del conte Mattei.

L’arca con le maioliche che custodisce le spoglie del conte Mattei

Si esce e si attraversa di nuovo il Cortile dei Leoni per entrare nel Salone della Pace, e poi nella Sala della Musica, costruita a immagine della cattedrale di Cordova. Accanto alla chiesa si trova poi il Salone dei Novanta, che il conte Mattei aveva fatto costruire per festeggiare, attraverso un sontuoso banchetto, i suoi novant’anni. Età a cui non arrivò mai.  Si esce poi nel rigoglioso parco da cui, attraverso una scala di pietra, si torna sulla Porrettana.

Il Salone dei Novanta

INFO

www.rocchetta-mattei.it

…scopri a pagina 2 il favoloso castello di Neuschwanstein…

Neuschwanstein, un castello da fiaba

Andiamo ora al castello di Neuschwanstein, situato nei pressi di Füssen, nella municipalità di Schwangau, nel sud ovest della Baviera, in Germania. Situato a 800 metri di altezza, si affaccia sulle colline tra la Baviera e la Svevia. Il suo nome significa “Nuova roccaforte del cigno” e si rifà alla Contea del Cigno (Schwangau), dove è stato costruito.

La bellezza del castello di Neuschwanstein in inverno

Il castello di Neuschwanstein per la sua particolarità e bellezza è considerata una delle “sette meraviglie del mondo moderno” e dalla sua apertura al pubblico, nel 1886, è stato visitato da 60 milioni di persone provenienti da tutto il mondo. Nel 2013, poi, dopo ben tredici anni, sono stati completati i restauri che lo hanno restituito al suo antico splendore.

Il meraviglioso paesaggio attorno a Neuschwanstein

Una caratteristica che lo accomuna concettualmente alla Rocchetta Mattei è la preesistenza di due castelli medievali, ormai in rovina quando Massimiliano II di Baviera, padre di Ludwig, acquistò i terreni e fece costruire il Castello di Hohenschwangau, dove il figlio Ludwig trascorse gran parte della sua giovinezza, innamorandosi di questo luogo e dei suoi paesaggi.

Neuschwanstein in autunno

Al punto che, una volta asceso al trono, nel 1864, al posto delle vestigia dei castelli medievali, iniziò a fantasticare sulla costruzione di un castello…da favola. La prima pietra venne posata nel 1868, Ludwig di Baviera vi si stabilì nel 1884, anche se i lavori continuarono ancora per altri due anni.

Neuschwanstein, che cosa vedere

Il castello si presenta come un complesso di 6000 mq, articolato su quattro piani, composto da pinnacoli e torri, alcune delle quali svettano fino a 80 metri e che riproducono il paesaggio della montagna circostante.

Ludwig II di Baviera, era cugino della principessa Sissi

Ludwig II di Baviera, che per la sua eccentricità veniva chiamato “il re matto”, concepì il castello come monumento al compositore Richard Wagner, di cui era un appassionato sostenitore e ammiratore. Al punto che il progetto del castello è un continuo richiamo alla leggenda del Lohengrin, il Cavaliere del Cigno, mentre diverse stanze, di cui solo 14 furono completate prima della morte di Ludwig, avvenuta in circostanze misteriose a 41 anni.

Il Lohengrin di Wagner, a cui si ispira il castello

Il visitatore viene accolto dalle imponenti torri gemelle, che contrastano con il resto della struttura dai caratteristici mattoni rossi. La cornice dei tetti, invece, è circondata da pinnacoli, mentre molte delle finestre sono bifore e trifore, secondo uno stile neogotico.

L’accesso a Neuschwanstein con lo stemma della casa reale bavarese

Al complesso si accede attraverso un passaggio sovrastato dallo stemma reale bavarese che porta al cortile d’onore, disposto su due livelli. Il più basso conduce alla bella Torre rettangolare, mentre dalla parte sud si accede a un belvedere. Dalla parte superiore, invece, si sarebbe dovuto arrivare a una chiesa a tre navate, che non fu mai portata a termine, ma di cui si può vedere la planimetria.

Il Cortile d’Onore su cui si affacciano la Casa dei Cavalieri e la Dimora delle Dame

Dietro alla Torre rettangolare, alta 45 metri, che unisce i due livelli, si trova la Casa dei Cavalieri, che nella concezione iniziale doveva ospitare i servitori del sovrano, ma di fatto rimase inabitata. Di fronte, si trova invece la Dimora delle Dame, anch’essa rimasta inutilizzata. Le strutture riprendono le forme del Castello di Antwerp citato nel primo atto del Lohengrin di Wagner.

Una delle torri del castello di Neuschwanstein

Sul lato ovest del cortile si trova invece il castello vero e proprio, dove Ludwig di Baviera stabilì la propria residenza. Qui si concentrano i pinnacoli e le alte torri, ma anche camini ornamentali. Splendide le decorazioni, tra cui un affresco raffigurante San Giorgio, un leone in rame e la figura di un cavaliere.

Raffigurazione di San Giorgio

Entrando a Neuschwanstein

Il progetto iniziale prevedeva più di 200 stanze, ma ne vennero completate solo 15. Al primo piano si trovavano le stanze dei servitori e del personale amministrativo, mentre le stanze del sovrano occupavano tutto il terzo piano. Al quarto, invece, si trova la Sala dei Cantori, completamente decorata con scene tratte dal Lohengrin e dal Parsifal di Wagner.

La maestosa Sala dei Cantori

Sullo stesso piano, nell’ala ovest, si trova anche la Sala del Trono, circondata su tre lati da arcate colorate che conducono idealmente a un’abside dove era collocato il trono. La concezione rimanda alla sacralità del potere imperiale. L’abside, infatti, è decorata con le figure di Gesù e degli Apostoli, oltre che dai ritratti di sei grandi sovrani dichiarati santi. Il mosaico sul pavimento e i candelieri in cristallo di Boemia riprendono l’arte bizantina.

La Sala del Trono

Al terzo piano si trovano invece gli appartamenti reali, composti da otto stanze arredati in stile moderno e decorati con affreschi che richiamano le opere di Wagner, ma anche il ciclo cavalleresco del sacro Graal. Da notare che Ludwig di Baviera, nonostante i richiami all’arte bizantina, medievale, e gotica, dotò il castello di tutte le comodità più moderne, tra cui lo scarico automatico nelle toilettes, l’uso di camini Rumford nelle cucine, un’innovazione che consentiva al calore di autoregolarsi e di impiegare l’aria calda per il riscaldamento centralizzato di tutto l’edificio. Inoltre, nel castello era in uso un complesso sistema di linee telefoniche per contattare la servitù.

Le moderne cucine di Neuschwanstein

La camera da letto di Ludwig II, invece, si trova tra la Sala da Pranzo e la Cappella dedicata a San Luigi. In stile gotico, spicca per il grande letto a baldacchino intarsiato da maestri ebanisti. Qui, il re venne imprigionato e deposto nella notte tra il 11 e il 12 giugno 1886.

La camera da letto di Ludwig II di Baviera

Uno dei luoghi più belli e singolari di Neuschwanstein è invece la sala che si trova di fianco al Salotto, anch’esso decorato con scene del Lohengrin. Si tratta di una grotta artificiale che funge da passaggio per lo studio privato del re, e che era dotata anche di una cascata collegata a una piccola serra.

La grotta con la cascata artificiale, omaggio al Lohengrin di Wagner

Ludwig di Baviera, per alcuni il “re triste”, per altri il “re folle”, viene deposto l’8 giugno 1886, in seguito a una perizia medica che lo etichettava come “pazzo”. Il 12 giugno viene prelevato dal castello di Neuschwanstein e condotto a Berg, dove si trovava un’altra residenza della famiglia Wittelsbach, trasformata in una prigione dorata. Il giorno successivo, la Domenica di Pentecoste, Ludwig chiede di fare una passeggiata, accompagnato dal suo medico, il dottor von Gudden. I due però non fanno ritorno e scatta l’allarme. Li ritroveranno entrambi morti annegati delle acque del lago di Stanberg. L’autopsia, tuttavia, stabilirà che nei polmoni del sovrano, che aveva 41 anni, non vi era acqua.

Il lago di Stanberg, in cui annegò misteriosamente Ludwig di Baviera

Ludwig II di Baviera trascorse a Neuschwanstein, il suo castello da fiaba, solo 172 giorni. Lo stesso anno della sua morte, il complesso venne aperto al pubblico per compensare con gli ingressi gli elevati costi di costruzione. A oggi, sono 60 milioni le persone che lo hanno visitato.

INFO

www.neuschwanstein.de




Il Mondo in Italia. In Franciacorta come nella Champagne

Nelle scorse settimane, vi abbiamo proposto uno speciale in tre puntate in cui vi abbiamo suggerito alcune mete della nostra bella Italia che assomigliano per paesaggio, storia, vocazione, ad altre mete estere. Un modo per “viaggiare” in tutto il mondo rimanendo nel nostro splendido Paese, specialmente adesso che gli spostamenti sono limitati a causa dell’emergenza Covid. Di luoghi “gemelli” ne abbiamo trovati altri, e ve ne proporremo uno ogni settimana. Cominciamo, allora, con la Franciacorta e la Champagne, che oltre a essere “sorelle”, in un certo senso sono anche rivali.

Le bollicine della Franciacorta

La Franciacorta è una regione di circa 20 mila ettari che si estende nella provincia di Brescia, in Lombardia, e ha i suoi confini ideali tra il Lago d’Iseo e l’autostrada Milano-Brescia. Nel suo territorio sono compresi 19 Comuni e ben 100 cantine, che producono Il Franciacorta, il primo spumante italiano ad avere ottenuto, nel 1995, la Docg (Denominazione di Origine Controllata e Garantita).

I vigneti della Franciacorta

Il disciplinare di produzione è uno dei più “ferrei” che esistano. I vitigni utilizzati sono lo chardonnay, il pinot bianco e il pinot nero, in composizioni diverse. Il Franciacorta può essere bianco o rosé. Questo spumante è diventato, poi, talmente famoso che sulle bottiglia non viene più riportata la denominazione “spumante”, ma direttamente “Franciacorta”.

Che cosa vedere in Franciacorta

Il nome di questa regione vinicola può trarre in inganno. Il riferimento, tuttavia, non è alla Francia, come può sembrare, ma all’espressione latina curtes francae, cioè “corti franche”. Qui, infatti, nel Medioevo si insediarono alcune comunità di monaci benedettini, che per il loro status erano esentati dal pagamento di imposte e dazi. Da qui il toponimo.

Panorama della Franciacorta, tra i vigneti e il lago d’Iseo

I monaci hanno lasciato in Franciacorta diverse testimonianze del loro passaggio. Per esempio, a Rodengo Saiano si trova la splendida abbazia olivetana di San Nicola, il cui nucleo originario è anteriore al XI secolo. Ricostruito nel Quattrocento, include una chiesa centrale e tre chiostri con splendide sale affrescate.

Il chiosco dell’abbazia di San Nicola

Da non perdere, poi, una gita in battello a Montisola, al centro del Lago d’Iseo, che sembra uscita da una fiaba. Accanto, si trova anche la piccola Isola di Loreto, con la sua villa-castello, di proprietà privata. Non si può sbarcare, ma si può fotografare.

Panorama di Montisola

Un’altra bella escursione è quella all’interno della Riserva Naturale delle Torbiere del Sebino, una splendida area naturale di 360 ettari fatta di specchi d’acqua limpidi e canneti dove dimorano diverse specie di uccelli. Da Provaglio d’Iseo parte un percorso ad anello di 4 km da fare a piedi per ammirare a pieno i paesaggi mozzafiato del parco.

Uno scorcio del Parco delle Torbiere del Sebino

All’interno della Riserva si trova lo splendido Monastero di San Pietro in Lamosa  la cui origine è antichissima. Si pensa infatti che qui sorgesse in epoca romana un tempio dedicato a Mitra, sul quale i monaci benedettini di Cluny costruirono un monastero nel 1083. Questo luogo ha una caratteristica che lo rende unico: nelle sue architetture si possono trovare secoli di storia e di stili. Per esempio, visitando il chiostro si possono ammirare reperti di epoca romano, longobarda e carolingia, mentre nell’architettura sono presenti elementi romanici, gotici, rinascimentali e barocchi.

Il Monastero di San Pietro in Lamosa

Non dimentichiamo, poi, che nel XVII secolo, in Franciacorta i nobili bresciano cominciarono a costruire le loro ville di villeggiatura. Alcune oggi si possono visitare, come Palazzo Porcellaga a Rovato, oppure Palazzo Torri a Corte Franca o, ancora, la Rocca di Passirano. Spostandosi invece a Cazzago San Martino si può ammirare il Castello di Bornato e Villa Orlando, in stile rinascimentale, ma situata all’interno di un castello medievale.

Particolare del Castello di Bornato

Franciacorta, le cantine da non perdere

Imperdibile durante un weekend in Franciacorta una visita a una o più cantine. Il punto di partenza è Erbusco, dove ha sede il Consorzio per la Tutela del Franciacorta e inizia La Strada del vino Franciacorta. Qui è possibile ricevere informazioni, reperire cartine sugli itinerari e prendere parte a degustazioni e tour guidati, oltre ad avere una lista delle cantine aderenti al consorzio.

Proprio a Erbusco si trovano due delle cantine più importanti. Cà del Bosco  è caratterizzata da uno splendido cancello dell’artista Arnaldo Pomodoro, che introduce a un’area di 22 mila metri quadrati.

La Cantina Cà del Bosco

La cantina Bellavista  comprende, oltre alla vigna, anche un albergo, un ristorante e una spa. Per chi vuole fermarsi qualche giorno in completo relax.

La cantina Bellavista

A Monticelli si trovano invece le Tenute La Montina  con la bella Villa Baiana e il ristorante annesso, tra le cantine storiche della Franciacorta.

I vigneti della tenuta La Montina

Come storica è anche la Cantina Lantieri , nel suggestivo borgo medievale di Capriolo, che include un agriturismo di charme, un ristorante e una piscina.

I terreni della cantina Lantieri

Spostandosi poi a Ome, la cantina Al Rocol vanta una tenuta di 34 ettari con agriturismo, B&B, una fattoria didattica e possibilità di fare passeggiate a piedi e in mountain bike.

La cantina Al Rocol

Tutte le cantine offrono visite guidate con degustazioni di Franciacorta abbinato a sapori tipici del territorio, come i formaggi DOP, come il provolone, il quartirolo, il taleggio, il Grana Padano e il Gorgonzola, oppure gli squisiti salumi, tra cui il lardo aromatizzato al vino e la ret, un insaccato a base di coscia di maiale aromatizzata con aglio, rosmarino, salvia e bianco di Franciacorta.

I rinomati formaggi della Franciacorta

INFO: www.franciacorta.net

…scopri nella seconda pagina la regione francese della Champagne…

In Champagne: Reims e la sua cattedrale

Una “somiglianza” e una vocazione, sia vitivinicola, sia per gli altrettanto celebri formaggi francesi, è quella tra la Franciacorta e la Champagne, la regione francese a 150 km a nord est di Parigi dove nascono alcune delle etichette più celebri del mondo. Suddivisa in quattro grandi zone vinicole, la Champagne è ricoperta per ben 34 mila ettari da vigneti. E le “capitali” indiscusse da cui partire per il nostro viaggio sono Reims e Epernay.

La strada del vino in Champagne

In un itinerario ideale che parte da Reims, imprescindibile una visita alla sua splendida cattedrale, celebre per essere stata la sede di ben 25 incoronazioni di re di Francia. La prima corona è stata quella di Luigi VIII, nel 1223, l’ultima quella di Carlo X, nel 1825. Tra quelle più celebri, quella di Carlo VII nel 1429, a cui partecipò anche Giovanna d’Arco.

La cattedrale di Reims, capolavoro del gotico

I lavori per la costruzione della cattedrale, tra i più importanti esempi di stile gotico in Europa, iniziarono nel 1211 per sostituire un edificio religioso preesistente distrutto da un incendio nel 1210. I lavori si protrassero per 80 anni.

Ingresso dell’enoteca Cave des Sacre a Reims

Nella Piazza della Cattedrale, potete iniziare il vostro “viaggio enologico” presso una (o entrambe) delle enoteche presenti: Cave des Sacre e Le Parvis).

Le cantine di Reims

Le cantine di Reims hanno una caratteristica che le rende uniche. Sono distribuite lungo una rete di gallerie sotterranee lunga più di 120 km, tra antichi rifugi e cave di tufo. Qui nascono le più celebri bollicine del mondo e si possono visitare grazie a tour guidati con degustazioni.

Ingresso delle cantine Ruinart

Per esempio, al 4 di Rue des Crayères si trova la Maison Ruinart, la più antica Maison de Champagne della regione. Risale infatti al 1729 ed è stata iscritta nella lista dei siti Patrimonio dell’Umanità UNESCO nel 2015. La cantina è disposta su tre livelli sotterranei, nelle cave di gesso di epoca gallo-romana che arrivano fino a 40 metri di profondità. La visita guidata include anche una raffinata degustazione dei suoi grandi cru.

Le gallerie delle cantine Ruinart

Tra le “maison” di Reims da non perdere c’è la Wranken-Pommery, al 5 di Impasse du General Gouraud, dove centinaia di migliaia di bottiglie di pregiate bollicine “riposano” in 18 km di gallerie. Qui è nato il Pommery Nature, il primo Brut millesimato della storia, frutto dell’intuizione di Madame Pommery.

Ingresso delle cantine Pommery

È invece famosa in tutto il mondo per il suo “nastro rosso”, che è diventato il suo marchio di fabbrica, la cantina Mumm , al 34 di Rue Champ de Mars. Fondata nel 1827, da tre fratelli tedeschi, la cantina è poi stata sequestrata dai francesi durante la Prima Guerra Mondiale, poiché i suoi proprietari, nonostante vivessero in Francia da quasi un secolo, si erano sempre rifiutati di diventare francesi.

La cantina si caratterizza per il mulino a vento, all’ingresso dell’azienda. Il suo prodotto più famoso è il Cordon Rouge, appartenente al marchio Pernod Ricard. Il tour guidato include la visita alle cantine e al museo sulla produzione dello Champagne.

Interno delle cantine Muum

In Place des Droits-de-l’Homme 1 si trova invece la cantina Veuve Clicqout, famosa per i suoi champagne con l’etichetta arancione e il volto di Barbe-Nicole Clicqout, la prima donna a gestire una casa di produzione di champagne, dopo essere rimasta vedova a 28 anni. Le cantine si trovano a 20 metri di profondità e sono state fondate nel 1772. Tra i “pezzi” più celebri c’è una bottiglia del 1893 ritrovata in ottime condizioni nel 2008 nella credenza del Castello di Torosay, nell’Isola di Mull, in Scozia. I tour guidati abbinano la degustazione di champagne a ottimi formaggi locali.

Bottiglie di champagne nelle celle della cantina Veuve Clicqout

Da Reims ad Ay: viaggio attraverso la terra delle “bollicine”

Uscendo da Reims, a circa un chilometro e mezzo dal centro storico, al civico 9 di Place St Niçaise, si trova un’altra celebre cantina storica di Reims, la Taittinger . Qui sono conservate più di 15 milioni di bottiglie, dislocate in galleria di epoca romana, confinanti con quelle scavate dai monaci benedettini nel XIII secolo per conservare la produzione vinicola della vicina abbazia di Saint Niçaise.

Champagne delle cantine Taittinger

A un quarto d’ora di auto, invece, salendo sulla Montagne de Reims, si arriva alle cantine Canarde-Duchêne nel villaggio di Ludes, fondate nel 1868. Il percorso di visita inizia dai vigneti e prosegue nelle cantine, disposte su quattro livelli sotterranei, dove sono custodite 14 milioni di bottiglie di champagne.

La sede delle cantine Canarde-Duchêne

Il viaggio alla scoperta della Champagne (e dello Champagne!) prosegue poi nelle terre del Moet & Chandon. La prima tappa può essere Chamery, dove vale una sosta la chiesa del XII secolo con il suo magnifico campanile.

Chamery con il profilo della chiesa

A Chamery si trova un’altra celebre cantina, la Maison Feneuil-Pointillart , che effettua visite guidate con degustazioni delle sue celebri etichette, tra cui il Feneuil Pointillard – Champagne Cuvée Brut Tradition.

Casse di champagne della Maison Feneuil-Pointillart

Il tour delle cantine in questa splendida zona costellata di vigneti prosegue alla volta di Verzanay, dove si trova l’interessante Museo della Vigna per approfondire la storia dello Champagne e le tecniche di produzione.

Il museo della Vigna a Verzanay

Attraversando la splendida foresta di faggi Faux de Verzy si arriva poi ad Ay dove si trovano altre due storiche cantine che meritano una sosta. La prima è la Maison Ayala , fondata nel 1860 e fornitrice ufficiale di champagne per i reali inglesi.

Facciata della maison Ayala

Nel villaggio di Louvois si trova invece la storica maison Bollinger, fondata nel 1829. Le preziose “bollicine” invecchiano lungo 6 km di gallerie che si snodano sotto il centro abitato. Tra le etichette più celebri c’è il “Bollinger Crystal Set” che celebra lo champagne preferito da James Bond dal 1979. Le quotazioni si aggirano sui 6000 euro a bottiglia!

Épernay, la capitale del Moet & Chandon e del Dom Perignon

Si arriva quindi nella seconda “capitale” dello champagne, Épernay. Nei suoi 110 km di cantine sotterranee nascono le celeberrime etichette Moet & Chandon e Dom Perignon, famose in tutto il mondo. Si stima che qui “invecchino” più di 200 milioni di bottiglie.

Vigneti nella regione della Champagne

La famosa “maison” Moet & Chandon si trova in Avenue de Champagne 18 e le sue cantine, le più grandi della zona, sono lunghe ben 28 km e ospitano champagne del 1743, quando in Francia regnava Luigi XV.

Moet & Chandon, la sede

Sempre in Avenue de Champagne, ma ai civici 68 e 70, si trova la Maison Eugène Mercier, fondata nel 1871 dal ventenne Eugène Mercier che ebbe il merito di promuovere lo champagne non solo come vino d’elité ma alla portata di tutti. La cantina si trova a 30 metri di profondità e vanta ben 18 km di caverne e gallerie. La visita guidata si effettua con un trenino che attraversa, oltre alle cantine storiche, anche i vigneti e gli edifici, con soste per le degustazioni.

Le cantine Mercier

Infine, a 6 km a nord da Épernay si trova l’Abbazia di Saint Pierre d’Hautvillers dove, attorno al 1679, il monaco benedettino Pierre Perignon selezionò i migliori vigneti per produrre lo champagne che in suo onore ancora oggi è conosciuto in tutto il mondo come Dom Perignon.

Abbazia di Saint Pierre d’Hautvillers

La sua tomba si trova nella chiesa dell’abbazia, mentre una sua statua è stata eretta davanti alla sede di Moet & Chandon.

La statua di Dom Perignon davanti alla sede di Moet & Chandon

INFO

www.tourisme-champagne-ardenne.com

 




La Slovenia, è il paese Green in Europe 2020

Di Manuela Fiorini –foto Ente per il Turismo Sloveno

Il Weekend Premium Green Award 2020 per la categoria “In the World” è stato assegnato alla Slovenia, un “vicino di casa” che si è distinto per le sue scelte green in tema di turismo, sostenibilità e sicurezza. La Slovenia, infatti, è stato uno dei primi paesi al mondo a ricevere il “timbro” Safe Travels dal World Travel and Tourism Council (WTTC), che conferma la sicurezza dei protocolli di igiene e salute adottati per garantire ai visitatori viaggi sicuri.

Le verdi foreste della Slovenia

Non solo. Da anni, infatti, la Slovenia ha adottato programmi eco sostenibili per il settore turismo. È stata la prima nazione al mondo a ricevere il titolo di Global Green Destination e quello di Best of Europe 2020, tra le 100 migliori mete europee sostenibili. Inoltre, a fronte dell’emergenza Covid è stato elaborato un piano di sicurezza riassunto dal brand Green & Safe, che contrassegna destinazioni turistiche e fornitori di servizi che garantiscono elevati standard di igiene, protocolli di sicurezza e sostenibilità. La Slovenia, quindi, si conferma anche in questa particolare e delicata situazione come una destinazione verde e sicura. Tanto che è stata eletta dalla prestigiosa rivista Condé Nast Traveller come Best Destination per il 2021.

Slovenia, la “perla verde” dell’Europa

Quasi il 60% del territorio della Slovenia è costituita da foreste e quasi il 40% si trova all’interno di aree protette, di cui il 13% è adibito a parchi naturali, che grazie alla loro gestione sostenibile hanno ottenuto il prestigioso marchio Slovenia Green Park. Una perfetta rete di sentieri consente di esplorare queste aree verdi a piedi o in bicicletta, mentre tutte le mete sono raggiungibili con i mezzi pubblici, ovviamente green. Vediamo, allora, qualche destinazione da non perdere.

Passeggiata sui sentieri del Triglav National Park

Il Parco Nazionale del Triglav e il lago di Bled

Quello di Triglav è l’unico parco nazionale delle Slovenia e uno dei più antichi d’Europa. Prende il nome dall’omonima cima, il cui nome significa Tricorno, che sorge al centro del parco e con i suoi 2864 metri di altezza è la più alta della Slovenia. Il parco, che si estende tra gli splendidi panorami delle Alpi Giulie, poi, è attraversato dalla linea ferroviaria di Bohinj, una delle più pittoresche d’Europa.

Una splendida veduta del Lago di Bled

Nell’area del parco si trova Bled, che, con il suo meraviglioso lago glaciale, ha ottenuto il secondo posto come Green Destination europea grazie alla sua splendida natura, ma anche alle sue 38 stazioni di servizio per la ricarica di veicoli elettrici, biciclette messe a disposizione dal Comune per la visita al territorio, l’uso di barche senza motore e acqua potabile messa a disposizione della comunità e dei visitatori attraverso le numerose fontane presenti sul territorio.

Barche sul Lago di Bled

Bled sorge ai piedi delle Alpi Giulie e spicca per il suo splendido lago dalle acque limpide, con al centro un’isola che si può raggiungere solo salendo sulle pletne, le caratteristiche imbarcazioni slovene senza motore, ma guidate dai barcaioli che stanno in piedi e remano con gesti lenti verso la destinazione.

Lago di Bled, le caratteristiche pletne

Una volta arrivati sull’isola, attraverso una lunga scalinata in pietra di arriva alla bella Chiesa dell’Assunzione di Maria, a cui è legata la leggenda della sua campana. Si dice, infatti, che suonandola ed esprimendo un desiderio, si avranno buone possibilità di vederlo realizzato.

Il campanile della chiesa di Santa Maria

Ritornando a Bled, merita una visita anche il castello, costruito in epoca medievale su uno sperone di roccia di più di 100 metri di altezza. Attorno al primo nucleo, una torre in stile romanico circondato da alte mura, si è poi sviluppata la cittadella, che oggi ospita un interessante museo e un ristorante che offre piatti della tradizione in un’atmosfera suggestiva e romantica. Tra il castello e il lago, poi, si trovano dei bagni attrezzati con cabine, sedie sdraio, docce e toilette, insignite della Bandiera Blu.

Il castello di Bled

Scendendo dal castello al paese di Bled, poi, si incontra la bella chiesa di San Martino, in stile neogotico, del XV secolo, che conserva al suo interno splendidi affreschi di artisti sloveni. Non perdete, poi, l’occasione di scoprire le altre eccellenze del territorio a bordo delle caratteristiche carrozze guidate dai fijakerji, i cocchieri di Bled.

Il Municipio di Bled

Tra le altre belle escursioni da non perdere nei dintorni, poi, c’è quella al villaggio di Gorje, ad appena 4 km, per ammirare la Gola di Vintgar, formata dallo scorrere del fiume Radovna. Lungo il percorso lungo sentieri immersi nel verde dei boschi, si incontrano cascate, rapide, ponti pedonali. Si arriva poi alle celebri gallerie di Zumer che portano al cospetto della cascata di Šum, che con il suo salto di 13 metri è tra le più alte di tutta la Slovenia.

Da Bled si può poi raggiungere a piedi la cima della collina Straža, da cui si gode una vista mozzafiato sul lago, sul castello e sulla cittadina. Altre belle attrazioni da non perdere nel territorio del Parco Nazionale di Triglav sono l’altopiano carsico di Pokljuka, nella parte orientale, con la sua fitta rete di sentieri attrezzati che si inoltrano nelle maestose foreste di abeti.

Vista sul Parco Nazionale di Triglav

Imperdibile una gita alle Gole di Tolmino, la porta di accesso più bassa e più bella al parco, con le sue splendide formazioni rocciose, tra cui la “Testa di Orso”, che si trova tra le pareti del Canyon di Zadlascica, il “Ponte del Diavolo”, una spaccatura di 60 metri che svetta sulle acque del fiume Tolminka, la “Grotta di Dante”, e le sorgenti termali, con acqua che sgorga a una temperatura tra i 18.8°C e il 20.8°C.

Le splendide Gole di Tolmino

Sulla strada per la valle di Vrata, che si può percorrere a piedi o in bicicletta, si trova poi la Cascata Peričnik che con i suoi 52 metri è tra le più alte della Slovenia.

Il Parco Regionale Kozjansko, Patrimonio UNESCO

Situato nella parte est della Slovenia, il Parco Regionale Kozjansko è una delle più antiche ed estese aree protette del Paese. Per la bellezza dei suoi paesaggi e per la sua ricca biodiversità, nel 2010 è stato dichiarato dall’UNESCO Riserva della Biosfera. Inoltre, il parco fa parte del progetto europea di tutela ambientale Natura 2000. Simbolo del parco è la mela del Kozjansko, simbolo della protezione della natura. Cresce, infatti, in meleti dove gli alberi a grosso fusto costituiscono l’habitat naturale di molte specie rare di uccelli e altri animali.

Le mele del Kozjansko

Nel territorio del parco, sono molte le eccellenze da visitare. Tra queste c’è il Monastero dei Minoriti di Olimje, dove si trova la terza farmacia più antica d’Europa, ancora attiva.

Il Monastero dei Minoriti di Olimje

Splendido, poi, il Castello di Podsreda, che domina le colline di Orlica con i suoi tetti rossi e il suo profilo elegante, tanto che è considerato il castello più “reale” della Slovenia. Le cantine del castello ospitano una mostra permanente sulle peculiarità del parco, mentre, annualmente, viene ospitata una mostra di oggetti artistici di vetro soffiato realizzati dai maestri vetrai della zona.

Il Castello di Podsreda domina il borgo

Ai piedi della collina su cui sorge il castello si trova invece il borgo medievale di Podsreda. Nella piazza principale hanno sede gli uffici del parco, mentre, nel centro storico, si possono vedere una vecchia gogna, la bella chiesa di San Giovanni e la casa dello scrittore sloveno Anton Aškerc, in stile sloveno-bavarese. A confermare la vocazione green del borgo, poi, qui si trova anche un impianto per il trattamento biologico delle acque reflue.

Il borgo medievale di Podsreda

Mentre dal Mulino Levstik, sulle sponde della Bistrica, partono i sentieri per le escursioni in tutta la regione del parco.

Il Mulino Levstik

Poco sopra il borgo, invece, presso la fattoria Čerček, ha sede un frutteto collettivo, che rientra nei progetti di Natura 2000. Qui sono state messe a dimora più di 100 varietà di mele tradizionali e 60 di pere. Accanto al frutteto si trova invece una zona dedicata ai frutti antichi. Da non perdere un’escursione nelle zone prealpine del parco, con altitudini dai 600 ai 900 metri. Qui un progetto di agricoltura sostenibile ha creato paesaggi di rara bellezza, intervallati ad altopiani dove nascono spontanee le orchidee e diverse varietà di funghi.

Pedalando nel Parco ambientale della Logarska dolina

Il Parco ambientale della Logarska comprende l’area della Valle del Logar, una delle valli glaciali più belle d’Europa, che si estende dalle Alpi di Kamnik-Savinja a Nord e fino a una parte della regione del Solčavsko a sud.

Gli splendidi scenari del parco

Fiore all’occhiello, il percorso ciclabile, annoverato tra i più pittoreschi e suggestivi d’Europa, che collega Solčava a Podolševa, passa per Logarska dolina e poi torna a Solčava. Si può percorrere anche a piedi o a cavallo e, per chi è sprovvisto di bicicletta, sono diversi i punti noleggio per dotarsi di un mezzo tradizionale o elettrico.

Il percorso ciclabile che collega Solčava a Podolševa

Tra le eccellenze da non perdere nel territorio del parco c’è la Grotta di Potočka zijavka, un sito preistorico situato a 1675 metri di altezza. Qui sono stati ritrovati diversi resti di orsi e il secondo ago più antico del mondo, risalente all’Età della Pietra, databile a circa 30 mila anni fa. Tanti anche i ritrovamenti di altri manufatti e utensili preistorici, a testimonianza di come la grotta sia stata un insediamento antichissimo. Ogni anno, poi, durante l’inverno, si ricopre di pittoresche stalattiti che la trasformano in un luogo surreale.

L’ingresso e l’interno della Grotta di Potočka zijavka

Partendo dall’ingresso del parco, dopo circa 15-20 minuti a piedi, si arriva alle splendide cascate di Rinka, le più famose e visitate della Slovenia. Le cascate danno il meglio di sé in Primavera e in Autunno, quando la portata d’acqua è maggiore e il loro favoloso salto dona al paesaggio un’atmosfera particolare. Per ammirarle al meglio, si può raggiungere il “Nido d’aquila”, un belvedere che si trova a destra delle cascate.

Passeggiando vicino alle Cascate di Rinka

Un’altra imperdibile destinazione è la Grotta della Neve, che si raggiunge da Luče, in prossimità del villaggio di Strmec. Qui una strada asfaltata porta fino al parcheggio della Grotta della Neve. Da qui, bisogna salire altri 10 minuti a piedi. La grotta, a cui si accede solo attraverso visite guidate, si trova a 1556 metri di altezza, è profonda più di 1300 metri ed ha un’età compresa tra 10 e 12 milioni di anni.

….scopri nella 2°pagina che cosa mangiare in Slovenia…

Eccellenze slovene nel piatto

Ricca e variegata, la cucina slovena vanta diversi prodotti tipici d’eccellenza. Tra questi ci sono i formaggi, che nascono dal latte delle mucche che pascolano tra alpeggi e montagne verdi. Nella zona di Bohinj nasce il Mohant, dal caratteristico profumo, mentre il Nanos, spicca per la colorazione giallo intenso. Dalle pecore di razza autoctona di Bovec si produce il formaggio omonimo, mentre dalla Valle dell’Isonzo arriva il Tolminic, dal sapore dolce e piccante.

I deliziosi formaggi Sloveni

Tra gli insaccati, a fare la parte del leone è la salsiccia della Carniola. Ottimo anche il prosciutto del Carso, mentre nella zona delle pianure del Prekmurje nasce l’omonimo prosciutto.

Tra i salumi c’è anche il pregiato Prosciutto del Carso

Tra le altre eccellenze, troviamo il sale di Pirano, prodotta da 700 anni nelle saline di Pirano, sulla costa. Oppure l’Olio extravergine dell’Istria Slovena o l’olio di semi di zucca prodotto nelle regioni di Štajerska e Prekmurje. Altro prodotto di eccellenza sono le cipolle rosse che nascono nei campi di Ptujsko da più di 200 anni, mentre dalla lunga tradizione dell’apicoltura nasce il miele di bosco del Carso e del Kočevje.

Il delizioso miele di bosco

Tra i piatti della tradizione, invece, troviamo gli žlikrofi di Idrija, involtini di pasta con ripieno di patate. Ottima anche la frika, una frittata a base di patate, uova e formaggio. Tra i dolci, spiccano la Blejska kremšnita, una sfoglia ripiena di crema pasticcera e la putizza, un dolce che si prepara con una pasta lievitata e farcita con diversi ripieni, tra cui noci, nocciole, formaggio, demi di papavero e tutto quello che la tradizione suggeriscono. Ne esistono, infatti, 80 varianti di ripieno!

Un piatto tipico sloveno, la frika

Non dimentichiamo, infine, i vini sloveni. La Slovenia è infatti suddivisa in tre regioni vinicole, la cui produzione ha meritato riconoscimenti internazionali. Nella regione vinicola del Litorale (Primorska), nasce il Terrano, mentre nella bassa valle del fiume Drava (Podravje) nascono i bianchi come il Riesling renano e il Traminer. Le regioni sono poi divise in 14 distretti attraversati dalle Strade del Vino, dove sono dislocate cantine e punti sosta per tour e degustazioni.

Tra le eccellenze della Slovenia ci sono anche i vini

Tra le peculiarità legate al vino c’è la vite di Maribor, la più longeva al mondo. Ha circa 450 anni ed è sopravvissuta all’assedio dei Turchi. Si trova nel centro di Maribor, la seconda città della Slovenia, e le è stato dedicato un museo.

La Vite di Maribor, la più antica del mondo

Nei ristoranti sloveni sono arrivate le Stelle

C’è un’altra ragione in più per visitare la Slovenia. Nei mesi scorsi sono arrivati gli esperti della Guida Michelin che hanno assegnato le prestigiose Stelle ai migliori ristoranti del paese. La Slovenia ne ha già “collezionate” sei. Può fregiarsi di 2 stelle il ristorante Hiša Franko di Caporetto dello chef Ana Roš.

La cantina del ristorante stellato Hiša Franko

Una Stella, invece, per il ristorante Gostilna pri Lojzetu a Pri Lojzetu, nella valle della Vipava, dello chef Tomaž Kavčič, per l’Hiša Denk a Zgornja Kungota dello chef Gregor Vračko, per il Vila Podvin a Radovljica dello chef Uroš Štefelin, per il Dam a Nova Gorica  dello chef Uroš Fakuč e per Atelje a Lubiana, dello chef Jorg Zupan.

Lo chef Gregor Vračko del ristorante Hiša Denk a Zgornja Kungota

INFO

Ufficio del Turismo sloveno in Italia, Galleria Buenos Aires 1, 20124, Milano, Tel 02/29511187,

www.slovenia.info




UNESCO con Gusto: in Piemonte alla scoperta di Ivrea, il sogno di Olivetti

Comincia dal Piemonte il nostro viaggio tra i siti italiani che fanno parte del Patrimonio Unesco. Prima tappa Ivrea, la città utopia di Adriano Olivetti.

Riprendono gli appuntamenti con la nostra rubrica UNESCO con GUSTO. Un viaggio, per ora solo virtuale, ma che vale come suggerimento per organizzare i vostri prossimi weekend, quando si potrà continuare a viaggiare. Cominciamo con il Piemonte, che conta ben cinque siti Patrimonio dell’Umanità: Le Residenze Sabaude, I Sacri Monti del Piemonte e della Lombardia, i siti palafitticoli preistorici dell’arco alpino, i paesaggi vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato, la città industriale di Ivrea.

Questa settimana andiamo insieme a Ivrea, entrato a fare parte dei siti “Patrimonio dell’Umanità” nel luglio del 2018, diventando il 54° sito UNESCO italiano.

Panoramica della città industriale creata da Adriano Olivetti

Ricordiamo che l’Italia è, insieme alla Cina, il paese con più siti Patrimonio dell’Umanità, ben 55. Mentre altri 41 hanno presentato la propria candidatura. Celebre per il suo Carnevale con la Battaglia delle Arance, Ivrea è diventata però Patrimonio UNESCO come “Città industriale del XX secolo”, con questa motivazione:

La celebre Battaglia delle arance durante il Carnevale di Ivrea

“La città industriale di Ivrea, situata nella regione del Piemonte, si sviluppò come sede della Olivetti, azienda produttrice di macchine per scrivere, calcolatori meccanici e computer. Comprende una grande fabbrica ed edifici progettati per servire l’amministrazione e i servizi sociali, oltre a unità residenziali. Progettato dai maggiori urbanisti e architetti italiani in larga parte tra di anni Trenta e Sessanta, questo insieme architettonico riflette le idee del Movimento Comunità. Ivrea, modello di progetto sociale, esprime una visione moderna delle relazioni tra produzione industriale e architettura”.

Il sogno di Adriano Olivetti

L’unicità di Ivrea “città industriale” consiste nel fatto che la “città industriale”, un complesso armonico di produttività, architettura, urbanistica e funzioni sociali, a differenza di altre realtà “utopistiche” è stata realizzata in concreto. E tutto grazie al genio e al pensiero futuristico di Adriano Olivetti. Il complesso non nacque ex novo, ma per trent’anni, crebbe a pari passo con la modernità, integrandosi perfettamente con il tessuto urbano.

Adriano Olivetti davanti allo stabilimento (Foto Fondazione Olivetti)

Il fondatore delle Officine Olivetti, Camillo, padre di Adriano, già nel 1908 aveva un’idea in testa: creare non solo un’azienda, ma un progetto sociale, che includeva fabbrica e città, imprenditore e operai. Progetto che fu realizzato a pieno da Adriano Olivetti, che diede vita a una vera e propria “città nella città”.

Il complesso, infatti, si estende per più di 71 ettari e conta 27 tra edifici e complessi architettonici, progettati dai più grandi architetti e urbanisti del Novecento. Gli edifici, tutti di proprietà privata erano destinati alla produzione, ai servizi sociali e residenziali per i dipendenti della Olivetti. Non solo. Adriano Olivetti fondò anche il Movimento Comunità, nel quale promuoveva un modus vivendi in cui lavoro e vita quotidiana, produzione e servizi sociali si fondevano in maniera armonica.

Adriano Olivetti e le sue celebri macchine da scrivere (Foto Fondazione Olivetti)

Ivrea, che cosa vedere nella Città Industriale del XX secolo

Nel 2008 la Fondazione Adriano Olivetti ha avviato un grande progetto di valorizzazione dell’area industriale che ha portato alla candidatura a Patrimonio dell’Umanità nel 2012 e al prestigioso riconoscimento nel 2018.

La prima sede della Olivetti in Corso Jervis

Il percorso di visita si sviluppa attorno all’asse di Corso Jervis, dove hanno sede gli edifici per la produzione e i servizi sociali destinati agli operai e le residenze per questi ultimi e le loro famiglie. Spicca la Centrale Termica, capolavoro razionalista di Edoardo Vittoria del 1959.

L’edificio che ospita la Centrale Termica

La Falegnameria, invece, è stata concepita da Ottavia Cascio nel 1956 recuperando un edificio precedente del 1927.

La Falegnameria

Tra gli edifici “tecnici” troviamo invece il cosiddetto “Ex Sertec”, sede dei “cervelli” dell’Olivetti da cui partivano i servizi all’edilizia civile e industriale sia in Italia che all’estero, progettato da Ezio Sgrelli nel 1968 secondo un concetto di innovazione e proiezione verso il futuro.

L’edificio dell’ex Sertec

Passando poi agli edifici residenziali, troviamo la bella Casa Popolare di Borgo Olivetti, progettata dagli urbanisti Luigi Figini e Gino Pollini tra il 1939 e il 1941, l’Edificio 18 alloggi, di Marcello Nizzoli e Gian Mario Olivieri, del 1956, e l’Unità Residenziale Ovest, di Roberto Gabetti, Aimaro Oreglia d’Isola e Luciano Re, costruita tra il 1968 e il 1971.

Le case degli operai nel Borgo Olivetti

C’è poi l’area destinata ai servizi sociali. Spicca il Centro dei Servizi Sociali, la cui progettazione ha impegnato Figini e Pollini dal 1954 al 1959, e l’Asilo Nido di Borgo Olivetti, per i figli degli operai, con gli interni progettati direttamente dall’Ufficio Tecnico Aziendale. L’edificio con la relativa area giochi viene ancora utilizzato dal Comune di Ivrea per i Servizi all’Infanzia, a dimostrazione della modernità della sua concezione, nel 1939.

L’asilo nido nel Borgo Olivetti

Da non perdere una visita al Laboratorio Museo Tecnologic@mente , sempre in via Jervis, dove oltre alla storia della città legata alla famiglia Olivetti si trovano esposti modelli della famose macchine da scrivere, tra cui la celebre Lettera 22 e la Valentine, ma anche calcolatori e i primi PC.

Le celebri macchine da scrivere Olivetti

Vale una visita anche il MaAM Museo a Cielo Aperto dell’Architettura Moderna, che si sviluppa lungo un percorso di circa 2 km attorno a via Jervis, sede del quartier generale della Olivetti, con pannelli informativi che illustrano l’evoluzione del design, dell’architettura e dell’urbanistica della città.

L’ingresso del MaAM

Che cosa vedere a Ivrea

Dopo aver visitato la “Città industriale del XX secolo”, anche il centro storico di Ivrea e i suoi dintorni meritano una visita.

Veduta di Ivrea

Partiamo da Piazza Nazionale, che si trova tra via Palestro e Via Arduino. Da qui si sale lungo una scalinata che conduce al borgo antico, fra i suggestivi vicoli della città alta, dove si tiene il Carnevale Storico di Ivrea con la “battaglia delle arance”.

Piazza Ferruccio Nazionale

Qui si trovano anche la bella Cattedrale e, accanto, il Palazzo Vescovile. La prima, dedicata a Santa Maria, ha origini antichissime e il primo nucleo risalirebbe all’età romana. Da vedere al suo interno gli interessanti affreschi nella cripta e le vestigia del Chiostro dei Canonici.

La Cattedrale di Ivrea

Nella città alta si trova anche il Castello trecentesco, che Giosuè Carducci definì “dalle rosse torri” per le sue grandi torri circolari dal colore carminio.

Spostandosi a sud est dal centro si può fare una passeggiata rilassante dei Giardini Giusiana, un’area verde con ampi spazi attrezzati. Al suo interno si trova anche la Torre Santo Stefano, risalente al 1041.

I Giardini Giusiana con la Torre di Santo Stefano

…scopri nella 2° pagina che cosa mangiare a Ivrea…

Che cosa mangiare a Ivrea

Durante la vostra visita al sito UNESCO e alla città, fermatevi per una sosta golosa e gustate i prodotti e i piatti tipici di Ivrea. Cominciate dagli antipasti, che prevedono salumi e lardo, accompagnati da frittate e verdure ripiene, oppure lingua bollita, acciughe accompagnate da sfiziose salse o gelatine.

Antipasto tipico con lardo e salumi

Non manca mai poi la verza, regina delle tavole del Canavese, e ingrediente dei caponet, involtini di cavolo ripieni di carne, oppure nella supa mitonà, una zuppa a base di pane, brodo e formaggio oppure nella versione con salsiccia e cipolla.

I caponet, gli involtini di verza

Passando ai primi piatti, tra le minestre troviamo diverse specialità a base di riso, latte e castagne, oppure i brodi di carne o di magro dove, secondo la tradizione popolare, si può aggiungere abbondante formaggio o un cucchiaio di vino rosso. Tra i primi “asciutti” da provare i tajarin fatti in casa, oppure il riso ai funghi, alle verdure o alla zucca.

Tajarin al tartufo

Tra i secondi di carne a fare la parte del leone sono i bolliti, con le tipiche salse rosse o verdi, oppure gli stracotti di lepre o cinghiale, fatti cuocere nel Barbera o nel Carema e serviti con la polenta oppure con il fritto misto dolce o salato.

Un gustoso bollito

Altri piatti tipici sono la bagna caoda da accompagnare a verdure crude o cotte, la tofeja, cioè i classici fagioli con le cotiche, e il piedino di vitello cotto nel forno a legna e che viene cotto del recipiente di terracotta di Castellamonte che viene distribuito a Carnevale.  Ottime anche le fresse, polpettine di frattaglie e uvetta avvolte nell’omento di maiale.

La tipica bagna caoda

Tra i dolci, tipica di Ivrea è la Torta 900, a base di pan di Spagna e crema al cioccolato, simbolo della città. Fu infatti inventata nel 1900 dal pasticcere Ottavio Bertinotti per dare il benvenuto al nuovo secolo.

COME ARRIVARE

In auto: Da Torino, A5 Torino-Aosta con uscita al casello di Ivrea. Da Milano, A4 Milano-Torino, raccordo A4-A5 Santhià-Ivrea, poi A5 in direzione di Aosta e uscire al casello di Ivrea. Da Aosta, A5 Aosta-Torino con uscita Ivrea. Da Genova, A26 Genova-Gravellona in direzione Alessandria-Santhià, poi raccordo A4-A5 Santhià Ivrea in direzione di Aosta e uscire al casello di Ivrea.

DOVE MANGIARE

* La Mugnaia, via Arduino 53, Ivrea (TO), tel 0125/40530, www.mugnaia.com Situato in una via storica del centro, questo splendido locale con arredi contemporanei, ma ospitato in un edificio con le volte di mattoni, propone una cucina con sapori del territorio, ma con sfumature mediterranee. Anche piatti di pesce. Prezzo medio a persona € 33-40, bevande escluse.

*Trattoria San Giovanni, Corso Vercelli 45, Ivrea (TO), tel 0125/1896173, www.trattoriasangiovanni.it. Trattoria con menù tradizionale e piatti con ingredienti di stagione tipici della cucina piemontese, anche a base di pesce e funghi.

DOVE DORMIRE

*Re Arduino Ivrea, via Arduino 43, Ivrea (TO), tel 340/3324240, www.rearduinoivrea.com Nel centro storico di Ivrea, ospitato in un edificio del Settecento, il residence offre sistemazioni in appartamenti con angolo cottura attrezzato e salotto con TV.

*La Gusteria, via Quattro Martiri 9/11, Ivrea (TO), tel 0125/45903, Nel centro di Ivrea, offre camere con scrivania e TV a schermo piatto e bollitore. A disposizione degli ospiti il ristorante con cucina tipica, bar e connessione wifi gratuita.

Ivrea, la città industriale

INFO

www.ivreacittaindustriale.it

www.comune.ivrea.to.it




La terza Napoli. L’ eleganza svelata

Dopo “Napoli, una volta non basta”, vi abbiamo raccontato la Napoli dei siti UNESCO e ora quella più preziosa, più elegante, che eredita la nobiltà di un passato incancellabile, di quando era la signora del Mediterraneo. E potrebbe tornare a esserlo.

di Marinella Cammarota

“Alcuni luoghi sono un enigma, altri una spiegazione”, e cosi ricominciare finalmente a viaggiare sarà emozionante ancor di più se torneremo a Napoli per carpire le due anime di questa città quella rivelata e quella velata, elegantissima e raffinata. È questa la chiave per indagare la città partenopea con un doppio sguardo, una sensibilità che si gioca nel dialogo tra svelamento e meraviglia, nell’incontro tra sacro e profano, storia antica e contemporanea creatività, nella Napoli dei quartieri e quella elegantissima della Chiaia.

La Napoli rivelata, quella dei media e delle ripetitive immagini di vestiti stesi al vento, vicoli stretti e affollati, è uno spicchio che non rappresenta la vera “Signora”, velata e costellata da meraviglie culturali e intellettuali. La città da svelare regala emozioni di raffinata e naturale bellezza che non è solo quella che si riflette nel mare delle cartoline patinate, ma soprattutto si scopre nella ricercatezza delle donne e degli uomini elegantissimi in abiti sartoriali, nelle case del centro storico, affrescate di arte seicentesca a cui si mescola il design più contemporaneo. Come nelle ville posillipine con giardini magnifici con discese a mare e nei palazzi di architettura liberty delle strade più chic che si possano immaginare.

Sveleremo questa Napoli elegante ed eterea, tra le sue boutique lussuose e palazzi storici   attraverso un percorso   inedito: attraverso le sue scale.

PRIMO GIORNO. Panorami e percorsi inediti verso la Napoli più chic

Partendo dal luogo che più rappresenta la Napoli nota, Via Caracciolo, ci si accorge che questo lungomare di 2,5 km non è l’unica meraviglia, perché a separarla dall’interna via Riviera di Chiaia c’è l’altrettanto estesa Villa Comunale progettata da Luigi Vanvitelli per le passeggiate ricreative dei Borboni.  Attraversare la villa accorcerà il cammino verso la funicolare che ci porterà alle scale della Pedamentina e ci darà la possibilità di ammirare la fontana delle Paperelle e la stazione zoologica Anton Dohrn, l’acquario più antico d’Europa con affreschi dell’800, voluta dallo scienziato omonimo seguace di Darwin.

Qui verso la fine del lungomare, e della sua villa, la sosta sarà  perfetta tra  uno dei tanti ristoranti pizzeria che si affacciano sulla pedonale  via Partenope: la scelta è ampia e tutta giusta, c’è Pizzeria Gino Sorbillo un mito storico della pizza (che usa il lievito madre ‘al mare’) e che si trova anche in Via dei Tribunali ;  l’altrettanto noto “Antonio & Antonio” con le fritturine indimenticabili, o le  più recenti pizzerie come “Fiore Bianco” con menù “progressisti” e pizze originalissime  incorniciate dal nuovo cornicione a ‘canotto’; e in zona Piazza dei Martiri poco lontano dal lungomare c’è  “Tre grani”, la pizzeria gourmet concentrata su pizza in teglia.

Verso l’eleganza partenopea: le scale della Pedamentina

Seppure sazi e con   gli occhi già pieni di meraviglia, il cuore non ha ancora provato i sobbalzi che regalerà la collina di San Martino dalla quale partono le scale dell’itinerario che promette ancora sorprese da scoprire.

Attraverso le scale della Pedamentina, sarà possibile ammirare uno dei panorami più belli di questa città aggrappata come un dedalo alle sue colline, in un continuo alternarsi di salite e discese. E da qui entrare nel cuore della Napoli più elegante. Dal lungomare ci sarà facile attraverso uno dei tanti vicoletti della riviera, (via Bausan ad es.), giungere alla funicolare Chiaia in via del Parco Margherita (una delle 4 di Napoli) e che porterà al borghese e ricco quartiere Vomero della zona collinare, dove fermarci e da San Martino intraprendere l’itinerario.

Le scale della Pedamentina attraversano la città in verticale, dalla punta di San Martino del Vomero fin giù al quartiere Chiaia. Una volta a San Martino, prima di affrontare le scale, non dovrebbe essere persa l’occasione di fare due step interessanti, uno culturale e l’altro conviviale.

Visitare la Certosa e il Museo di San Martino espressione del barocco napoletano, il convento certosino è stato abbellito e decorato da artisti di fama (Dosio, Fanzago) ed è risultato uno dei chiostri più belli d’Italia.

Aperitivo o apericena all’ Archivio Storico, segnalato dal New York Times tra i migliori cocktail bar di Napoli, il primo speakeasy in città, con tanto di passaggio segreto.  L’offerta drink è tra le più contemporanee e aggiornate che la città propone. Per il ristorante, la cucina è affidata alla consulenza di Pasquale Palamaro (chef con stella Michelin).

Affrontando finalmente la discesa si scopre che le ampie scalinate, che un tempo seguivano il corso dei fiumiciattoli, imboccano ancora ora strade che svelano monasteri, castelli e chiese, e raggiungono la città nei suoi angoli più remoti, nei passaggi meno battuti, con piccoli scorci e tesori medievali.

Corso Vittorio Emanuele spalanca alla vista la grande bellezza

Scendere le scale da San Martino è un’emozione autentica: gradino dopo gradino la città si avvicina. Tra i tetti delle case, si possono scorgere le vigne, gli orti e i giardini mediterranei delle residenze bellissime e si può sentire il profumo delle zagare dei limoni. Lo sguardo cerca il punto di riferimento e lo trova nel mare distante sotto il Vesuvio.

Meravigliosi angoli di panorama si nascondono tra le curve per poi tornare a svelarsi imponenti in Corso Vittorio Emanuele, che è uno degli sbocchi più noti di questa passeggiata (l’antica arteria che collega la città da est a ovest), dove il paesaggio non è più così bucolico ma diventa però maestoso. Da qui si spalanca il mare di tutto il Golfo e viene in mente una canzone antica, “Era de Maggio”, con testo di Salvatore Di Giacomo, con musica di Mario Pasquale Costa.

Qui una sosta per un selfie e intanto ci si trova al cospetto del noto Hotel Parker’s dove sarebbe opportuno cedere alla tentazione di prenotare una cena sofisticata e super panoramica al George il rinnovato ristorante gourmet in terrazza, completamente nuovo nel concept, nella cucina e negli spazi dopo il radicale restyling. Il George ha ricevuto, con lo chef Domenico Candela, l’ambito riconoscimento della Stella nella Guida Michelin 2020.

Seguendo il ritmo delle onde e ispirato dalla bellezza in cui si trova, il Grand ’Hotel Parker’s , offre ai suoi ospiti con evolute proposte di raffinato gusto e design  contemporaneo. Nel quartiere Chiaia, cuore della città, su una delle strade più panoramiche e prestigiose, che fa da sponda al mare luccicante, l’Hotel Parker’s domina dall’alto la Napoli più bella.

L’albergo offre 82 camere e suite che conservano inalterato il carattere storico degli interni con marmi, arredi d’epoca e finiture di grande pregio. Ma il tempo si ferma per lasciare posto allo stupore, quando dalle terrazze dell’ultimo piano ci si sente protagonisti di un quadro bellissimo con la baia di Napoli da sfondo e ancora poi voltando le spalle al mare e entrando da ‘George’.

Il rinnovato ristorante gourmet sito all’ultimo piano e firmato dallo studio Pisani Morace, riaperto a luglio 2018. Il George fa immergere gli ospiti in un’atmosfera altrettanto surreale quanto il panorama antistante, attraverso un esperienza food emozionante grazie al design sorprende degli arredi, altrettanto sorprendenti finger food, piccoli capolavori per il palato ,  l’alchimia di sapori estremamente originali di ogni portata, frutto dell’esperienza e della creatività  dello Chef e grazie alle attenzioni di un table service pronto ad erudire sulla storia e le caratteristiche delle scelte culinarie e dei vini.

Ma a questo punto si deve pensare ad una sosta notturna, per riprendere l’indomani l’itinerario del secondo giorno del nostro weekend.   E ci si potrebbe fermare presso il raffinato  Hotel San Francesco  al Monte, che è ospitato in un antico monastero  che di sera viene  illuminato completamente  all’esterno da tante sfumature di colori  suggestivi.

….continua nella seconda pagina…

SECONDO GIORNO. La passeggiata chic tra boutique, palazzi storici ed eccellenza sartoriale

Il risveglio nell’ originale Hotel San Francesco, con il mare spalancato innanzi, è privilegio ed emozione, che mettono energia.  Tutta quella che servirà per scoprire, discendendo lungo la vicinissima via del Parco Margherita, la Napoli più elegante del quartiere Chiaia, tra via dei Mille, via dei Filangieri, via Carducci, strade aperte intorno ai primi nel ‘800 e ricche di edifici eclettici opera di architetti molto noti di quei tempi come Giulio Arata. Qui ci sono le boutique esclusive delle più note griffe.

I palazzi di Napoli, residenze di arte e cultura

Una riflessione giunge spontanea attraversando questo quartiere raffinato: anche togliendo le boutique storiche e di lusso, l’eleganza di queste strade resterebbe garantita dai    palazzi storici dalla bellezza sorprendente. Troviamo: Palazzo Mannajuolo, di architettura liberty, progettato da Giulio Ulisse Arata e Giuseppe Mannajuolo, con la sua meravigliosa scala elicoidale in marmo e le grandi vetrate laterali, che rapisce lo sguardo in un gioco vertiginoso da provare assolutamente (qui è stata girata parte del film di Ozpetek ‘Napoli Velata’.

Al civico 40 troviamo il maestoso Palazzo Leonetti, sempre di Giulio Arata, sede ora dei consolati spagnolo e britannico, un po’ più avanti Palazzo D’avalos del Vasto con interni neoclassici meravigliosi da ammirare, e ancora palazzo Carafa di Roccella, sede del Museo di Arte Moderna Pan da visitare perché offre sempre un calendario internazionale molto interessante.

Del quartiere Chiaia la piazza più nota è Piazza dei Martiri con i suoi leoni maestosi, raggiungibile anche dal lungomare di via Partenope, e dedicata ai caduti napoletani durante la storia partenopea. Qui altri due palazzi storici ci aspettano per stupirci, Palazzo Portanna, sede della galleria d’arte moderna di Lucio Amelio, e Palazzo Calabritto che, risalente al regno d’Aragona e restaurato da Luigi Vanvitelli, è stato abitato da personaggi illustri come Gioacchino Murat, i fratelli Florestano e Bruno Gaeta. Ed anche la sede del calcio Napoli ai tempi d’oro.

A pochi passi il Tunnel Borbonico in via Morelli (www.galleriaborbonica.com) che offre le sue escursioni sotterranee tra i reperti storici della seconda guerra mondiale addirittura su zattera, in canali imprevedibili.

Dalla Piazza dei Martiri si può risalire per la nota via pedonale Chiaia, che collega appunto la piazza con Piazza Trieste e Trento adiacente a Piazza del Plebiscito. Al 149 di questa strada ricca di boutique si trova Palazzo Cellamare residenza estiva della famiglia Carafa ma anche utilizzata in seguito dagli ospiti dei Borboni come Goethe e Casanova.

…continua nella terza pagina…

Le soste deliziose

Giunti alla Piazza del Plebiscito non resta che sedersi al noto, elegantissimo Caffè Gambrinus, il più antico di Napoli, il preferito da Totò e dove si fermò spesso Oscar Wilde, (mentre Mussolini ne fece chiudere alcune stanze per allontanare gli intellettuali di sinistra). Sorseggiare un caffè o una cioccolata calda nelle sue sale Belle Epoque è un piacere vero.

In questa parte della città un buon  pranzo inedito  è garantito a Mame Ostrichina il nuovo indirizzo nel cuore di Napoli dove si viene per una cucina sana, ma anche per incontrare e condividere valori e conoscenze. Nei vicoli stretti della Napoli vicereale, a pochi passi dal Teatro di San Carlo e dal Palazzo Reale, Mame Ostrichina è uno spazio, in contrasto con la tradizione napoletana, che fonde l’estetica giapponese con il design contemporaneo; una manciata di tavoli e una cucina a vista in una scatola di cristallo. Una carta che è una combinazione di pokè e segni zodiacali: a ogni pokè in carta è infatti abbinato un profilo astrologico. Un divertissement che gioca con ingredienti e inclinazioni caratteriali.

Ma di trattorie tipiche napoletane, se si preferisce, qui nelle vicinanze c’è l’imbarazzo della scelta Trattoria San Ferdinando con pareti  tappezzate da locandine teatrali e frequentata da intellettuali e personaggi del teatro, sapori mediterranei e cucina locale tradizionale;  l’antica Osteria da Tonino alla mano e con pochi tavoli ma frequentata   un tempo dal Premio Nobel Dario Fo, piatto forte ragù e rigatoni.

Per il gelato o il dolce c’è Pintauro, istituzione locale che vende sfogliatelle da inizio Ottocento, da provare e da comprare anche i prodotti Gay-Odin, appena imboccata Via Toledo si trova infatti una cioccolateria che è proprio un’istituzione cittadina, dislocata in vari punti della city, confeziona le più rinomate creazioni di cacao della città, come la cozza al cioccolato, e il fantastico gelato ai gusti cremosi.

Stanchi ma felici a questo punto staremo già pianificando la prossima volta a Napoli, per vivere le altre scale come quelle di Posillipo che collegano direttamente al mare, e la più antica e suggestiva: la discesa della Gaiola, collegata alla spiaggia di Coroglio con la Grotta di Seiano, un lungo tunnel scavato dai romani.

A ogni gradino si spalancano panorami emozionanti, e allora verrà voglia di imbarcarsi verso le isole di fronte, Capri, Ischia e Procida o di visitare tutta le costiere sorrentina ed amalfitana. Magie di questa regione mai stanca di svelarsi.

DOVE DORMIRE

*Hotel Parker’s*****, Corso Vittorio Emanuele 135, tel 081/7612474, www.grandhotelparkers.it

*Hotel San Francesco al Monte****, Corso Vittorio Emanuele 328, tel 081/4239111. www.sanfrancescoalmonte.it/

DOVE MANGIARE

*Mame Ostrichina, via Carlo de Cesare 52, tel 081/18165838, https://www.facebook.com/mameostrichina

*Pizzeria Sorbillo, via dei Tribunali 32, tel 081/446643, www.sorbillo.it

*Pizzeria Fiore Bianco, via Partenope 7, tel 081/19102667, https://m.facebook.com/fiorebiancoPizzeria/

*L’altro Coco Loco, Vicoletto Cappella Vecchia 4, tel 081/7641722, https://cocoloco.rest/

*Terrazza Calabritto, Piazza Vittoria 1, tel 081/2405188, http://terrazzacalabritto.it/

*Gay Odin, Fabbrica del Cioccolato 1894, via Toledo 214, tel 081/400063, https://gay-odin.it/index.php/

DOVE COMPRARE

*Deliberti, via dei Mille 24 e via Carducci 55-57, www.deliberti.it

*Matvila Luxury, via Cavallerizza a Chiaia 10 A, tel 081/2525071, www.matvila.it

*Ombelico Boutique, vico Belledonne a Chiaia 14/C, tel 081/413439, www.ombelicoboutique.com

*Pinko Boutique, via dei Mille 1-7, tel 081/4976360, https://stores.pinko.com/it/Italia/Pinko-Boutique-Napoli

*Boutique Galiano Napoli, via Calabritto 1/F, tel 081/7643370, www.galianostore.com

*Spazio C, via Carlo Poerio 48, tel 081/401005, www.spazioc.com/it/

*Ferrante 1875. Scarpe su misura dal 1875, via Calabritto 22, tel 081/7648901, http://www.ferrante1875.it/

*Fiodi Calzature, vico Cavallerizza a Chiaia 6, tel 081/425255, www.fiodi.it

 




Santa Maria di Leuca: le vacanze sul Tacco d’Italia

Prosegue il nostro viaggio alla scoperta della costa salentina. Dopo aver visitato la splendida Otranto, per il secondo giorno del vostro weekend vi proponiamo un itinerario lungo la litoranea Otranto -Leuca, una delle più belle e importanti strade panoramiche d’Italia. Realizzata a ridosso del mare, consente di ammirare scorci e panorami mozzafiato. Quindi, non dimenticate la macchina fotografica!

Partiamo, quindi, da Otranto e prendiamo la litoranea in località Orte, nelle vicinanze della base americana. La strada costeggia poi la scogliera della Palascia a un’altezza di circa 100 mslm consentendo di ammirare la costa da Punta Facì all’estremità orientale di Capo d’Otranto.

Proseguendo ancora, arriviamo a Torre Sant’Emiliano, che prende il nome dalla torre di avvistamento che domina tutto il Canale d’Otranto, circondata da un mare blu intenso. Ancora qualche centinaio di metri e arriviamo alla località balneare di Porto Badisco. Nei pressi di Cala Badisco si trova la Grotta dei Cervi, uno dei luoghi più antichi d’Europa frequentati dall’uomo preistorico.

Lasciamo il territorio del Comune di Otranto ed entriamo nel territorio di Santa Cesarea Terme, nota per le sue acque benefiche e per i singolari fanghi all’interno delle grotte Fetida e Sulfurea, dove la strada comincia a salire fino a 130 mslm. Superata la Grotta Zinzulusa, ricca di stalattiti, arriviamo a Castro, splendida cittadina a picco sul mare, che gode di una caratteristica unica: grazie alla sua posizione riparata dai venti, le acque in cui si specchia sono quasi sempre calme.

Da Marittima a Santa Maria di Leuca

Proseguiamo ancora fino a raggiungere la marina di Marittima, dove si trova la splendida insenatura di Acquaviva, con le sue sorgenti di acqua fredda che sgorgano direttamente dalla roccia. Arriviamo quindi alla marina di Andrano, nota per le sue celebri località balneari di Grotta Verde e La Botte. Ancora qualche km e arriviamo a Tricase Porto, una delle località più rinomate della costa orientale della Puglia. Degna di una sosta anche Marina Serra.

Porto Santa Maria di Leuca

Da qui affrontiamo gli ultimi 14 km della strada litoranea, che ci conduce alla nostra meta finale: Santa Maria di Leuca. Prima, però, incontriamo la marina di Tiggiano dove ci fermiamo su un meraviglioso punto panoramico per scattare qualche foto. Ci facciamo poi incantare dalla bellezza di Novaglie per poi arrivare al ponte del Ciolo, che si affaccia su un’insenatura di rara bellezza.

Continuiamo ancora per un lungo rettilineo, finché non vediamo spuntare, all’orizzonte, la sagoma del faro di Santa Maria di Leuca.

Santa Maria di Leuca, la splendente

Leukos, cioè bianco, è l’aggettivo che i marinai greci diedero a questa terra illuminata dal sole. Il resto del nome, Santa Maria, si attribuisce invece a San Pietro, che secondo numerose testimonianze, sbarcò proprio qui dall’Oriente per cominciare la sua evangelizzazione e consacrò la città alla Vergine.

Panorama di Santa Maria di Leuca

La città sorge nell’insenatura tra Punta Ristola e Punta Meliso, su un tratto di costa che alterna frastagliate scogliere a piccole calette di sabbia finissima, tra le quali di insinuano affascinanti grotte.

La Basilica Santuario di Santa Maria de Finibus Terrae

Cominciamo la nostra visita alla città proprio dal Santuario (www.basilicaleuca.it)  dedicato alla Madonna, che si raggiunge salendo una scalinata di ben 184 gradini.

La Basilica Santuario di Santa Maria de Finibus Terrae

Ne vale tuttavia la pena, poiché la posizione sopraelevata su cui sorge il santuario consente di ammirare panorami superbi, lasciando spaziare la vista dal porto alla costa. Lungo la scalinata si incontra anche una grande cascata d’acqua che celebra l’Acquedotto Pugliese, la cui costruzione iniziò nel 1906 per concludersi solo nel 1939. La Cascata Monumentale compie un salto di 120 metri e ha una portata d’acqua verso il mare di mille litri al secondo. Il salto d’acqua viene attivato solo in occasioni particolari, mentre rimane viva una cascata più piccola alla base della struttura.

Arriviamo quindi al cospetto della basilica, che sorge sulle vestigia di un antico tempio dedicato a Minerva. L’edificio attuale risale al Settecento, dopo diverse distruzioni e ricostruzioni in seguito alle incursioni di turchi e pirati. La chiesa è a croce latina e a un’unica navata. Sull’altare maggiore è collocata un’immagine della Vergine, mentre sono presenti altri sei altari minori

Il faro e il porto di Santa Maria di Leuca

A pochi metri dal santuario si trova il maestoso Faro di Santa Maria di Leuca, alto 47 metri e situato a 102 mslm. Si tratta di un’opera monumentale, in funzione fin dal 1866, con una lanterna fatta di 16 lenti che proietta il fascio di luce a 50 km di distanza.

Il faro e il porto di Santa Maria di Leuca

Una scala a chiocciola di 254 gradini conduce a un terrazzo circolare da cui si può godere della superba vista del mare Adriatico e dello Jonio. Nelle giornate limpide si possono scorgere anche l’isola di Corfù, i monti dell’Albania a oriente e quelli della Calabria a occidente.

Merita una visita anche il porto, che si estende a Sud Ovest del faro, tra Punta Meliso e Punta Ristola. Il consiglio è di dedicargli una passeggiata dopo il tramonto, per ammirare le imbarcazioni da pesca “disegnate” da magnifici colori.

Il fascino delle ville

Una caratteristica peculiare di Santa Maria di Leuca sono le sue ville, testimonianza di una vocazione turistica che risale al XIX secolo e che ha attirato qui le famiglie nobili e facoltose. Alcune sono in stile liberty, altre in stile moresco o pompeiano, a seconda dell’estro e dei desideri dei “padroni di casa”, si affacciano sul mare e conferiscono al paesaggio un fascino antico.

La più antica della città è Villa Romasi, che risale alla fine del Settecento. Villa Meridiana, che prende il nome dall’orologio solare posto sulla facciata, risale invece al 1874 ed è stata fatta costruire da Giuseppe Ruggeri. Per le torrette dotate di cornicioni sporgenti ricorda invece una pagoda cinese la raffinata Villa Episcopo, mentre Villa Fuortes richiama il gusto neoclassico per le sue colonne doriche. È conosciuta anche come Villa dei Misteri perché, si dice, dopo anni di abbandono è diventata dimora di elusive presenze.

Passeggiando per le strade di Leuca incontriamo anche Villa Colosso che spicca per la sua elegante balaustra centrale, e Villa Daniele, con il suo stile moresco, detta anche “La nave” per le sue dimensioni e la sua caratteristica forma.

Le grotte lungo la costa

Sia la costa di Levante, alta e frastagliata, bagnata dall’Adriatico, che quella di Ponente, bagnata dallo Ionio, si presentano ricche di grotte e cavità, che si possono visitare attraverso un’escursione in barca.

Tra le grotte più significative della costa di Levante vi segnaliamo la Grotta della Cazzafre, la Grotta del Pozzo, la Grotta del Brigante  e quella di Montelungo. Lungo la litoranea che porta a Gallipoli, invece, si trovano la Grotta Porcinara, antico luogo di culto romano, e la Grotta del Diavolo, luogo sacro fin dalla preistoria.

Lungo la costa di Ponente troviamo invece, la Grotta dei Giganti, dove sono stati trovati denti e ossa di pachidermi preistorici, e la Grotta del Bambino, dove è stato trovato un molare di un fanciullo preistorico. Da questa grotta si accede alla suggestiva Grotta delle tre Porte, con i suoi accessi dal mare. Splendida anche la Grotta del Presepe, con stalattiti disposte in un modo che ricordano la rappresentazione della Natività, e la Grotta Cipollina.

Si conclude così il nostro itinerario sulla costa del Salento, ma non quello gastronomico, alla scoperta dei piatti tipici e dei prodotti della terra e del mare.

I sapori del Salento

La vocazione contadina e quella marinara trovano il perfetto connubio sulle tavole salentine. Tra i piatti più rinomati troviamo il polpo alla pignata, dal nome del recipiente di terracotta dove viene cucinato in umido con abbondante sugo, gli spaghetti con le cozze, la taieddhra, un timballo a base di cozze, patate e riso cotto al forno, i panzerotti e a pitta, di cui vi abbiamo svelato ieri la ricetta.

Semplice e gustoso l’acqua e sale è un piatto povero a base di pane raffermo condito con olio, pomodorini, cipolla, aceto, sale e origano. Una variante più “nobile” è la frisa, fatta con un pane biscottato  e condito con pomodoro, sale e olio. Ottime anche le pittule, frittelle di pasta lievitata, e le pucce, i panini con le olive. Non dimentichiamo poi le paste fatte in casa, come le orecchiette, i minchiareddi, le sagne ritorte, condite con sugo, ricotta oppure alici e frutti di mare.

Tra i dolci, non si può mancare il pasticciotto, a base di pastafrolla e ripieno di crema pasticcera, lo spumone, un gelato ai frutti misti solidificato, i mustazzoli, biscotti alla cannella, e la cupeta, una specie di croccate di mandorle ricoperta di caramello.

E, naturalmente, i piatti salentini vanno accompagnati dagli ottimi vini locali. Tra i rossi ricordiamo il Primitivo di Manduria e il Salice Salentino. Tra i rosati c’è il celebre Negramaro, mentre tra i bianchi spicca il Liverano.

Senza dimenticare, come condimento o anche da gustare solo sul pane, il rinomato Olio Extravergine di Oliva, tra i migliori d’Italia.

Dove acquistare prodotti tipici

*Azienda Agricola Settembre, SP366, Km 34, Otranto, tel 0836/802789.Produce e vende olio extra vergine di oliva DOP Terra d’Otranto di alta qualità. Presso il punto vendita si possono acquistare, oltre ai prodotti dell’Olearia Settembre, anche vino, prodotti sottolio e prodotti tipici salentini.

*Azienda Agricola e Vitivinicola Tenuta Merico, via Frassanito, Otranto, tel 333/7190074, www.tenutamerico.it Nata nel 2001, produce e vende vini pregiati tra cui il Don Paolo DOC Galatina, ed il Musivo Rosato IGT Salento, e lo Stafìda Aleatico DOC. Possibilità di visite guidate con degustazione di vini abbinati a prodotti tipici pugliesi.

*Azienda Vitivinicola Castel di Salve, via Salvemini 32, Tricase (LE); tel 0833/771041, www.casteldisalve.com Storica azienda fondata nel 1885, produce a vende vini selezionati da vitigni autoctoni del Salento, primo tra tutti il Negramaro.

Dove dormire a Santa Maria di Leuca

*Massapia Hotel & Resort****, Contrada Masseria Li Turchi, Marina di Leuca (LE), tel 0833/750027, www.messapia.com A 1 km, dal centro di Leuca, a 800 metri dal mare, dispone di 110 sistemazioni tra camere hotel e residence. A disposizione: piscina, vista panoramica, animazione, navetta gratuita per le spiagge. Doppia con colazione continentale da € 116.

*Hotel L’Approdo****, via Panoramica 1, Santa Maria di Leuca (LE), tel 0833/758548, www.hotellapprodo.com Struttura con 52 camere, recentemente ristrutturata e con vista panoramica sul porto turistico di Santa Maria di Leuca. Prestigioso ristorante L’Approdo segnalato dalle principali guide gastronomiche. Doppia da € 130.

Dove Mangiare a Santa Maria di Leuca

*Boccondivino, Via Enea 33, Santa Maria di Leuca (LE), tel 0833/758174. Propone un menù con piatti tipici della cucina salentina, ma anche ricette di mare a base di pesce fresco in un ambiente rilassante e familiare.

*Hosteria Del Pardo, via Doppia Croce 1, Santa Maria di Leuca (LE) tel 0833/758603, www.hosteriadelpardo.it Locale immerso nel verde ideale anche per un aperitivo. Il menù propone piatti tipici della cucina salentina e ricette di mare.

INFO

www.viaggiareinpuglia.it




Un weekend a Otranto, la città più orientale d’Italia

I Greci la chiamavano ùdor kai derento (acqua a monte), i Romani Hydruntum, e da qui sono passati, nel corso dei secoli, bizantini, goti, normanni, svevi, angioini e aragonesi che hanno lasciato testimonianze storiche e artistiche della loro presenza.

Siamo a Otranto, annoverata tra i “Borghi più belli d’Italia” e Bandiera Blu del Touring, che vanta anche il primato di “città più orientale d’Italia”. La città e la sua costa, tuttavia, colpiscono per gli scorci naturali, per le scogliere candide su cui si riflette la luce del sole, regalando riflessi di rara bellezza, per il mare cristallino che non ha nulla da invidiare alle mete esotiche. Senza dimenticare la ricca e gustosa tradizione culinaria salentina, un perfetto connubio di ingredienti di terra e di mare.

Visitiamo il Castello d’Otranto

Prima di dedicarci alle bellezze naturali e al mare azzurro della costa salentina, dedichiamo il primo giorno alla visita del centro storico di Otranto, ricco di testimonianze storico artistiche secolari. Entriamo in città attraverso la Porta Alfonsina, un varco che si apre tra le imponenti mura difensive fatte costruire dagli Aragonesi dopo l’invasione turca del 1480.

Ci troviamo immersi in un’atmosfera senza tempo, fatta di stradine lastricate di pietre, vicoli minuscoli che corrono fino al mare e scorci dai quali irrompono all’improvviso la luce e i colori del Mediterraneo.

Immancabile una visita al castello aragonese (orario: mar-dom 9-13 e 16-19), che ha ispirato il primo romanzo gotico della storia, Il castello di Otranto di Horace Walpole, scritto nel 1764. La costruzione della fortezza, invece, iniziò su impulso di Alfonso d’Aragona, duca di Calabria, dopo il Sacco di Otranto da parte dei Turchi, nel 1480. Del periodo aragonese, oggi rimangono solo parte delle mura e un torrione. L’aspetto attuale, invece, risale ai Viceré spagnoli che ne fecero un esempio d’eccellenza di architettura militare.

Nel 1535, Don Pedro da Toledo, il cui stemma campeggia sul portale di ingresso e sulla cortina esterna, fece aggiungere opere di difesa straordinaria. Nel 1578 furono aggiunti due bastioni poligonali sul versante che volge verso il mare. Un’ulteriore aggiunta difensiva venne aggiunta alla metà del secolo successivo. Oggi, il castello che ci troviamo ad ammirare è un massiccio edificio a pianta pentagonale, scandito da quattro torri difensive, mentre sul lato scoperto spicca il ponte levatoio. Il castello è circondato da un ampio fossato.

La basilica di San Pietro, gioiello bizantino

Ci fermiamo poi a visitare la basilica bizantina di San Pietro, costruita tra i X e l’XI secolo. L’interno è a croce greca, suddivisa in tre navate scandite da quattordici colonne di granito sormontate da capitelli romanici. La cripta è decorata sulle pareti da pitture bizantine. Nell’abside della navata destra, invece, sono custodite le spoglie degli 800 abitanti uccisi dai turchi per non aver voluto rinnegare la fede cristiana.

Splendido il mosaico del 1166 che ricopre il pavimento della chiesa suddiviso in tre parti: “L’albero della vita”, che va dalla navata centrale alle due laterali, il “Pavimento musivo”, che va dal transetto all’altare maggiore, e le Figure disposte attorno al primitivo altare circolare.

Percorrendo la litoranea in direzione di Santa Maria di Leuca, a circa un chilometro e mezzo dal centro storico, si arriva all’abbazia di San Nicola di Casole, di cui non rimangono che poche vestigia a causa dell’attacco dei turchi.

Il litorale e le spiagge più belle di Otranto

Se Otranto è la città più orientale d’Italia, c’è un luogo che potremo definire “il più a est della città più a est”. È Punta Palascìa, nota anche come Capo d’Otranto. In estate, il sole sorge alle 5.30 del mattino colorando il cielo e il mare di riflessi multicolori di rara bellezza, per poi ripetersi al tramonto. Una curiosità: la notte di San Silvestro, il 31 dicembre, qui si radunano residenti e turisti per salutare il nuovo anno al cospetto del maestoso faro che svetta tra le rocce.

Non possiamo, poi, dimenticare le favolose spiagge di sabbia candida, lambite da un mare di cristallo. Tra le più belle c’è la Spiaggia degli Alimini, circondata da dune di sabbia finissima e dalla macchia mediterranea. Famosissima la Baia dei Turchi, una lingua di sabbia bianca che regala atmosfere tropicali, e Porto Badisco, un’insenatura dove, secondo la leggenda, approdò Enea dopo la fuga da Troia in fiamme.

La seconda parte del nostro itinerario sarà on line domani, intanto, di seguito vi sveliamo la ricetta della Pitta di patate Salentina.

PITTA DI PATATE SALENTINA

È una delle ricette salentine più antiche e non manca mai sulle tavole. Le massaie del Salento si sono tramandate la ricetta nel corso degli anni utilizzando sempre gli stessi ingredienti, semplici e genuini.

Ingredienti

  • 1 kg di patate a pasta gialla
  • 2 uova
  • 200 gr di pecorino o parmigiano
  • 2 cipolle grandi
  • 1 bicchiere di passata di pomodoro
  • Una manciata di capperi e olive senza nocciolo
  • 2 o 3 acciughe sottolio
  • Olio EVO, sale e pepe q.b.
  • Pangrattato q.b.
  • 2-3 foglioline di mentuccia

Affettate le cipolle e soffriggetele in abbondante olio EVO, poi aggiungete i capperi, le olive, l acciughe, il sale e il pepe. Mescolate poi unite anche la passata di pomodoro e fate cuocere il tutto per circa 20 minuti. Nel frattempo lessate le patate, sbucciatele e schiacciatele, unite le uova, il formaggio grattugiato, sale, pepe e le foglie di mentuccia tritate fini. Amalgamate bene fino a ottenere un composto omogeneo. Con un filo di olio ungete il fondo di una pirofila antiaderente, poi bagnatevi le mani e stendete uno strato del composto di patate, poi uno strato del composto di cipolle e pomodoro. Spolverate con il formaggio grattugiato e stendete poi un altro strato di composto di patate. Livellate bene la superficie e completate con una spolverata di pangrattato. Infornate a 200°C per circa 20 minuti.

Come arrivare a Otranto

In auto: Autostrada A16 con uscita Bari Nord. Proseguite poi lungo la superstrada per Brindisi, poi ancora in direzione di Lecce. Poco prima di entrare in città, imboccate la tangenziale Est con direzione Otranto-Santa Maria di Leuca – Maglie

Dove dormire a Otranto

*Hotel Palazzo Papaleo*****, via Roncadi 1, Otranto, tell 0836/802108, www.hotelpalazzopapaleo.com Nel centro storico di Otranto, a pochi metri dal mare, dispone di camere di diversa tipologia con vista mare, una splendida terrazza con piscina jacuzzi e centro benessere. Doppia con colazione da € 136.

*Vittoria Resort & SPA****S, via Catona, Otranto, tel 0836/237280, www.vittoriaresort.it . A pochi passi dal centro storico, dispone di 66 camere disposte su tre piani. A disposizione centro benessere, palestra, piscina e servizio navetta per la spiaggia. Doppia con colazione da € 98

Dove mangiare a Otranto

*Peccato Divino, via Roncadi 7, Otranto, tel 0836/801488, www.peccatodivino.com. Nella città vecchia, a pochi passi dalla cattedrale, offre piatti della cucina tradizionale pugliese con ingredienti a km zero. Il menù varia ogni giorno. Buona carta dei vini provenienti da cantine locali. Prezzo medio, bevande incluse € 46 pp.

*Vecchia Otranto, Corso Garibaldi 96, Otranto, tel 0836/801575.Locale caratteristico con volte a botte e muri in pietra  nel centro storico. Propone piatti di pesce fresco, ma anche di terra, della tradizione pugliese, ma anche creativi.

Info su Otranto

www.comune.otranto.le.it

 




Bali, i templi più belli dell’isola degli Dei (2° parte)

Riprendiamo da dove eravamo rimasti il meraviglioso viaggio a Bali!

Di Manuela Fiorini

La seconda parte del mio viaggio a Bali mi ha portato a visitare i templi più belli e suggestivi dell’isola e ad assistere ad alcune delle cerimonie più toccanti e misteriose. Perché visitare un tempio balinese non è come visitare una chiesa: ognuno è dedicato a una divinità diversa, ha una struttura differente, una fisionomia propria. Insomma, non vi sembrerà mai di assistere a “qualcosa di già visto”. Torno di nuovo a Ubud per visitare la misteriosa Grotta dell’Elefante, uno dei monumenti più strani e misteriosi, che mi ha lasciata davvero senza fiato.

La misteriosa Grotta dell’Elefante

La spettacolare Goa Gaja, la Grotta dell’Elefante, è stata scoperta nel 1922, si pensa che la sua costruzione risalga al XI secolo. Ma andiamo con ordine, perché il tragitto per raggiungerla fa parte dello stupore che ho provato al suo cospetto. Camminando all’interno di quello che sembra un grande parco, si scende una scalinata che conduce a uno spiazzo, una specie di arena nella quale si tengono i combattimenti tra galli in occasione delle feste religiose.

I doccioni della vasca rituale a Goa Gaja

Procedendo oltre arrivo a un’ampia apertura dove si trovano due grandi vasche, in ognuna delle quali spiccano tre doccioni a forma di figure femminile, probabilmente ninfe o divinità fluviali, che gettano acqua nelle fonti sacre. La grotta appare all’improvviso come un volto mostruoso dall’enorme bocca spalancata. Alcuni studiosi sostengono che essa raffiguri il dio Shiva nella sua veste di distruttori, altri che si tratti della strega Rangda, di cui abbiamo già fatto conoscenza.

Bagno rituale

Intorno al viso scolpito nella pietra si trovano fini cesellature della pietra che rappresentano figure che sembrano fuggire nell’intricata vegetazione, animali e onde che conferiscono a questa magnifica opera un affascinante dinamismo. Appena entro all’interno della bocca, di colpo la luce viene meno. Mi sembra letteralmente di essere stata “inghiottita” dal mostro. Decido di non pensarci e di scacciare tutte le paure infantili che raffiorano a tradimento nella mente. Avanzo. Il corridoio è stretto e umido. Su entrambi lati ci sono delle strette nicchie, che servivano da giaciglio per le meditazioni dei monaci. Alla fine del corridoio e c’è una stanza a T.

L’ingresso della Grotta dell’Elefante

A destra, immerso in un’atmosfera senza tempo, il volto calmo del dio Ganesha, dal volto di elefante, osserva un orizzonte indefinito. Dalla parte opposta si trovano tre lingga, raffigurazione stilizzata della trinità indù. Il mistero avvolge ancora l’origine di questo insolito tempio.

L’interno della Grotta dell’Elefante: tempietto con offerte votive

La statua di Ganesha, figlio di Shiva, posizionata all’interno, lo farebbe risalire ad una setta shivaista, mentre gli elementi decorativi. Ora che sono qui, non ho fretta di uscire, non ho più quella paura dell’ignoto che ho provato entrando, ma sono pervasa da un senso di pace quasi mistica, unita al rispetto per questo luogo così unico.

Il Tempio Madre di Pura Besakih

La tappa successiva del mio itinerario di viaggio mi porta nella parte est dell’isola, nel villaggio di Besakih, dove si trova il Tempio Madre di Pura Besakih, il più grande e sacro di Bali. Fondato nel XIV secolo, è stato via via ingrandito fino a raggiungere le ragguardevoli dimensioni attuali. Del complesso, infatti, fanno parte circa 200 tra templi minori e altari. Un alone di sacralità gli deriva poi dalla splendida posizione, alle pendici del vulcano Gunung Agung.

Il vulcano Gunung Agung sembra vegliare sugli abitanti di Bali

Per i balinesi, infatti, i luoghi elevati sono le sedi predilette dalle divinità che, di tanto in tanto, scendono tra gli uomini, soprattutto in occasione delle cerimonie in loro onore. Proprio il vulcano non mi appare più come un semplice elemento della natura, seppure affascinante, quanto un nume tutelare che veglia sugli abitanti e sull’isola. Una divinità piuttosto irascibile, come mi raccontano, e per questo destinataria di offerte e preghiere.

Il tempio di Pura Besakih alle pendici del vulcano

All’epoca della mia visita al Pura Besakih, ho avuto la fortuna di partecipare alla cerimonia dell’odalan, l’anniversario del tempio. Lungo la strada ho visto sfilare uomini, donne e bambini vestiti a festa. Molte donne avanzavano con coloratissime ceste di frutta e fiori sulla testa. Tutte, per l’occasione, indossavano variopinti abiti di broccato, mentre i bambini vestivano di bianco e avevano sulla fronte alcuni chicchi di riso bollito, simbolo dell’abbondanza. Gli uomini, invece, indossavano il tipico copricapo udah a forma di aureola, che serve, secondo la credenza, per racchiudere i pensieri positivi ed elevarli agli dei.

Cerimonia religiosa a Pura Besakih

Tutti, poi, portano in vita una fascia colorata. Prima di accedere al tempio, ne viene donata una anche a me. Serve per separare la parte pura, quella superiore, da quella inferiore, più legata alla terra e a contatto con essa. Visito poi il sancta sanctorum del Tempio Madre, il Pura Panataran Agung, dove spiccano i meru.

I caratteristici meru

Si tratta di grandi torri che simboleggiano il Monte Meru, l’equivalente dell’Olimpo per il pantheon indù. Ricordano un po’ le pagode cinesi e sono costituiti da una base e da una serie di gradini. Più alto è il loro numero (e più alta è la torre) più si è vicini alle divinità.

Ulun Danu, tra le braccia della Dea del lago

A metà del mio viaggio alloggio a Sanur, altro importante centro di attrazione turistica, insieme alla già citata Kuta e a Nusa Dua, sede di un’altra celebre spiaggia molto amata dai surfisti. Meglio stare lontano dalla “pazza folla” e fare rotta verso la parte centrale dell’isola. Passato il villaggio di Bedugul, a meno di un’ora da Bangli, arrivo quindi al lago Bratan.

Il tempi di Ulun Danu si specchia delle acque del lago

Lo specchio d’acqua è nato da un cratere del vulcano Batur, che con i suoi 1717 metri di altezza, regala alla zona un clima più umido e fresco rispetto alla vicina zona collinare. Il lago fa da sfondo a uno dei templi più belli e suggestivi di Bali, Pura Ulun Danu. Entro da un cancello e mi incammino insieme ai miei compagni di viaggio sui sentieri che attraversano un giardino dai fiori multicolori.

Ulun Danu, i giardini del tempio

Qui mi fermo fermiamo per fare la conoscenza di una volpe volante, di fatto un “pipistrellone” grosso come un gatto, ma dal musetto di volpe e le ali così sottili e soffici da sembrare di velluto impalpabile. L’esemplare, sicuramente addomesticato, accetta volentieri alcuni pezzetti di papaya che gli offro e se li gusta rigorosamente…a testa in giù!

Volpi volanti

Arrivo quindi al cospetto del tempio, che sembra letteralmente galleggiare sull’acqua, sostenuto solo da sculture a forma di rana. Al centro svetta un alto meru. È dedicato alla dea del lago, Dewi Danu, che garantisce l’acqua necessaria per l’irrigazione e vigila sui raccolti. Per poche rupie prendo a noleggio una barca con un rematore del luogo per ammirare il tempio da una prospettiva differente.

Barche a Ulun Danu

Comincio così a muovermi sulle placide acque del lago, circondata da coloratissime ninfee. Di tanto in tanto, dalle acque emerge qualche postazione di pesca improvvisata. Tutt’attorno a me, scende una nebbia quasi mistica, che mi cinge in un abbraccio che pare quello della dea.

Uluwatu, il tempio sulla scogliera

Gli ultimi scampoli del mio soggiorno sono dedicati alla scoperta della parte sud dell’isola: la penisola del Bukit, che mi sorprende con le sue scogliere mozzafiato, che si stagliano su un mare verde azzurro, separato dal cielo terso da una linea sottile. L’Oceano Indiano, al di sotto di me, mi offre la visione di alte onde spumeggianti che si infrangono sulle rocce.

Il tempio di Uluwatu si affaccia sulla scogliera della penisola del Bukit

In bilico sul bordo di una scarpata, svetta il tempio di Pura Uluwatu, che si confonde con il paesaggio circostante. I “custodi” del tempio sono delle curiose scimmiette, che mi circondano subito per capire se possono ottenere qualcosa di buono. Entro nel tempio superando il maestoso cancello che spicca per le incisioni a forma di ali. Mi trovo subito nel primo dei tre cortili sacri, al quale possono accedere tutti.

Tramonto a Uluwatu

Nel secondo, il jaba tengah, o cortile “puro”, svetta una statua del dio Ganesha. Mi devo invece accontentare di ammirare da lontano l’al jeroan, il cortile purissimo, a cui può accedere solo chi professa l’induismo. Prima di ripartire, getto un’ultima occhiata all’Oceano, respiro il suo profumo salmastro e mi riempio la mente del suo colore smeraldo.

Tanah Lot, “la terra in mezzo al mare”

Nella seconda parte della giornata, e non a caso, scelgo di raggiungere il tempio di Tanah Lot, forse il più fotografato di Bali perché scenario di pittoreschi tramonti in cui il cielo si screzia di sfumature che abbracciano tutti i colori dello spettro solare, dall’arancione al viola al nero.

Uno degli splendidi tramonti che si possono ammirare presso il tempio di Tana Lot

Lambito dal fragore delle onde dell’Oceano Indiano, staccato dalla terraferma e circondato da una vegetazione rigogliosa, che ricade sulle rocce, Tanah Lot è degno della sua fama. L’esperienza più suggestiva che mi sia capitata è assistere alla cerimonia che vede i sacerdoti vestiti di bianco raggiungere il tempio attraverso una sottile lingua di terra. La caratteristica di Tanah Lot è quella di trasformarsi in una vera e propria isola, irraggiungibile, quando l’alta marea ricopre l’unico collegamento con la terraferma, lasciando il tempio nelle braccia del mare.

Durante l’alta marea, il tempio di Tanah Lot diventa un’isola

Non ho potuto entrare a Tanah Lot, tuttavia, sono rimasti fino al tramonto, per vedere il cielo diventare una tavolozza di un pittore e il tempio assumere un intenso colore nero, che ne nasconde i particolari alla vista.

Vi potrei raccontare tantissime altre cose di Bali, perché in quei quindici giorni trascorsi sull’isola mi sono davvero convinta che in questo luogo del mondo tutti dovrebbero andare, almeno una volta nella vita. Ho visitato lo splendido tempio di Taman Ayun, dichiarato dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità nel 2012, con i suoi rigogliosi giardini e i sui meru di altezze diverse.

I meru del tempio di Taman Ayun

Ho preso una barca a noleggio e ho raggiunto la piccola isola di Serangan, appena 3 km per 1, conosciuta come “Isola delle Tartarughe”, per ammirare questi docili animali e ho atteso sulla spiaggia di Jimbaran l’approdo dei pescatori che tornavano con il pescato della giornata, che viene poi venduto direttamente sulle bancarelle improvvisate di cui è costellata la spiaggia.

Serangan Island, santuario delle tartarughe

Insomma, ho vissuto un’esperienza unica, emozionante, mi sono riempita la mente e il cuore di questi paesaggi, della gentilezza e della semplicità dei balinesi, ho visto come non ci sono “le religioni”, ma semplicemente, tante sfumature di un unico credo e ogni sfumatura è rispettata e celebrata.

Bali in tavola

Prima di lasciarvi, dimenticavo di dirvi che in questa nostra avventura abbiamo ovviamente mangiato! Spesso di fretta, ma sempre cercando di assaporare i piatti tipici del luogo. La cucina balinese è molto variegata, spezie come lo zenzero, il cardamomo e la curcuma abbondano. La base di ogni piatto resta, comunque, il riso. Ovunque potrete gustare il nasi goreng, il tradizionale riso fritto con gamberi, carne e spezie, oppure il bakmi goreng, la variante di pasta fritta.

Nasi goreng

Tra i piatti nazionali ricordiamo anche il gado gado, vegetali leggermente cotti in insalata. I piatti più comuni dell’isola sono, comunque, l’ikan assem manis, il pesce in agrodolce, il kare udang, gamberi al kurry, il babi kecap, maiale cotto in salsa di soia dolce e l’opor ayam, pollo marinato in latte di cocco. Nessun pasto indonesiano, poi, è completo senza il sambal, una salsa piccante di peperoncini rossi.

Gado gado

Il pasto balinese, in genere termina con una ricca offerta di frutta, servita come dessert. Tra le specialità dell’isola vi è il salak, un frutto bruno dal sapore simile alla mela, ma con la buccia che assomiglia alla pelle di serpente; Abbondano anche mandarini, banane, manghi e guava, mentre tra le offerte religiose si può vedere spesso il sawo, dal delicato sapore di pera matura. Infine, nei mercati locali potrete acquistare facilmente il rambutan, dalla singolare buccia pelosa ed il succoso sirsak.

Il frutto del rambutan

Selamat tingall , arrivederci, Bali

Se siete arrivati fin qui, è segno che non vi siete annoiati! Questa è la Bali che ho voluto raccontarvi, la “mia” Bali. La porterò nel cuore con il suo bagaglio di ricordi indelebili: le sue verdi colline, le sue terrazze che fanno crescere il riso, il misterioso senso del sacro che traspare in ogni aspetto della vita quotidiana, le pittoresche danze, le cerimonie, ma anche il saluto delle persone che incontri per strada, la cortesia, la gentilezza di questo popolo, il suo sorriso. Spero di avervi incuriosito e invogliato a visitare questa splendida e mistica isola. Quindi non mi resta che salutarvi, alla balinese, naturalmente: Selamat tingall.

 

La mia TOP TEN dei luoghi da visitare “almeno una volta”

1 – Bali

L’isola indonesiana di cui vi ho raccontato è al numero uno della mia Top Ten. Per il fascino di una cultura così diversa dalla nostra, per la fede e l’armonia che si respira in ogni luogo dell’isola, immersa in una natura mozzafiato.

2 – Arcipelago della Maddalena (Sardegna)

Spiagge, calette e un mare dalle mille sfumature, dall’azzurro al verde. La zona fa parte del Parco Nazionale dell’Arcipelago della Maddalena ed è un santuario dei cetacei, che vengono qui a riprodursi. Non è difficile avvistare balene e delfini. Tra le eccellenze c’è la celebre “spiaggia rosa” di Budelli, ormai ridotta a una striscia sottile. Da vedere prima che scompaia del tutto. Non mancano gli spunti storici, tra cui la casa museo di Garibaldi a Caprera, le tracce dell’Ammiraglio Nelson. Nel cimitero de La Maddalena riposa l’attore Gian Maria Volonté.

3 – Isole Eolie (Messina, Sicilia)

Sette “sorelle” dal carattere diverso che spuntano dal mare. Il cono perfetto di Stromboli, con le sue spiagge nere e la Sciara del Fuoco, la spettacolare colata lavica che dal cratere scivola verso il mare. E poi Vulcano, con i suoi vulcanelli sulla spiaggia e le rocce sulfuree, l’elegante Lipari, con le pietre pomice che galleggiano sulle sue acque cerulee, le selvagge Alicudi e Filicudi e la discreta Salina sono, a mio avviso, meraviglie italiane da visitare almeno una volta.

4 – Costiera Amalfitana (Salerno)

Colori così non si vedono che raramente concentrati in un unico paesaggio. E se l’UNESCO l’ha inclusa nei siti “Patrimonio dell’Umanità” un motivo ci sarà. Case variopinte addossate sulla scogliera a strapiombo su un mare cristallino, profumo di limoni, fiori e macchia mediterranea si associano alla cordialità delle persone. Gli stranieri che la visitano tornano in patria entusiasti. Non diamo per scontate le nostre meraviglie italiane.

5 – Singapore

La mia impressione, visitandola, è stata quella di fare il “giro del mondo” semplicemente passando da un quartiere all’altro. Perché in questa piccola città stato si possono vedere i grattacieli del Financial District come a New York, il quartiere coloniale con i suoi monumenti lucenti, i quartieri cinese, indiano e arabo con gli splendidi templi e le moschee, i suk e i mercati. E c’è persino una foresta in città, Bukit Timah, un’oasi urbana popolata di animali esotici (per noi). I trasporti pubblici sono i migliori del mondo, e il Pil tra i più alti. Il tutto concentrato in una piccola isola.

6 – Cascate del Niagara
(Ontario – Canada e Stato di New York – USA)

Uno degli spettacoli naturali che mi hanno lasciata a bocca aperta, a partire dal rombo che comincia a sentirsi da lontano e che annuncia il “salto”, al confine tra Canada e Stati Uniti. Il gruppo si compone di tre cascate, la celebre Horseshoe, a ferro di cavallo, la più grande e potente, le American Falls, sul versante americano, e le Bridal Veil Falls. Sono le cascate più grandi del mondo per portata d’acqua. Il consiglio è di visitarle a bordo della Maid of the Mist, un’imbarcazione che sfruttando le secche e le correnti vi porta fin sotto l’Horseshoe. E fatevi raccontare dalla guida la leggenda della principessa indiana che si gettò nella cascata per un amore infelice. Vale una visita anche il vicino museo dedicato alle cascate.

7-    Quebec (Canada)

La regione francofona del Canada regala atmosfere mitteleuropee nelle grandi città come nei piccoli paesi, con architetture da vecchia Europa nelle grandi città, come Quebéc City e la Vieux Montreal, ma anche nei piccoli villaggi e cittadine, che sembrano uscite da un romanzo. Ma la vera protagonista è la natura, con strade che tagliano in due infinite foreste di abeti, aceri che in autunno accendono il paesaggio con i loro colori e sfumature, e poi gli immensi laghi, le isole che sembrano nascere dalle acque del fiume San Lorenzo, che in alcuni punti è talmente largo da non riuscire a vedere la riva opposta (e in larghezza batte perfino il Rio delle Amazzoni, considerato il più lungo del mondo).

 

8 – Monument Valley (Stati Uniti)

Al confine tra Utah e Arizona, è uno degli esempi di come la natura possa essere un’artista superiore a qualsiasi sforzo umano. L’occhio si perde alla vista delle gigantesche guglie scolpite dal vento e dai corsi d’acqua, che nei secoli hanno plasmato questo spettacolo unico. Il sole che scivola lungo le loro pareti fa il resto. Uno degli spettacoli naturali da vedere, almeno una volta nella vita. La zona è inclusa nella Navajo Nation Reservation, e con un po’ di delicatezza e fortuna si può parlare con i nativi americani per conoscere la loro cultura e le loro tradizioni.

9 -Parco Nazionale d’Etosha (Namibia, Africa)

Situato nella parte settentrionale della Namibia, è uno dei più estesi e importanti di tutta l’Africa. Ha un’estensione complessiva di 22 mila km quadrati, per lo più costituiti da savana semidesertica. La parte centrale, chiamata Etosha Pan, deriva da una depressione salina ed è completamente priva di vegetazione. Nel parco vivono protetti diversi branchi di elefanti, ma anche leoni, leopardi, bufali e rinoceronti, i cosiddetti “big five”, ma anche l’autoctona impala a muso nero e diverse specie di rettili e uccelli. Qui, a mio avviso, si riesce ancora a percepire l’originario spirito dell’Africa e ad entrare in contatto con la natura e gli animali, incontrandoli nel loro ambiente e non sono negli zoo o sui libri.

10-. Madagascar

Per me, il concetto più vicino a “paradiso terrestre”. Questa isola, la quarta più grande del mondo, sperduta nell’Oceano Indiano, con diverse piccole isole satellite, che valgono una visita, ancor più dell’isola principale, per il loro stato “naturale”. Questo isolamento ha fatto sì che qui si concentrasse il 5% delle specie animali e vegetali del mondo, l’80% delle quali sono endemiche. Rane, lemuri, camaleonti variopinti, farfalle, scimmie e pesci variopinti vi faranno compagnia. Salite a bordo della barca di un pescatore locale e lasciatevi trasportare sulle acque cristalline, mentre lo sguardo si perde all’orizzonte, dove non scorgerete che l’Oceano.

Chi sono

Mi chiamo Manuela Fiorini e sono nata a Modena, solo per caso. Con una mamma nata ad Alessandria D’Egitto, sangue italiano, greco-cipriota e britannico, zii in Australia e Canada, mi considero cittadina del mondo. Sono giornalista freelance e scrittrice. Mi piace viaggiare e raccontare, venire a contatto con culture, tradizioni e paesaggi diversi. Scrivo di turismo, enogastronomia, salute e benessere. Come narratrice ho pubblicato alcuni romanzi e racconti in diverse antologie e riviste. Perché viaggio anche con la fantasia. La mia pagina Facebook è https://www.facebook.com/manuelafioriniauthor/




La “mia” Bali: perché è l’”isola degli Dei”

In questi giorni in cui l’importanza di stare a casa è fondamentale, cerchiamo di rendere più interessante la permanenza facendo viaggiare la mente in luoghi esotici. Per questa ragione, abbiamo deciso di farci raccontare, da alcune delle firme più autorevoli di Weekend Premium, i loro viaggi speciali in giro per il mondo, per scoprire quelle che secondo loro sono le mete da visitare almeno una volta nella vita. Oggi e domani ci faremo raccontare di Bali!

 

Di Manuela Fiorini

Qual è il luogo del mondo in cui andare, almeno una volta nella vita? A questa domanda ho risposto senza esitazioni: Bali! È passato ormai qualche anno da quelle due settimane in cui mi sono innamorata dell’isola indonesiana, dei suoi abitanti dal sorriso gentile, da quella disponibilità all’accoglienza, al rispetto per religioni e tradizioni diverse che mi hanno fatto anche fare un pensiero, dopo aver conosciuto qualche italiano che ha fatto “il grande passo”, a trasferirmi proprio qui.

E a sorprendermi ancora di più c’è stato il fatto che Bali è stata un’esperienza di vita inaspettata. Non è stato infatti un viaggio programmato, o desiderato, quando un colpo di fortuna, un dono del destino, se volete. Negli anni della mia gavetta come giornalista, lavoravo in una redazione di un magazine di turismo. Il direttore un giorno mi convoca nel suo ufficio e mi dice: “L’Ente del Turismo Indonesiano ci offre un viaggio stampa a Bali, io sono impegnato. Vuoi andarci tu?” “Sì, certo! Grazie!”, avevo risposto d’impulso. “Bene, allora trovati un fotografo che venga con te”.

Uscita dall’ufficio carica come una molla, mi ero subito fiondata su internet per vedere dove si trovasse Bali esattamente: dall’altra parte del mondo. Il ché mi aveva galvanizzata ancora di più. La mia scelta del fotografo, invece, era caduta su Fabrizio, un freelance romano con appena qualche anno più di me, non solo perché faceva delle belle foto, ma se dovevo andarmene dall’altra parte del mondo con uno sconosciuto, preferivo che fosse un mio coetaneo o quasi, con lo stesso spirito d’avventura e la voglia di divertirsi.

Selamat datang, benvenuti!

È una delle prima parole che ho sentito e imparato in indonesiano, una lingua musicale, fluida, con suoni simili all’italiano, nonostante la grafia sia per un occidentale aliena e complessa. Selamat datang significa “benvenuti”, ed è proprio così che mi sono sentita fin dal mio primo impatto con l’isola di Bali.

L’imponente monumento equestre appena fuori l’aeroporto di Denpasar

Al nostro arrivo all’aeroporto Ngurah Rai di Denpasar, la capitale balinese, io e Fabrizio abbiamo trovato la nostra guida, Archana, un giovane balinese dai grandi occhi neri e dal sorriso gentile, che ci ha dato il benvenuto con una profumatissima collana di fiori cambogia. In questa avventura abbiamo avuto come compagno anche il taciturno Dewa, l’autista del monovolume che per dieci giorni ci ha scarrozzato da una parte all’altra dell’isola.

Il Bajra Sandhi Monument a Denpasar

Perché Bali è chiamata “Isola degli Dei”

Quando ci si riferisce a Bali, la si definisce così. E conoscendone gli usi e le tradizioni non mi è stato difficile capire il perché. Un’altra delle cose che ho imparato per prime, subissando Archana di domande, a cui lui ha sempre risposto con infinita pazienza è che il nome dell’isola, Bali deriva dal sanscrito wali, cioè “cerimonia”. L’espressione religiosa, infatti, è molto dai balinesi: non c’è casa il cui ingresso non sia protetto dalle statue dei guardiani, figure tra il mostruoso e il grottesco, ma dalla valenza positiva, la cui funzione è quella di proteggere gli abitanti dai tanti temuti spiriti maligni.

La mia impressione davanti a queste figure spaventose e grottesche, di primo acchito, è stata di timore, mi sentivo “osservata” ovunque entrassi o andassi, ma poi, a poco a poco, mi sono diventati familiari, quasi simpatici. Ho poi imparato che ogni luogo in cui vivono i balinesi, che sia un’abitazione, una spiaggia o un negozio, è provvisto di un piccolo tempio o un altare dove, quotidianamente, vengono fatte offerte di cibo, fiori e qualche rupia agli Dei.

Offerte votive

Una delle prime cose che ho notato, lungo la strada che dall’aeroporto mi portava in hotel, è stato vedere la fila di grossi alberi, ognuno dei quali era “fasciato” con un drappo a scacchi bianchi e neri. Ne ho subito chiesto il motivo. Anch’esso era legato al culto degli spiriti. I ficus benjamin, gli alberi in questione, sono considerati le dimore degli spiriti maligni, e “legandoli” con i colori che simboleggiano il bilanciamento tra il bene e il male, e che ricorreranno in molte altre cerimonie religiose a cui ho avuto la fortuna di assistere, si impedisce loro di uscire a fare danni.

Da Jimbaran a Kuta

Il mattino dopo il mio arrivo, la prima tappa è il villaggio di Jimbaran. Lungo la strada, le situazioni che mi incuriosiscono sono molte: ci sono famiglie intere a bordo di piccoli scooter, donne dagli abiti variopinti che espongono frutta, fiori e ceste per le offerte in piccoli banchi improvvisati ai bordi delle strade.

Tradizione e modernità lungo le strade dell’isola

Ne approfitto per entrare nel mercato coperto, che apre tutti i giorni dalle 5 alle 11 del mattino, un piccolo microcosmo colorato dove poter trovare dalla frutta ai fiori, dai polli al pesce, dalle ceste a piccoli oggetti di artigianato artistico. È qui che si respira il vero spirito dell’isola: tra la sua gente. Li osservo contrattare, barattare, scambiare un pollo con un mazzo di fiori, e tutti con il sorriso sulle labbra.

Il mercato di Jimbaran

Risalgo in auto e procedo alla volta di Kuta, uno dei più famosi centri turistici di Bali e meta preferita dei surfisti, soprattutto del sud est asiatico e dall’Australia. Bali si trova a soli 5° a Sud dell’Equatore e gode di una temperatura costante di circa 28° praticamente tutto l’anno, alternando una stagione secca a una piovosa, determinata dai Monsoni. Per questo è così ambita dagli amanti della tavola, che qui sfoggiano i loro fisici scolpiti e i loro tatuaggi, sfidando le onde più alte.

La spiaggia di Kuta

In tutta sincerità, Bali non mi ha particolarmente colpita per le spiagge. Kuta è una lunga mezzaluna dalla sabbia rosso dorata, con un mare pulito, ma piuttosto scuro, a causa delle origini vulcaniche dell’isole.

Surfisti a Kuta

Alle mie spalle, sfila una lunga serie di palme, che separano la strada dalla via principale, lungo la quale abbondano i negozi dei grandi marchi sportivi americani e occidentali. Vendono soprattutto abbigliamento sportivo e per il surf, ma ci sono anche ristoranti e le grandi catene di fast food. Un aspetto un po’ troppo turistico e commerciale, che forse ho apprezzato meno della parte più mistica e naturale dell’isola o, forse, semplicemente, perché troppo affine al consumismo occidentale a cui sono abituata.

Negozi adiacenti la spiaggia di Kuta

Ubud e la Foresta delle Scimmie

A mio avviso, Ubud custodisce l’anima antica e operosa di Bali. Non aspettatevi una città, piuttosto un grande villaggio, composto da altri centri più piccoli. Nel cuore della città antica si trova il Puri Saren Agung, noto anche come Ubud Palace. Prezioso esempio di architettura e di arte balinese, è stato parzialmente ricostruito dopo il terremoto del 1917.

Ingresso del Puri Saren Agung a Ubud

A nord di esso sorge il tempio privato della famiglia reale, il Pura Marajan Agung, mentre a ovest, spicca per bellezza e senso di pace il piccolo Taman Saraswati, dedicato a Dewi, dea della saggezza. Sul retro si trova un laghetto sul quale spiccano migliaia di fiori di loro e statue della dea. A colpirmi è proprio questa armoniosa simbiosi tra l’architettura degli edifici, frutto dell’ingegno umano, e la natura del luogo.

Ubud, Palazzo Reale

Una delle esperienze più belle che ho vissuto a Ubud, è stato immergermi nel cuore di Alas Kedaton, la “Foresta delle scimmie”, una striscia di jungla in cui si trovano tre templi e, soprattutto, una numerosa comunità di scimmie e macachi balinesi, che si avvicinano alle persone senza timore, per non dire in maniera spudorata.

Alas Kedaton, tempio di Haruman, il dio scimmia

Il primo consiglio che ci è stato fornito è stato quello di non dare loro cibo o di sfoggiare oggetti, come cellulari o macchine fotografiche, in grado di incuriosire gli animali, per il rischio concreto di vederseli letteralmente portare via! Consiglio che ho prontamente disatteso, dal momento che mi è stato impossibile resistere agli occhietti furbi di queste famigliole di scimmiette.

Lungo un intricato sentiero che conduce nel cuore di questa jungla di città, scorgo subito un gruppo di macachi che sosta lungo la via. Al nostro passaggio, ci ritroviamo circondati da tanti buffi visetti. Un cucciolo mi si attacca ai pantaloni, altre scimmiette giocano tra loro, una femmina allatta il suo neonato, mentre i grossi maschi vigilano sul resto del gruppo.

A Bali, le scimmie sono considerate animali sacri perché discendenti di Haruman, la grande scimmia bianca che aiutò il principe Rama, protagonista del poema epico indù Ramayana, a liberare l’amata Sita, fatta prigioniera dal demone Rawana.

I villaggi degli artisti

Una delle esperienze più belle è stata visitare, appena a Sud di Ubud, alcuni dei villaggi dove vengono realizzati gli oggetti tipici dell’artigianato locale, ma non solo. Grazie alla nostra indispensabile guida balinese, ho imparato che dietro a ogni realizzazione artistica c’è un significato quasi mistico. Inoltre, ogni “mestiere” si tramanda da padre in figlio, in modo tale che gli abitanti di un villaggio spesso sono tutti intagliatori, tessitori o, artisti.

La splendida maschera del Barong, animale mitico tra il drago e il leone, simbolo del Bene

Come nel villaggio di Batubulan, dove tre volte al giorno, presso il teatro Saharadewa, viene messa in scena la “Danza Barong”, uno degli spettacoli più suggestivi a cui mi sia capitato di assistere. La ragione di queste “repliche” non è solo turistica, ma ha un significato intrinseco, che è quello di tenere bilanciati il Bene e il Male. Sul palcoscenico, infatti, c’è sempre un sacerdote e gli attori che interpretano i personaggi malvagi tengono in mano un fazzoletto bianco, simbolo del bene.

Batubulan, ballerine di danza Legong

Lo spettacolo si apre con le sensuali ballerine di Legong, una danza tutta al femminile, accompagnata dal suono del gamelan, uno strumento tradizionale. Le danzatrici, tutte bellissime, si muovono lente, spostando gli occhi in maniera unica. Un altro momento topico della danza è l’ingresso della strega Rangda, personificazione del male. Ha il corpo ricoperto di pelliccia animale e sul volto una maschera spaventosa e colorata, con una lingua di fiamme lunga fino alla vita e zanne possenti.

Danza del Kriss, stregati da Rangda i guerrieri si pugnalano

Contro di lei si scagliano i guerrieri armati di coltelli rituali, ma la strega li fa impazzire e questi rivolgono l’arma contro di sé, pugnalandosi. È la danza del Kris, il pugnale sacro. E mi garantiscono che i pugnali sono veramente appuntiti come sembrano, ma lo stato di concentrazione, quasi di trance, in cui cadono i danzatori fa sì che essi non sentano il dolore.

Il Barong interviene per salvare i soldati caduti sotto il sortilegio della malvagia Rangda

Finalmente, preceduto dalla danza delle scimmie, fa il suo ingresso il Barong, animale mitico, impersonato da due attori -danzatori, uno governa la testa, l’altro la parte posteriore. Simbolo del Bene, ha l’aspetto di un leone, il corpo ricoperto da un pesante vello di capra e sul volto una maschera colorata, con gli occhi sporgenti, le zanne e fauci che vengono fatte schioccare dall’attore al ritmo del gamelan. Il Barong sconfigge Rangda e riporta l’equilibrio tra il Bene e il Male. Alla fine dello spettacolo, sul palcoscenico vengono lasciati i cestini con le offerte.

Mas, bottega di un intagliatore

Batubulan è anche il villaggio degli scultori che ricavano dalla pietra vere e proprie opere d’arte, molte delle quali finiscono ad abbellire i templi della zona. Mas, invece, è il villaggio degli intagliatori di legno. Qui ho acquistato le mie maschere, e anche una splendida rappresentazione in odoroso legno di sandalo di Rama e Sita, gli amanti del Ramayana, che ora mi guardano da una vetrina e mi riportano come per magia di nuovo sull’isola.

Realizzazione di un batik

A Batuan, invece, ho la fortuna di assistere alla realizzazione di un’opera in batik, l’arte pittorica balinese fatta di colori vivaci, disegni complessi che si ripetono e raffigurano elementi della natura, piante e animali., ma anche forme geometriche complesse. Qui ci sono anche molte gallerie d’arte. Le opere in batik autentiche riportano lo stesso disegno da una parte e dall’altra della stoffa, se il disegno compare su una parte sola, si tratta di una stampa.

Gunung Kawi, al cospetto dei Re scolpiti nella pietra

Un’altra delle tappe più sorprendenti del mio viaggio è stata la visita al tempio di Gunung Kawi, o Tempio della Tomba Reale. Vi confesso che di templi ne ho visitati tanti a Bali, ma questo è davvero unico per la sua posizione, nel mezzo della jungla.

Una parte del tempio di Gunung Kawi, immerso nella jungla

Per arrivarci ho attraversato villaggi e risaie a terrazza. Il sentiero di pietra, fatto di saliscendi e gradini, dal villaggio di Tampaksiring segue il corso del fiume Pakrisan e si addentra in una fitta vegetazione tropicale. Lungo il percorso, tra ponticelli sospesi, palme imponenti e “alberi del pane” si incontrano diversi templi dedicati alla dea del fiume e alcuni villaggi di capanne.

A poco a poco, il sentiero diventa più stretto, mentre i lati della collina assumono la forma di un complesso sistema di coltivazione a terrazze, dove si scorgono i primi germogli delle piantine di riso. A un tratto, nella parete della montagna, tra il fogliame della jungla, spuntano cinque gigantesche strutture, i candi.

I candi del tempio della Tomba Reale

Secondo la leggenda, questi enormi monumenti celebrativi, anche se in un primo tempo si era pensato che si trattasse di tombe della famiglia regnante balinese del XI secolo, sarebbero stati scolpiti nella montagna nel corso di una sola notta dalle possenti unghie di Kebo Iwa, una divinità locale. Al primo gruppo di cinque candi se ne aggiunge un altro di quattro, situati nella parte ovest rispetto al fiume, e uno isolato, a sud della valle, dedicato a un alto ufficiale del re.

Un secondo complesso di candi a Gunung Kawi

Fa parte del complesso del tempio anche una grande vasca dalle acque cristalline, alimentata dalle stesse sorgenti che confluiscono poi nel fiume Pakrisan, a cui vengono attribuiti poteri di guarigione. Confesso che questa parte del viaggio mi ha particolarmente colpita. Soprattutto per le persone che ho incontrato durante il percorso.

Complesso di Gunung Kawi, la vasca alimentata dal fiume Pakrisan

Nella jungla, infatti, ci sono molte abitazioni, capanne molto curate, ma essenziali, dove vivono i balinesi che coltivano il riso sulle terrazze. I bambini sono tantissimi, corrono e si nascondono tra le foglie immense come folletti, per poi rispuntare con i loro sorrisi sdentati. E con questa immagine nel cuore, mentre ritorno in hotel, penso già alle altre splendide esperienze che mi attendono, tra misteri, templi e leggende tutte da scoprire.

COME ARRIVARE

Sono diversi i tour operator italiani che offrono pacchetti e tour, in genere di 9 giorni e 7 notti, a Bali. Tra questi “I viaggi dell’Elefante” (www.viaggidellelefante.it) propone tour da 8 a 14 giorni, Blue Vacanze (www.bluvacanze.it) propone invece il tour di 12 giorni alla scoperta della Bali classica. Tour di Bali e Gili anche con Metamondo (www.metamondo.it).

DOVE MANGIARE

*Spaccabapoli, Jl. Raya Pengosekan Ubud No.108, Ubud, Kabupaten Gianyar, Bali, tel +62 361 9080197, gestito da un napoletano doc, offre piatti della cucina italiana e napoletana, tra cu un’ottima pizza con pomodori San Marzano e olio di oliva, pasta, secondi di carne e di pesce. Per chi ha voglia dei gusti di casa.

*Kayumanis Resto Jimbaran, Jl. Yoga Perkanthi, Jimbaran, tel +62 361 705777. Per chi vuole gustare la cucina indonesiana, questo locali a due passi dalla spiaggia offre un menù ampio e variegato, anche con piatti vegetariani e vegano. Ottimo rapporto qualità-prezzo.

DOVE DORMIRE

*Intercontinental Resort Bali*****, Raya Uluwatu No.45, Jimbaran, Kuta Sel., Kabupaten Badung, Bali, tel +62 361 701888, www.bali.intercontinental.com Situato a ridosso della spiaggia di Jimbaran, è un vero e proprio angolo di paradiso, con laghetti , giardini e cascate. 6 piscine ornamentali con sculture ispirate agli antichi palazzi, ristoranti che offrono un’ampia scelta di cucina tra asiatica, giapponese, intercontinentale.

*Parigata Resort & Spa****, Jl. Danau Tamblingan No.87, Sanur, Bali, +62 361 286286, www.parigatahotelsbali.com/ Piccolo delizioso resort con una grande piscina, a pochi passi dalla spiaggia di Sanur, downtown Denpasar e comodo alle principali attrazioni.

INFO

http://balitourismboard.or.id/

Appuntamento a domani con la seconda parte!!




Passate da Roma a Natale? Provate il Pangiallo

Pandoro e panettone sono i classici dolci delle feste natalizie. Ma a Roma, soprattutto nella zona dei Castelli Romani, c’è una tradizione che ancora resiste…dai tempi dell’Impero romano. È quelle del Pangiallo, o “Pangiallo romano” per qualificarne la provenienza, un dolce a base di frutta secca e canditi, caratterizzato dal colore giallo della copertura.

Alcune pasticcerie la vendono ancora in occasione delle feste natalizie, ma la tradizione più autentica vuole che lo si prepari in casa, in più esemplari, e lo si doni ai propri cari, o agli amici, come simbolo di buon auspicio.

Un dolce di duemila anni fa…

Le fonti a nostra disposizione raccontano che l’imperatore romano Aureliano istituì, ogni 25 dicembre, periodo del solstizio d’inverno, la festa del Dies natalis solis invicti per celebrare la rinascita del nuovo sole. Uno dei simboli culinari della festa era appunto una pagnotta dolce, preparata con farina, frutta secca, miele e cedro candito, che veniva preparato e donato come simbolo di buona sorte. La forma tondeggiante e il colore giallo richiamava infatti il disco del sole

Tracce della ricetta originale del Pangiallo si trovano nel De re coquinaria di Apicio, cuoco della Roma antica paragonabile ai nostri chef. Nel ricettario si legge: “mescola nel miele pepato del vino puro, uva passita e ruta. Unisci poi a questi ingredienti pinoli, noci e farina d’orzo”.

Si sa invece che, nel corso dei secoli, e soprattutto in periodi di carestia o povertà, per non venire meno alla tradizione, le contadine del Lazio sostituivano la costosa frutta secca con i noccioli della frutta, fatti opportunamente essiccare. Questo era anche un modo per risalire al ceto sociale di chi aveva preparato il pangiallo.

Il segreto del colore giallo e le varianti

La caratteristica fondamentale del Pangiallo è appunto il colore dello strato superficiale, che richiama quello del sole. Per ottenerlo, ci sono versioni e varianti differenti. Alcuni sostengono che basta aggiungere spezie colorate all’impasto. Queste, a contatto con il colore del forno, conferirebbero al dolce il tipico colore ambrato.

Altri ancora, per assicurarsi il colore giallo, aggiungono dello zafferano, mentre un’altra corrente di pensiero sostengono che per un giallo più intenso occorra ricoprire il dolce con una pastella a base di rosso d’uovo, prima della cottura.

Di sicuro, nel corso dei secoli si sono sviluppate diverse varianti, alcune con il cioccolato, altre con la ricotta. Nel resto del Lazio, per esempio, spicca la versione del Pangiallo Viterbese, che per contaminazione con in Panpepato di origine umbra, inserisce il pepe tra gli ingredienti. Noi, di seguito, vi suggeriamo la versione più golosa con il cioccolato

Pangiallo

Ingredienti

  • 200 gr di mandorle pelate
  • 200 gr di noci
  • 200 gr di nocciole
  • 100 gr di pinoli
  • 100 gr di canditi
  • 300 gr di uva passa
  • 200 gr di farina
  • 200 gr di miele
  • 150 gr di cioccolato fondente
  • Buccia di 1 arancia + buccia di 1 limone grattugiata

Per la glassa

  • 2 cucchiai di farina
  • 1 cucchiai di olio di semi
  • 1 bustina di zafferano
  • Acqua q.b.

In un pentolino mettete a scaldare il miele finché non sarà diventato liquido. Unitevi poi la buccia del limone e dell’arancio grattugiati. Nel frattempo, mettete a bagno l’uva passa per circa 30 minuti. Tritate grossolanamente la frutta secca e unitela ai canditi, all’uva passa scolata e strizzata e al cioccolato fondente tritato a scaglie. Colatevi anche il miele e mescolate. Poi aggiungete a poco a poco anche la farina, mescolando fino a ottenere un impasto compatto e omogeneo. Ricavate poi quattro panetti rotondi e metteteli a riposare per circa 2 ore su una placca da forno. Preparate la glassa mettendo in un pentolino la farina, l’olio e lo zafferano sciolto in un po’ d’acqua. Aggiungete altra acqua fino a ottenere una pastella fluida. Spennellate i panetti in superficie con la pastella ottenuta. Infornate a 180°C per circa 40 minuti, fino a quando si sarà formata una crosticina. Sfornate, lasciate raffreddare e servite.




I muretti a secco sono Patrimonio dell’Umanità UNESCO

Da secoli, persino da millenni, fanno parte del nostro paesaggio, al punto da passare inosservati a chi è abituato alla loro presenza. Sono i muretti a secco, diffusi in tutta Italia, soprattutto lungo la costa e sulle isole, con la maggiore concentrazioni in Liguria, nella Costiera Amalfitana, a Pantelleria, in Puglia nel Salento e nella Valle d’Itria.

Ora l’UNESCO ne ha riconosciuto ufficialmente il valore storico e paesaggistico dichiarando “L’Arte del muretto a secco”, cioè la tecnica di erigere strutture di pietra ammassando i pezzi gli uni sugli altri, senza alcun altro elemento, se non la terra a secco, “Patrimonio Immateriale dell’Umanità”.

La decisione è stata approvata all’unanimità dai 24 stati membri del Comitato, riuniti a Port Louis. È la seconda volta, dopo la pratica tradizionale della coltivazione della vita ad alberello di Pantelleria, che il prestigioso riconoscimento è stato conferito a una pratica agricola e rurale.

La notizia è stata data con un post sul profilo Twitter dell’organizzazione, che si congratula con gli otto Paesi europei che hanno presentato la candidatura: oltre all’Italia, Croazia, Cipro, Francia, Grecia, Slovenia, Spagna e Svizzera.

La motivazione del riconoscimento

“L’arte del dry stone walling riguarda tutte le conoscenze collegate alla costruzione di strutture di pietra ammassando le pietre una sull’altra, non usando alcun altro elemento tranne, a volte, terra a secco. Si tratta di uno dei primi esempi di manifattura umana ed è presente a vario titolo in quasi tutte le regioni italiane, sia per fini abitativi che per scopi collegati all’agricoltura, in particolare per i terrazzamenti necessari alle coltivazioni in zone particolarmente scoscese”, si legge nella motivazione dell’UNESCO.

“Le strutture a secco sono sempre fatte in perfetta armonia con l’ambiente e la tecnica esemplifica una relazione armoniosa fra l’uomo e la natura. La pratica viene trasmessa principalmente attraverso l’applicazione pratica adattata alle particolari condizioni di ogni luogo” in cui viene utilizzata, spiega ancora l’Unesco. I muri a secco, sottolinea l’organizzazione, “svolgono un ruolo vitale nella prevenzione delle slavine, delle alluvioni, delle valanghe, nel combattere l’erosione e la desertificazione delle terre, migliorando la biodiversità e creando le migliori condizioni microclimatiche per l’agricoltura”.

Soddisfatta la Coldiretti, che ha commentato: “Questi manufatti, diffusi per la maggior parte delle aree rurali e su terreni scoscesi, hanno modellato numerosi paesaggi, influenzando modalità di agricoltura e allevamento, con radici che affondano nelle prime comunità umane della preistoria. I muretti a secco svolgono un ruolo fondamentale nella prevenzione delle frane, delle inondazioni e delle valanghe e nella lotta all’erosione e alla desertificazione della terra, aumentando la biodiversità e creando condizioni microclimatiche adeguate per l’agricoltura in un rapporto armonioso tra uomo e natura”.




“Valuta l’aria” e dona un albero alle Dolomiti

Si chiama “Valuta l’aria” ed è un progetto realizzato da ERVET nell’ambito del progetto Life Repair finanziato dalla Commissione Europea attraverso il programma Life che consente, attraverso la compilazione di un questionario sulla qualità dell’aria, di contribuire all’acquisto e alla donazione di 250 alberi, che saranno piantati in una delle aree del Nord Italia, in particolare delle Dolomiti, colpite dalla recente ondata di maltempo.

Il questionario è rivolto ai cittadini del Bacino Padano e destinato ai residenti delle sette regioni di quest’area: Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia.

Collegandosi al sito https://valutalaria.lifeprepair.eu/ o alla pagina Facebook dedicata all’iniziativa https://www.facebook.com/valutalaria/ si accede al questionario, completamente anonimo, composto da 20 domande e suddiviso in quattro parti, una introduttiva, più generale, dedicata all’aria e ai cittadini, la seconda, invece, è finalizzata a rilevare la percezione della qualità dell’arie e delle principali cause dell’inquinamento.

La terza valuta invece le azioni per contrastarlo e l’ultima rileva, sempre in maniera anonima, il profilo dell’intervistato (fascia di età, sesso, regione di residenza, istruzione). I risultati dell’indagine saranno resi noti nei primi mesi del 2019 e saranno presi come riferimento per impostare la campagna informativa sul tema dell’aria nell’intero Bacino Padano.

Per ogni questionario compilato per intero vengono poi assegnati 500 punti, che contribuiscono a finanziare una donazione effettuata da Life Repair per l’acquisto di un albero da piantare nel Nord Italia, in particolare nelle zone delle Dolomiti colpite dal maltempo. I punti possono poi essere incrementati giocando on line al gioco Pianta un albero, che viene proposto alla fine della compilazione del questionario.

Al raggiungimento di 12.500 punti Life Repair effettuerà la donazione per l’acquisto di un albero, per un massimo di 250, da piantare nelle aree forestali comunali o private fortemente danneggiate.

Bastano quindi 15/20 persone per raggiungere i punti necessari all’acquisto di un albero e per la sua cura e manutenzione per sempre. Da parte sua, invece, ogni nuovo albero piantato contribuirà a catturare CO2 e Pm10 e ad aumentare la biodiversità delle specie autoctone.

Un modo facile e divertente per contribuire a migliorare la qualità dell’aria e a riportare a nuova vita i boschi del nostro paese. Noi lo abbiamo fatto. Ora tocca a voi che ci leggete: compilate il questionario, giocate, donate un albero e…passate parola!

INFO

https://valutalaria.lifeprepair.eu/
https://www.facebook.com/valutalaria/

 




Da Fumone ad Anagni, la città dello “schiaffo” (2° giorno)

Dopo aver visitato Fumone e il suo “castello dei misteri”, nella seconda giornata del nostro itinerario ci spostiamo ad Anagni, anch’essa legata indissolubilmente alle vicende terrene di un altro pontefice, quel Bonifacio VII, al secolo Benedetto Caetani (1235-1303), che Dante Alighieri, nel suo Inferno, mise nel girone dei Simoniaci, per il suo sfacciato sostegno alla teocrazia e al nepotismo.

Bonifacio VIII, storia e leggenda dello “schiaffo”

Proprio ad Anagni avvenne l’episodio dello “schiaffo”, atto conclusivo dei dissidi tra Bonifacio e il re di Francia Filippo IV “Il Bello” che vedevano al centro della disputa la supremazia del potere spirituale sul quello temporale. L’8 settembre 1303, il Papa si trovava ad Anagni dove aveva intenzione di emettere la bolla Super Petri Solio con lo scopo di scomunicare il re di Francia. Qualcosa, però, dovette giungere all’orecchio del sovrano d’Oltralpe, perché inviò in Italia il fido Guglielmo di Nogaret, che si alleò con Giacomo “Sciarra” Colonna e insieme marciarono su Anagni.

Con la complicità dei cittadini, entrarono facilmente in città e imprigionarono il Papa nell’episcopio annesso alla Cattedrale, (oggi non più esistente) e lo sottoposero ad angherie e privazioni per costringerlo a ritirate la bolla con la scomunica e, secondo alcune fonti, anche ad abdicare e seguirli a Parigi. In questo senso, lo “schiaffo” viene considerato più un’umiliazione morale, ma si dice che il pontefice venne effettivamente colpito al viso da Sciarra Colonna. Fatto sta che Nogaret e lo stesso Colonna non erano d’accordo sulla sorte da riservare al Pontefice, ed egli, dopo due giorni, venne liberato dagli stessi agnanini, di cui era concittadino. Poté così fare ritorno a Roma.

Passeggiando nella “città dei Papi”: i palazzi

Anagni dista da Fumone circa una ventina di chilometri. La raggiungiamo percorrendo per un tratto la SP24 e deviamo poi sulla SR6 Casilina. Adagiata su una collina che domina la Valle del Sacco, la “città dei Papi” spicca per i suoi tesori artistici, tutti risalenti all’epoca d’oro, dal XII al XIV secolo

Non possiamo che cominciare la nostra visita dal Palazzo dei Papi, o Palazzo di Bonifacio VIII. Costruito nel XIII secolo in stile gotico, appartenni prima a una famiglia di Conti. Interventi successivo abbellirono la facciata con bifore e costruirono un portico con volte a tutto sesto.

Le sale interne sono allestite in maniera sobria e valorizzano gli splendidi affreschi duecenteschi, tra i quali spicca quello che dà il nome alla Sala dei Colombi. Il celebre episodio dello “Schiaffo” o dell’”Oltraggio”, avvenne invece nella Sala delle Scacchiere.

Splendido anche il Palazzo Comunale, costruito nel 1160 su progetto di Jacopo d’Iseo e arricchito successivamente con elementi gotici. Spicca la Sala della Ragione, dove si riunivano i rappresentanti dei cittadini. Da qui, attraverso un porticato, si arriva nella Piazza Comunale, dove in passato si teneva il mercato e dove veniva amministrata la giustizia. È stata invece aggiunta nel XV secolo la bella Loggetta del Banditore, che arricchisce la facciata con i suoi stemmi nobiliari.

Gli edifici religiosi da visitare

Nella meravigliosa Piazza Innocenzo III svetta la Cattedrale di Santa Maria, capolavoro dell’architettura romanico-gotica. Le sue imponenti absidi dominano lo slargo della piazza, mentre la struttura esterna, con la Loggia di Bonifacio Benedicente, aggiunta nel Trecento, viene utilizzata come scenografia “naturale” durante il prestigioso Festival del Teatro Medievale e Rinascimentale.

A pochi metri dalla facciata in stile romanico campano, svetta il campanile, decorato con bifore e trifore, tra i simboli della città. Entriamo quindi all’interno della cattedrale e ammiriamo le volte gotiche, il ciborio romanico e, soprattutto, la Cripta di San Magno, definita “La Cappella Sistina del duecento” per i suoi meravigliosi affreschi del XIII secolo, e di autori rimasto ignoto, che raffigurano passi della Bibbia.

Usciamo dalla chiesa per visitare, poco distante l’Oratorio di San Tommaso Beckett, costruito su un tempio dedicato al culto di Mitra, e il Museo del Tesoro, che conserva un reliquiario di San Tommaso oltre a oggetti religiosi e di culto di vari secoli.

Se avete tempo, valgono una visita anche la Chiesa di Sant’Andrea, che custodisce il trittico del Santo Salvatore del XIII secolo, la chiesa di Santa Balbina e Sant’Agostino, entrambe del Duecento e successivamente rimaneggiate, e la Chiesa di San Pietro in Vineis, con i suoi affreschi di ispirazione francescana, che sorge appena fuori dal centro abitato.

Infine, l’edificio più singolare, e per questo meritevole di una visita, è la Casa Barnekow, che prende il nome del nobile svedese Alberto Barnekow, che nell’Ottocento acquistò questo edificio rinascimentale e lo abbellì con affreschi ed epigrafi mistici ed esoterici.

La cucina ciociara

Naturalmente, non possiamo lasciare Anagni prima di avere assaggiato qualche corposo piatto della cucina ciociara, caratterizzata da una semplicità e genuinità che arriva dalla tradizione contadina. Tra i primi piatti da assaggiare ci sono i fini fini, una sfoglia sottile di farina e uova, le cui origini risalgono al Cinquecento. È una delle ricette più antiche del Lazio meridionale e si accompagna con il “ragù ciociaro” a base di pollo, aglio e prezzemolo e con una spolverata di pecorino, o con un sugo semplice di pomodoro e basilico.

Molto amate e diffuse anche le zuppe, a base di fagioli, ceci, fave, lenticchie, tra cui il pane sott, di cui ieri vi abbiamo svelato la ricetta.  Da provare anche gli strozzapreti, mentre tra i secondi consigliamo le coppiette ciociare, strisce di coscia di suino insaporite con sale e spezie.

Tra i prodotti tipici da gustare e portare a casa a ricordo del viaggio, c’è il prosciutto di Guarcino e i deliziosi formaggi, come la mozzarella di bufala, il pecorino, la marzolina, il conciato e il caciocavallo. Ottimo anche l’Olio di Oliva ciociaro, in attesa della DOP, e il Pane di Veroli IGP, a lievitazione naturale e cotto nel forno a legna.

COME ARRIVARE

In auto: A1 Roma-Napoli, uscire al casello Anagni-Fiuggi. Subito dopo il casello svoltare a destra e prendere la SS155r “Articolana” in direzione di Fiuggi. Dopo circa 3 km svoltare all’incrocio per Anagni centro.

DOVE MANGIARE

*Ristorante Lo Schiaffo, Piazza Bonifacio VIII 5, Anagni, tel 0775/739148, in una suggestiva atmosfera medievale, questo locale con 60 coperti offre una cucina tipica e innovativa al tempo stesso, con piatti della tradizione ciociara, anche rivisitati. Ottima scelta di vini.

*Ristorante del Gallo, Strada Vittorio Emanuele 164, Anagni, tel 392/1406105, www.ristorantedelgallo.it . Il più antico ristorante di Anagni con insegna storica e una tradizione che risale al 1700. Offre piatti della cucina anagnina e ciociara, tra cui il Timballo alla Bonifacio, carbonara, piatti di carne e dolci casalinghi. Pane cotto nel forno a legna e vino prodotto nei poderi locali.

DOVE DORMIRE

*Hotel Città dei Papi***, via Articolana km 300, Anagni, tel 0775/772300, www.cittadeipapi.it A poca distanza dal centro e dal casello dell’autostrada, offre camere luminose, con bagno privato e wi fi gratuito. A disposizione anche un ristorante. Doppia da € 85.

*Hotel Le Rose***, via Articolana km 0,300, Anagni, www.albergolerose.it Albergo con ristorante e bar interno con possibilità di fare colazione a qualsiasi ora, a soli 300 metri dal casello. Camere ampie e luminose. Doppia da € 60, tripla da € 80.

INFO

www.comune.anagni.fr.it

www.ciociariaturismo.it/




Fumone e il suo castello dei misteri (1° giorno)

Non arriva a tremila abitanti, ma Fumone è uno dei borghi medievali più suggestivi e meglio conservati della provincia di Frosinone. Deve la sua fama al suo castello, noto per essere stato il luogo di prigionia di papa Celestino V, citato anche nell’Inferno di Dante, nel girone degli Ignavi, definendolo con i celebri versi “colui che per viltade fece il gran rifiuto”.

È proprio qui, nel cuore della Ciociaria, che vi portiamo questa settimana per il nostro appuntamento di Weekend con gusto. Un angolo d’Italia che è un vero e proprio gioiello, grazie alla sua storia, ma anche alla perizia con cui, nei secoli, sono stati conservati i monumenti, le stradine, consentendoci di ammirare, ancora oggi, scorci suggestivi, respirando atmosfere d’altri tempi.

È incamminandoci tra le stradine di ciottoli, divertendoci a esplorare i vicoli, che scorgiamo all’improvviso scorci panoramici, tra cui spiccano l’interessante Collegiata di Santa Maria Assunta e la Chiesa di San Gaugerico, in stile gotico.

Fantasmi e leggende della rocca

Il passato e il presente di Fumone ruota tutto attorno al suo castello. La Rocca Longhi De Paolis, eretta tra il IX e il X secolo, sorge al centro della cinta muraria che delimita il borgo e sul suo conto circolano leggende e misteri.

Come vi abbiamo già raccontato, tra le sue mura venne imprigionato Celestino V, 192° Papa della Chiesa cattolica, dopo la sua rinuncia al soglio pontificio. Fu rinchiuso in una piccola cella, dove era costretto a dormire sulla nuda pietra, senza il conforto di un giaciglio, fino alla sua morte, avvenuta il 19 maggio del 1296. E proprio qui, nelle ultime ore di vita del Papa, poi diventato santo, che si sarebbe verificato il miracolo della comparsa di una croce splendente, che gli fu di conforto fino al trapasso. Tra le diverse reliquie conservate nel castello ci sarebbe anche un pezzo del cuore di Celestino.

All’ingresso del piano nobile del castello, si trova poi il Pozzo delle Vergini a cui è legata un’altra leggenda. In epoca medievale, ai signori di Fumone spettava lo jus primae noctis, cioè il diritto di giacere con le giovani spose la prima notte di nozze. Tuttavia, se le fanciulle non risultavano vergini, venivano giudicate peccatrici e gettate a morire nel pozzo. E proprio da lì, secondo la leggenda, arriverebbero ancora oggi le voci delle sventurate.

Infine, tra le mura del castello e nel pozzo si sentirebbe anche la voce del marchesino Francesco Longhi Caetani, unico figlio maschio di una nobile famiglia composta da altre sette figlie femmine. Proprio le sorelle, temendo di non ricevere nulla in eredità, essendo femmine, avvelenarono il fratellino. La madre, impazzita di dolore, lo fece imbalsamare, prendendosene cura fino alla sua morte. Noi, però, tra un brivido e un sorriso, non ci lasciamo intimorire ed entriamo nel castello!

Visitiamo il castello

Il castello sorge in posizione strategica, con una vista straordinaria su valli, città, strade, soprattutto sulla via Latina che collegava Roma a Napoli. Non solo la rocca era provvista di un sistema difensivo autonomo, ma fungeva da avamposto di guardia anche per i paesi vicini, come Rocca di Cave, Castel San Pietro, Paliano, Lariano, Serrone e Castro dei Volsci. Alla vista dei nemici, infatti, da un’alta torre, oggi scomparsa, veniva elevata una colonna di fumo, la cui visione arrivava fino a Roma.

A differenza di altri manieri, che sono passati, nei secoli, sotto molte mani, il castello di Fumone è stato di proprietà pontificia dalla sua fondazione, nel X secolo, fino al 1584, quando venne venduto ai marchesi Longhi de Paolis, che ancora oggi lo custodiscono e lo conservano.

La visita al castello dura circa 40 minuti, durante i quali visitiamo le sale del Piano Nobile, con il Pozzo delle Vergini all’ingresso, il Santuario di Celestino V e la Galleria d’arte contemporanea. Tuttavia, la vera sorpresa è il sorprendente Giardino Pensile, conosciuto anche come “la terrazza della Ciociaria”. Situato a 800 mslm vanta il primato di più alto d’Europa. E, ci dicono, quando ancora l’atmosfera non era così densa di smog, lo sguardo spaziava da qui a tutta la provincia di Frosinone e, nelle giornate più limpide, arrivava a Nord fino a lambire la Cupola di San Pietro e, a Sud, la vetta del Vesuvio.

Il castello si può visitare tutti al mattino dalle 10 alle 13 e nel pomeriggio dalle 15 alle 18. La domenica orario continuato dalle 10 alle 18. E, per chi volesse vivere un’esperienza davvero unica, il castello mette a disposizione una foresteria per il pernottamento.

Si conclude qui la prima parte del nostro itinerario. Domani ci sposteremo ad Anagni, luogo del famoso “schiaffo” con protagonista, ancora una volta, un pontefice, Bonifacio VIII, anch’egli poco simpatico a Dante, che lo collocò sempre nel suo Inferno, ma tra i Simoniaci. Vi lasciamo intanto con la ricetta “ciociara” del Pane Sott.

Pane Sott

Ingredienti

  • 10 fette di pane casereccio raffermo
  • 300 gr di cicoria
  • 300 gr di bietole
  • 200 gr di fagioli
  • 200 gr di ceci
  • 200 gr di fave
  • 200 gr di lenticchie
  • 1 carota, 1 cipolla, 1 sedano, 1 pomodoro maturo
  • 1 peperoncino, 1 spicchio di aglio
  • Pecorino grattugiato q.b

Almeno 12 ore prima della preparazione, mettete a bagno in acqua tiepida i fagioli, le lenticchie, le fave e i ceci. Lavate le verdure e tagliatele a listarelle. In una casseruola soffriggete la cipolla tagliata a fettine sottili, il peperoncino e lo spicchio di aglio. Unite poi le verdure tagliate, i legumi, il trito di sedano e carota, il pomodoro e due bicchieri d’acqua. Salate e lasciate cuocere per circa un’ora a recipiente coperto. In una casseruola di coccio disponete uno strato di fette di pane casereccio, ricopritelo con la zuppa e cospargetelo con il pecorino. Proseguite alternando gli strati fino a finire gli ingredienti. Spolverizzate la superficie con il formaggio, fate riposare per 15 minuti e servite.

COME ARRIVARE

In auto: da Nord, autostrada A1 e uscire al casello di Anagni-Fiuggi. Proseguire poi in direzione di Fiuggi. Poco prima di Fiuggi svoltare a destra seguendo le indicazioni per Fumone. Da Sud, A1 con uscita al casello di Frosinone. Appena usciti dall’autostrada svoltare a sinistra in direzione di Alatri, che dista circa 20 km. Da qui, seguire le indicazioni per Fumone, che si raggiunge dopo 6 km.

DOVE MANGIARE

*Taverna del Barone, via del Ponte 5, Fumone (FR), tel 0775/49655, www.latavernadelbarone.it Nel centro storico, offre una suggestiva atmosfera medievale, negli arredi e nelle pietanze caserecce. Vino fatto in casa. Menù fisso a € 20 a persona.

*Il Cavaliere nero, via Vicinale Pié del Monte 13, Fumone, tel 342/7062256. Trattoria tradizionali con piatti tipici della Ciociaria serviti in porzioni abbondanti. Menù fisso a 25 euro a persona.

DOVE DORMIRE

*Il Cerchio di Lullo, via Torricelle 14, Fumone, tel 333/8331997, nel cuore del borgo antico, questa splendida residenza d’epoca dispone di terrazza panoramica, giardino e centro benessere. Doppia da € 75, tripla da € 95, quadrupla da € 115.

*Locanda Il Falco Nero, via Umberto I 64, tel 333/8331997, nel centro di Fumone, dispone di sei camere di diversa tipologia, arredate in stile antico, alcune con vista sul panorama della Valle del Sacco. Prima colazione servita in camera o presso il bar di fronte. Doppia da € 59.

INFO

www.castellodifumone.it

www.comunefumone.gov.it




Presepi, mercatini, antiquariato e città sotterranee. Ecco dove andare nel weekend del 1° e 2 dicembre

Ci siamo! Il mese del Natale è ufficialmente iniziato e si apre con un weekend. Quale occasione migliore, allora, per andare alla scoperta di mercatini, sagre tradizionali, fiere, oppure assaporare i sapori della tradizione. Da Nord a Sud, ecco gli eventi che abbiamo selezionato per voi.

A Ossana (TN), c’è la mostra del 1500 presepi

La nostra redazione lo ha eletto “Borgo più green d’ Italia” tra 9 mila Comuni per gli investimenti “verdi” e la sensibilizzazione ai temi ambientali. E anche questa tradizionale iniziativa natalizia, a Ossana (TN), splendido borgo della Val di Sole, non poteva non rispettare i canoni della sostenibilità.

Domenica 2 dicembre, inaugura ufficialmente la mostra dei 1500 presepi. Il borgo, infatti, è famoso per le sue rappresentazioni della Natività, che sono quattro volte il numero della popolazione residente. La novità di quest’anno è l’arrivo di 100 presepi dal Venezuela. Il Comune ha infatti organizzato una vera e propria “spedizione” per salvarli dai tumulti che stanno devastando lo Stato sudamericano.

I presepi saranno esposti tra le vie più suggestive del borgo e nel Castello di San Michele e si potranno visitare attraverso un percorso guidato gratuito. Nella piazza centrale del paese e alla fine, nei pressi del Castello, ci saranno poi due Mercatini di Natale con 24 casette in legno con prodotti esclusivamente di artigianato locale ed eccellenze enogastronomiche trentine.

Ulteriore novità dell’edizione 2018 sarà l’Elfoslitta in legno che attende i visitatori presso la Casa di Babbo Natale. Ogni weekend, poi, sono in programma concerti con musiche natalizie e rappresentazioni teatrali.

INFO: www.valdisole.net/it/Ossana-Il-Borgo-dei-Presepi/

Milano, i Giardini Montanelli si trasformano nel Villaggio delle Meraviglie

Inaugura sabato 1° dicembre, presso i Giardini Indro Montanelli di via Palestro, a Milano, l’atteso Villaggio delle Meraviglie con tante novità in questa sua 12° edizione. Prima di tutto sarà presente una pista di pattinaggio su ghiaccio di oltre mille metri quadrati. Torna anche la Casa di Babbo Natale, ma in una versione più digitale, tecnologica e interattiva.

I visitatori potranno poi passeggiare tra le attrazioni, lasciandosi incantare dal Magico circo degli Elfi, dalle Slitte di Babbo Natale, dalle Pazze Slitte Volanti, visitare il Regno di Ghiaccio, giocare alla Pesca al Pinguino, oppure immergersi in un fantastico Viaggio al Polo Nord o cimentarsi nella Scalata di Ghiaccio.

Non mancheranno nemmeno le bancarelle dei mercatini natalizi e i chioschi di dolciumi e street food. Nel villaggio si potrà poi incontrare e ballare con gli elfi, truccarsi con il Truccabimbi a tema natalizio, partecipare a giochi, musica e laboratori. All’inaugurazione della pista di pattinaggio su ghiaccio sarà presente la campionessa olimpica Alice Velati, mentre Ambra Orfei, artista circense, condurrà alcuni degli “Incontri sotto l’Albero”.

L’ingresso al villaggio è gratuiti, mentre per le attrazioni il biglietto va da 3 a 5 euro; pista di pattinaggio 6 euro fino a 10 anni, adulti 8 euro.

INFO: www.villaggiodellemeraviglie.com

7-8 Novecento, a Modena il Gran Mercato dell’Antico

Dal 30 novembre al 2 dicembre, torna nei padiglioni di Modena Fiere (in viale Virgilio), la 32° edizione di 7-8 Novecento, il Gran Mercato dell’Antico che ogni anni richiama migliaia di visitatori, appassionati ed estimatore degli oggetti del passato da tutta Italia.

La manifestazione si estende su 15 mila mq e vede la partecipazione di circa 200 antiquati italiani e stranieri,c he esporranno sontuosi mobili vittoriani, statue antiche, troumeau settecenteschi, gioielli d’altri tempi, ma anche oggetti di modernariato e Pop. In particolare, arredi che vanno dagli anni Sessanta agli anni Ottanta, ma anche oggetti in stile shabby chic, uno stile che propone mobili antichi, o fintamente antichi, ridipinti di chiaro e “rovinati” con segni di usura che conferiscono all’arredamento un’aria romanticamente trasandata.

Negli stand si possono trovare anche abiti firmati, accessori, capi di abbigliamento sartoriali di pregio, rigorosamente vintage, dagli anni Venti agli anni Ottanta.

In contemporanea alla fiera si potrà visitare la mostra dedicata a quella che Giuseppe Verdi definiva “la sua opera più bella”, il Rigoletto. L’esposizione racconta attraverso gli spartiti d’epoca, i costumi di scena, le locandine, i programmi di sala, e oltre 200 cimeli, la storia dell’opera, dalla prima al teatro La Fenice di Venezia nel 1851 a oggi. Un focus è dedicato ai grandi interpreti dell’opera verdiana, da Enrico Caruso a Maria Callas, da Titta Ruffo a Beniamino Gigli, da Mario del Monaco a Luciano Pavarotti e Placido Domingo.

INFO: www.7-8novecento.it

A Siena per il Mercato del Campo

Un intero weekend per rivivere le atmosfere dello storico “Mercano grande” che si svolgeva una volta alla settimana nella Siena del XIII secolo, con l’esposizione dei prodotti tipici dell’agricoltura, nella manifattura e dell’artigianato.

Il 1° e 2 dicembre in Piazza del Campo di Siena torna il “Mercato del Campo” con più di centocinquanta banchi allestiti nella suggestiva “conchiglia”, che esporranno i migliori prodotti dell’enograstronomia e dell’artigianato, il tutto in una suggestiva atmosfera medievale. Nei due giorni del mercato, poi, è in programma un nutrito calendario di eventi collaterali, tra laboratori del gusto, show cooking, attività per bambini, musica, teatro e incontri letterari e culturali.

INFO: www.terredisiena.it

Alla scoperta di Roma sotterranea

Un evento unico e un’occasione imperdibile per tutti coloro che amano l’archeologia, per i curiosi e per chi vuole addentrarsi in un luogo inedito e misterioso. Sabato 1° dicembre, alle 16.45, grazie a un’apertura straordinaria si potrà andare alla scoperta dell’Auditorium di Mecenate, uno dei luoghi segreti della Roma sotterranea.

La visita guidata sarà un vero e proprio “salto” nel tempo, per scoprire come poteva essere al suo interno una delle dimore più prestigiose della storia, proprietà del ricco e potente Mecenate, uomo di fiducia dell’imperatore Augusto, dotato di straordinaria intelligenza e cultura, promotore delle arti e delle lettere, al punto da diventare proverbiale.

L’appuntamento per la visita è in Largo Leopardi, all’incrocio con via Merulana, all’ingresso dell’area archeologica. La quota di partecipazione è di 8 euro a persona per la visita guidata, più il biglietto di ingresso: 5 euro intero e 4 euro ridotto. Gratis per gli under 18. Prenotazione obbligatoria.

INFO: tel 346/5920077, info@lasinodoro, www.lasinodoro.it

A Polignano a Mare (BA) c’è un Meraviglioso Natale

Se in estate Polignano a Mare si è attestata come una delle mete più gettonate dai turisti, in inverno non intende essere da meno. Fino al 6 gennaio, infatti, il centro storico della cittadina in provincia di Bari che ha dato i natali a Domenico Modugno si accende con le luci del Meraviglioso Natale e regala ai visitatori una magica atmosfera natalizia tra mercatini, luminarie al led, un fitto calendario di appuntamenti e l’Albero di Natale più alto di tutta la Puglia (ben 18 metri!).

Passeggiando tra le bancarelle del mercatino nel borgo antico, si potrà godere del profumo della pasticceria natalizia e dei prodotti tipici pugliesi. Nei fine settimana e nei giorni festivi, poi, si potranno acquistare addobbi e regali natalizi unici ed esclusivi. I più piccoli, poi, potranno incontrare Babbo Natale e i suoi elfi, ascoltare le fiabe in spazi dedicati, consegnare la letterina e cimentarsi con gli istruttori sui pattini nella grande pista ghiacciata.

Non mancheranno nemmeno concerti, eventi culturali, rappresentazioni natalizie e mostre di presepi. I trenini e l’Ecometrò, poi, propongono escursioni e gite nel territorio.

INFO: www.comune.polignanoamare.ba.ir