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Etiopia sconosciuta: i castelli e gli obelischi dell’impero (1°parte)

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Di Paolo Pobbiati

Quando si parla di Etiopia, il pensiero di molti va al periodo in cui questo paese è stato parte dell’impero italiano. In realtà si tratta di un paese con una storia straordinariamente ricca e unica, con una cultura fortemente connotata dalle sue radici religiose: fu infatti cristianizzata nel V secolo – molto prima di gran parte dell’Europa – da monaci sfuggiti dalla repressione delle dottrine dichiarate eretiche in quei decenni, ma ancora prima aveva intrecciato la sua storia con quella dell’ebraismo.

La dinastia dei negus negesti, gli imperatori di Etiopia, rivendica la discendenza da Menelik I, figlio di re Salomone e della Regina di Saba. Questi, secondo il Kebre Negesti, il Libro dei Re, venne da Gerusalemme portando con sé i rappresentanti delle 12 Tribù di Israele, i cui discendenti, i felasha o ebrei neri, vissero nel paese sino agli anni ’80 del XX secolo, quando furono organizzati avventurosi ponti aerei per trasferirli in Israele.

La linea di discendenza arriva sino all’ultimo monarca, Haillé Selassié, ucciso dopo il colpo di stato di Hailé Mariam Menghistu nel 1975. Menelik avrebbe portato anche una reliquia centrale nel rapporto degli Ebrei con Dio: l’Arca dell’Alleanza, quel tabernacolo che per ordine divino Mosé costruì per contenere le Tavole della Legge e a cui da sempre vengono attribuiti poteri straordinari, che in effetti scompare dalla narrazione biblica appena dopo il periodo in cui visse Salomone, e che secondo la tradizione, oggi si troverebbe ancora qui in Etiopia.

Come accennavo prima, un paese unico, e molto diverso da ciò che comunemente si pensa si possa trovare in Africa. Il viaggio nelle zone dell’altopiano nel nord del paese ci consentirà di ammirare le vestigia di questa originalissima genesi storica.

Addis Abeba, la capitale

Il nostro giro comincia dalla capitale. È una città relativamente giovane – sino alla seconda metà del XIX secolo era solo un villaggio di capanne – ma che negli ultimi decenni si è sviluppata e trasformata in maniera radicale, andando ad assomigliare a molte altre megalopoli africane. Molto estesa e caratterizzata da grattacieli e quartieri per ricchi alternati a slum poverissimi, ha conservato poco dell’eredità italiana, molto meno che altri centri, a parte qualche edificio e il nome del quartiere centrale: Piazza.

Oggi è terra di conquista per investitori, soprattutto cinesi, che la stanno radicalmente trasformando e rappresenta meglio di altri posti il simbolo di un paese che sta cercando faticosamente la sua via per la modernità. Pochi i luoghi in città la cui visita non andrebbe persa: tra questi il Museo Nazionale, che oltre a una serie di reperti, alcuni davvero meravigliosi, che documentano le differenti fasi storiche del paese, conserva lo scheletro di Lucy, l’esemplare di australopitecus hafarensis che è stato a lungo considerato la testimonianza più antica di un nostro antenato diretto.

Vale la pena soffermarsi anche qualche minuto davanti al monumento delle vittime delle rappresaglie italiane seguite al fallito attentato nei confronti dell’allora viceré, il maresciallo Graziani, nel febbraio del 1937. Furono brutalmente e barbaramente trucidate da 2 a 4mila persone a seconda delle fonti: attivisti per l’indipendenza, ma anche uomini e donne scelti a caso, fermati per strada o stanati nelle loro abitazioni, in una scellerata “caccia al negro”, e la quasi totalità dei monaci del monastero di Debre Libanos, considerato uno dei centri della resistenza etiopica. Come già aveva dimostrato l’uso di iprite e di altri gas asfissianti durante la conquista, noi italiani non fummo “brava gente”, i colonizzatori buoni, come l’immagine passata da una certa retorica ha cercato di tramandare.

Il lago Tana e le cateratte del Nilo Azzurro

È uno dei più grandi bacini d’acqua dell’Africa Orientale. Conviene fare tappa a Bahar Dar, l’unico centro di una certa rilevanza sulle sue coste, dove si può contare su spartane ma confortevoli strutture alberghiere e turistiche. Anche qui non c’è molto da visitare in città, a parte un pittoresco mercato, ma rappresenta una base ideale per delle escursioni in barca sul lago, sulle cui sponde vi sono diverse chiesette molto interessanti, sia per l’originalità delle pitture con cui sono decorate sia per i reperti storici, manoscritti o altri oggetti sacri o che sono appartenuti ad antichi sovrani, che possono essere visti in piccoli musei o dando una mancia al guardiano.

La destinazione principale è quella dell’isola di Dek, con una delle chiese più splendide e meglio conservate, Narga Selassié, fatta costruire dalla itegué Mentewab, di cui vi parlerò più avanti. La struttura è tipica delle chiese etiopi: si tratta di una costruzione circolare con un tetto a cono – che riprende la struttura dei tukul, le tipiche abitazioni locali – circondata da un muro di cinta con tredici torri, che simbolicamente rappresentano Gesù con gli apostoli.

All’interno una struttura di forma cubica, riccamente decorata con pitture rappresentanti episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento, all’interno del quale si trova il Tabot, il simulacro dell’Arca dell’Alleanza, il cui ingresso è riservato unicamente ai sacerdoti.

Dal lago Tana passa anche il percorso del Nilo Azzurro, le cui sorgenti si trovano a qualche decina di chilometri a sud del lago. Un’altra escursione che vale sicuramente la pena di fare da Bahar Dar è quella a Tis Isay, il Salto del Nilo, la prima delle sue cateratte. Poco rimane del maestoso fronte di oltre 400 metri che impressionò i primi europei che le videro – alcuni gesuiti nel XVII secolo e l’esploratore scozzese James Bruce che oltre a eseguire dettagliati rilievi cartografici, ne fece una eccellente descrizione circa un secolo dopo.

Ma questo salto di oltre 80 metri resta impressionante e il colpo d’occhio dalla collina prospiciente alla cascata è comunque impressionante. Se ci andate ricordate di portare abiti che vi riparino dall’acqua e scarpe adatte a un terreno particolarmente scivoloso. Ma siccome è probabile che vi avvierete sulla strada del ritorno completamente bagnati e sporchi di fango, soprattutto se ci andrete d’estate, portatevi anche dei vestiti di ricambio.

Gondar e le vestigia imperiali

Fu la capitale dell’impero per quasi un secolo e mezzo, tra il 1636 e il 1771. L’imperatore Fasilladas decise che l’impero aveva bisogno di una capitale stabile e scelse questa località, centrale, all’incrocio fra importanti vie commerciali e protetta dalle colline circostanti. Si fece costruire utilizzando architetti portoghesi e indiani un palazzo fortificato, un vero e proprio castello. “Si imponeva alla vista un corpo massiccio di forma cubica sovrastata da una merlatura, che si sviluppava in due piani. Il piano più alto mostrava una lunga balconata in legno che collegava tre ampi finestroni a ogiva, che più che a una struttura difensiva faceva pensare a un palazzo di rappresentanza.

Agli angoli del palazzo vi erano quattro torri circolari sovrastate da una cupola e sopra il lato destro si ergeva un mastio quadrangolare, anch’esso merlato, collegato a uno dei torrioni della recinzione da un camminamento”. Ne furono edificati altri dai suoi successori, in una gara di crescente magnificenza. Si possono ammirare, anche se molti sono oramai in rovina, nel compound imperiale nel centro di questa piacevole cittadina, avendo l’impressione di essere in Scozia o in Bretagna piuttosto che in Africa. Il centro di Gondar invece conserva ancora le tracce della presenza italiana, con palazzi che la fanno assomigliare a un borgo degli anni ’30 delle nostre parti. Non manca nemmeno il Bar Ethiopia, graziosamente arredato all’italiana. Oltre ai castelli ci sono altri luoghi da non perdere. La Piscina di Fasilladas è un laghetto artificiale con al centro una piccola chiesa, inserito in un piacevolissimo giardino di alberi centenari.

Qui, in occasione della festa del Timkat, il giorno dell’Epifania, migliaia di persone si gettano in acqua per celebrare il battesimo di Cristo. E poi c’è quell’autentico gioiello rappresentato dalla piccola chiesa di Debre Berhan Selassié, la Chiesa della Santissima Trinità. La piccola costruzione a forma di parallelepipedo è la ricostruzione dei primi anni del ‘900 della chiesa originale distrutta da un incendio.

La sua particolarità è data dalle pitture che rivestono completamente il suo interno. Entrando dalla posta principale ci si trova di fronte una curiosa rappresentazione della Trinità cristiana, nella quale Padre, Figlio e Spirito Santo sono dipinti come tre uomini anziani barbuti assolutamente identici, secondo la concezione della Chiesa Tewahedo Etiopica che considera Cristo nato due volte grazie allo Spirito Santo, e pertanto la loro rappresentazione divina coincide con quella del Padre.

L’immagine sovrasta un Gesù crocifisso il cui sangue cola nella bocca assetata del teschio di Adamo. Sulle pareti scene della vita di Cristo e dei santi etiopici. Ma vi consiglio di entrare nella chiesa guardando all’insù, per incrociare subito lo sguardo di decine di angioletti che dai cassettoni del soffitto guardano verso il basso.

A qualche chilometro dal centro c’è il palazzo di Qusquam anzi le sue rovine, visto che dopo le devastanti incursioni dei dervisci sudanesi nell’800, i bombardamenti inglesi sulla locale guarnigione italiana durante la II guerra mondiale hanno fatto il resto. Rimane un luogo molto suggestivo, oltre per ciò che rimane del palazzo e per la sua posizione anche per la straordinaria storia di chi ci abitò: l’itegué Mentewab. Itegué significa “regina consorte”.

In una linea rigidamente patrilineare come quella dei negus, questa donna dotata di una spiccata personalità e di un intuito non comune dimostrò tutto il suo talento nel gestire le dinamiche di corte e con sorprendente abilità riuscì a mantenere il controllo dell’impero per circa tre decenni. Bellissima – questo significa il suo nome – fu moglie del negus Bakaffa, e alla morte di lui fece in modo di far nominare imperatore il figlio Yasu, ancora bambino, di cui però riuscì ad avere la tutela. Anni dopo, alla morte di Yasu, impose come successore il nipote Yohannes, e anche in questo caso, con un abile colpo di mano per sbarazzarsi della nuora, ne ottenne la tutela.

Donna colta, intelligente e molto determinata, accompagnò la fase finale di questo impero, avviato alla dissoluzione sotto le spinte di conflitti etnici, politici e religiosi, senza poterla impedire. Fu emarginata dalla vita politica nei suoi ultimi anni da ras Mikael Sehul, un comandante militare del Tigray, una regione nel nord dell’Etiopia, che proprio lei aveva chiamato a Gondar per difendere il trono. Visse i suoi ultimi anni qui a Qusqwam e le sue ossa riposano qui, esposte (!) nel piccolo museo annesso al palazzo.

Axum, alla ricerca dell’Arca dell’Alleanza

In una rete stradale non certo ottimale vale la pena di effettuare il trasferimento da Gondar ad Axum via terra per poter godere della straordinaria serie di panorami offerti dai monti Simien. Qui siamo in un mondo molto più affine al nostro immaginario sull’Africa. Ricco di corsi d’acqua che si riversano nel fiume Tekeze è un territorio ideale per gli appassionati di trekking, così da poter raggiungere villaggi montani isolati dove il tempo sembra essersi fermato. Si possono avvistare animali come i babbuini gelada o gli stambecchi, e con un po’ di fortuna qualche lupo abissino.

Nella parte più settentrionale del paese c’è Axum, che fu la prima capitale dell’impero a partire dal IV secolo AC per millequattrocento anni, oggi un tranquillo villaggione polveroso. Rimangono poche vestigia di quel mitico impero, concentrate per lo più nel Parco delle Steli, dove si possono ammirare i monumenti funerari in pietra dei sovrani che vi regnarono.

Ve ne sono alcune decine, e alcune slanciano ancora verso l’alto le loro forme caratteristiche che rappresentano la stilizzazione di una casa, in uno stile caratteristico che ha influenzato l’architettura etiopica per secoli. La più grande, 33 metri, non fu mai eretta: collassò al suolo spezzandosi in tre tronconi, e lì è rimasta. Poco oltre vi è la stele che per oltre 70 anni è stata a Roma a Porta Capena, trafugata dagli italiani come bottino di guerra e restituita nel 2008 dall’Italia, e che oggi è tornata al suo posto originario.

Di fronte al Parco si trova la cattedrale di Santa Maria di Sion. Pur trattandosi del luogo di culto cristiano più antico, costruito dal primo negus cristiano, Ezana, della costruzione originale, distrutta dalla mitica regina Giuditta, auto investitasi della missione di riportare l’ebraismo come religione nazionale, e seicento anni dopo dai musulmani somali, non rimane praticamente nulla.

Oggi è consiste in due costruzioni, molto diverse fra loro: la prima – ad opera del negus Fasilladas, quello che aveva fondato Gondar, con il suo corredo di splendide immagini sacre dipinte sulle pareti (ma è visitabile solo dagli uomini) – e la moderna chiesa dalla cupola di rame costruita negli anni ‘60 da Haillé Selassié.

Ma il vero tesoro che la rende unica si trova in mezzo, in una piccola e anonima cappella circondata da una altrettanto anonima cancellata che la rende inaccessibile. Questa conterrebbe l’Arca dell’Alleanza, già portata in Etiopia da Menelik I, che dopo essere stata nascosta in varie altre località ha trovato lì la sua collocazione definitiva. Ho scritto “conterrebbe” perché nessuno può verificare ciò che c’è realmente lì dentro. L’unico che potrebbe rispondere a questo interrogativo è il guardiano, il solo ammesso a entrare in presenza di uno degli oggetti più sacri della storia, che paga questo privilegio con il divieto di uscire dal recinto che circonda la cappella se non alla sua morte.

Lalibela e le sue chiese

Quando il diplomatico ed esploratore portoghese Pêro da Covilhã giunse a Lalibela, negli stessi anni in cui Colombo sbarcava in America, scrisse così sul suo diario: “mi pare che non sarei creduto se ne scrivessi ancora… Ma giuro su Dio, nel cui potere io sono, che tutto ciò che ho scritto è la verità”. Quello che vide allora è quello che si apre ancora oggi allo sguardo dei visitatori della città delle chiese scavate nelle montagne.

Nel XII secolo un giovane principe erede al trono imperiale venne stato avvelenato dal fratellastro. Sopravvisse, ma durante il coma ebbe una visione nella quale l’arcangelo Gabriele gli comandò di edificare una città santa e centro di pellegrinaggio in terra d’Etiopia in sostituzione di Gerusalemme che era stata conquistata dal Saladino. Secondo la leggenda era stato avvolto da uno sciame di api, per cui prese il nome di Lalibela, che significa “le api lo riconoscono come re”.

Come rappresentazione dei luoghi santi, una volta salito al trono, fece scavare nella roccia nei pressi della capitale Roha, il cui nome fu cambiato con quello del sovrano stesso, undici chiese, costruite quindi senza muratura e senza legname o malta come segno di purezza. È il complesso di chiese ipogee più grande al mondo. E non si tratta di grotte, ma di veri e propri edifici con tanto di colonne, capitelli e volte al loro interno, finemente decorate.

Lalibela si gira facilmente a piedi, ma ci vorrebbero diversi giorni per esplorare tutti gli anfratti di questo straordinario labirinto in cui ritroviamo luoghi dai nomi familiari, come la Tomba di Adamo, la Casa di Maria o il Golgota. Alcune delle chiese molto probabilmente riprendono la struttura di palazzi scavati in precedenza. Sono divise in due gruppi separate da un torrente, che prende il nome di Giordano, naturalmente. Particolarmente suggestiva è quella dedicata a San Giorgio, a forma di croce greca e scavata direttamente dall’alto.

Se la visita a Lalibela rimane un’esperienza unica in qualsiasi momento dell’anno, diventa davvero speciale durante le festività come il Leddet (Natale) il Timkat (l’Epifania)o la Fasika (Pasqua) che, è bene ricordarlo, vengono celebrate con 13 giorni di ritardo rispetto al calendario gregoriano che utilizziamo noi. Decine di migliaia di pellegrini arrivano da ogni parte del paese accampandosi alla meglio sulle colline circostanti le chiese per poter celebrare queste ricorrenze in questo luogo santo, affollando questo fantastico scenario con la loro devozione.

Una escursione che vale la pena di fare da Lalibela è quella che porta a Yemrehanna Krestos, una chiesa dell’XI secolo costruita all’interno di una grotta sul monte Abuna Yosef seguendo i dettami architettonici axumiti. La chiesa ha la forma di un parallelepipedo e occupa circa un quarto della caverna. I suoi muri alternano strati di pietra bianca ad altri di legno scuro creando uno straordinario effetto di linee orizzontali, interrotte da due ordini di finestre, scolpite con differenti motivi.

Tutto il pavimento della caverna è ricoperto da uno strato di paglia, che rende agevole il cammino a piedi nudi ed emana un gradevole profumo. Accanto alla chiesa c’è la tomba del re Yemrehanna Krestos, che la fece costruire ed è ancora oggi particolarmente venerato. Proseguendo verso il fondo sempre più buio, si arriva a una bassa staccionata al di là della quale si trova un gigantesco ammasso formato dagli scheletri mummificati di migliaia di persone venute nel corso dei secoli in questo luogo sacro a morire.

COME ARRIVARE

Ethiopian Airlines (www.ethiopianairlines.com) collega Addis Abeba con le principali città europee, tra cui Roma, Milano, Parigi, Londra, Bruxelles, Dublino, Francoforte, Madrid, Vienna e Stoccolma. Volano in co-sharing anche le compagnie europee Lufthansa (www.lufthansa.com) e Klm (www.klm.com), e Emirates (www.emirates.com), Turkish Airlines (www.turkishairlines.com) e Egyptair (www.egyptair.com)

DOVE DORMIRE

 *Radisson Blu Hotel Addis Abeba*****, Kazanchis Business District Kirkos Subcity 17/18 Addis Abeba, 1000, Etiopia tel +251 11 515 7600, www.radissonblu.com Doppia da € 185.

*Capital Hotel & Spa*****, 22 Haile Gebre Silase St Addis Ababa ET 1878, Haile Gebre Silase St, Addis Abeba, tel +251 11 667 2100 , https://capitalhotelandspa.com/ . Doppia da € 87.

*Goha Hotel***, Arboghoch Adebabay, 30, Gondar, +251 58 111 06 34, www.gohahotel.com

Doppia da € 80.

*Sabean International Hotel****, Axum, tel +251 34 775 1224, www.sabeaninternational.com-ethiopia.com Doppia da € 76.

DOVE MANGIARE

*Aladdin Restaurant, Zimbabwe St, Addis Abeba, tel +251 11 661 4109, offre piatti della cucina siriana, libanese e mediterranea in ambiente familiare e accogliente.

*Sishu, Alexander Pushkin St, Addis Abeba, tel +251 92 006 1063, ristorante dove poter gustare ottimi hamburger, panini e baguette, in un’atmosfera americana e frizzante.

*The four sisters restaurant, presso “The Soccer Field” dietro alla Biblioteva, Gonder, tel +251 91 873 6510, www.thefoursistersrestaurant.com. Cucina etiope ed africana in ambiente tranquillo ed elegante.

*AB Cultural Restaurant, Ezana Road, Axum, Offre piatti della cucina africana ed etiope in un ambiente tradizionale, con veranda all’ombra degli alberi.

INFO

www.ethiopia.travel/

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