Almeno una volta

Bali, i templi più belli dell’isola degli Dei (2° parte)

Di Manuela Fiorini

La seconda parte del mio viaggio a Bali mi ha portato a visitare i templi più belli e suggestivi dell’isola e ad assistere ad alcune delle cerimonie più toccanti e misteriose. Perché visitare un tempio balinese non è come visitare una chiesa: ognuno è dedicato a una divinità diversa, ha una struttura differente, una fisionomia propria. Insomma, non vi sembrerà mai di assistere a “qualcosa di già visto”. Torno di nuovo a Ubud per visitare la misteriosa Grotta dell’Elefante, uno dei monumenti più strani e misteriosi, che mi ha lasciata davvero senza fiato.

La misteriosa Grotta dell’Elefante

La spettacolare Goa Gaja, la Grotta dell’Elefante, è stata scoperta nel 1922, si pensa che la sua costruzione risalga al XI secolo. Ma andiamo con ordine, perché il tragitto per raggiungerla fa parte dello stupore che ho provato al suo cospetto. Camminando all’interno di quello che sembra un grande parco, si scende una scalinata che conduce a uno spiazzo, una specie di arena nella quale si tengono i combattimenti tra galli in occasione delle feste religiose.

I doccioni della vasca rituale a Goa Gaja

Procedendo oltre arrivo a un’ampia apertura dove si trovano due grandi vasche, in ognuna delle quali spiccano tre doccioni a forma di figure femminile, probabilmente ninfe o divinità fluviali, che gettano acqua nelle fonti sacre. La grotta appare all’improvviso come un volto mostruoso dall’enorme bocca spalancata. Alcuni studiosi sostengono che essa raffiguri il dio Shiva nella sua veste di distruttori, altri che si tratti della strega Rangda, di cui abbiamo già fatto conoscenza.

Bagno rituale

Intorno al viso scolpito nella pietra si trovano fini cesellature della pietra che rappresentano figure che sembrano fuggire nell’intricata vegetazione, animali e onde che conferiscono a questa magnifica opera un affascinante dinamismo. Appena entro all’interno della bocca, di colpo la luce viene meno. Mi sembra letteralmente di essere stata “inghiottita” dal mostro. Decido di non pensarci e di scacciare tutte le paure infantili che raffiorano a tradimento nella mente. Avanzo. Il corridoio è stretto e umido. Su entrambi lati ci sono delle strette nicchie, che servivano da giaciglio per le meditazioni dei monaci. Alla fine del corridoio e c’è una stanza a T.

L’ingresso della Grotta dell’Elefante

A destra, immerso in un’atmosfera senza tempo, il volto calmo del dio Ganesha, dal volto di elefante, osserva un orizzonte indefinito. Dalla parte opposta si trovano tre lingga, raffigurazione stilizzata della trinità indù. Il mistero avvolge ancora l’origine di questo insolito tempio.

L’interno della Grotta dell’Elefante: tempietto con offerte votive

La statua di Ganesha, figlio di Shiva, posizionata all’interno, lo farebbe risalire ad una setta shivaista, mentre gli elementi decorativi. Ora che sono qui, non ho fretta di uscire, non ho più quella paura dell’ignoto che ho provato entrando, ma sono pervasa da un senso di pace quasi mistica, unita al rispetto per questo luogo così unico.

Il Tempio Madre di Pura Besakih

La tappa successiva del mio itinerario di viaggio mi porta nella parte est dell’isola, nel villaggio di Besakih, dove si trova il Tempio Madre di Pura Besakih, il più grande e sacro di Bali. Fondato nel XIV secolo, è stato via via ingrandito fino a raggiungere le ragguardevoli dimensioni attuali. Del complesso, infatti, fanno parte circa 200 tra templi minori e altari. Un alone di sacralità gli deriva poi dalla splendida posizione, alle pendici del vulcano Gunung Agung.

Il vulcano Gunung Agung sembra vegliare sugli abitanti di Bali

Per i balinesi, infatti, i luoghi elevati sono le sedi predilette dalle divinità che, di tanto in tanto, scendono tra gli uomini, soprattutto in occasione delle cerimonie in loro onore. Proprio il vulcano non mi appare più come un semplice elemento della natura, seppure affascinante, quanto un nume tutelare che veglia sugli abitanti e sull’isola. Una divinità piuttosto irascibile, come mi raccontano, e per questo destinataria di offerte e preghiere.

Il tempio di Pura Besakih alle pendici del vulcano

All’epoca della mia visita al Pura Besakih, ho avuto la fortuna di partecipare alla cerimonia dell’odalan, l’anniversario del tempio. Lungo la strada ho visto sfilare uomini, donne e bambini vestiti a festa. Molte donne avanzavano con coloratissime ceste di frutta e fiori sulla testa. Tutte, per l’occasione, indossavano variopinti abiti di broccato, mentre i bambini vestivano di bianco e avevano sulla fronte alcuni chicchi di riso bollito, simbolo dell’abbondanza. Gli uomini, invece, indossavano il tipico copricapo udah a forma di aureola, che serve, secondo la credenza, per racchiudere i pensieri positivi ed elevarli agli dei.

Cerimonia religiosa a Pura Besakih

Tutti, poi, portano in vita una fascia colorata. Prima di accedere al tempio, ne viene donata una anche a me. Serve per separare la parte pura, quella superiore, da quella inferiore, più legata alla terra e a contatto con essa. Visito poi il sancta sanctorum del Tempio Madre, il Pura Panataran Agung, dove spiccano i meru.

I caratteristici meru

Si tratta di grandi torri che simboleggiano il Monte Meru, l’equivalente dell’Olimpo per il pantheon indù. Ricordano un po’ le pagode cinesi e sono costituiti da una base e da una serie di gradini. Più alto è il loro numero (e più alta è la torre) più si è vicini alle divinità.

Ulun Danu, tra le braccia della Dea del lago

A metà del mio viaggio alloggio a Sanur, altro importante centro di attrazione turistica, insieme alla già citata Kuta e a Nusa Dua, sede di un’altra celebre spiaggia molto amata dai surfisti. Meglio stare lontano dalla “pazza folla” e fare rotta verso la parte centrale dell’isola. Passato il villaggio di Bedugul, a meno di un’ora da Bangli, arrivo quindi al lago Bratan.

Il tempi di Ulun Danu si specchia delle acque del lago

Lo specchio d’acqua è nato da un cratere del vulcano Batur, che con i suoi 1717 metri di altezza, regala alla zona un clima più umido e fresco rispetto alla vicina zona collinare. Il lago fa da sfondo a uno dei templi più belli e suggestivi di Bali, Pura Ulun Danu. Entro da un cancello e mi incammino insieme ai miei compagni di viaggio sui sentieri che attraversano un giardino dai fiori multicolori.

Ulun Danu, i giardini del tempio

Qui mi fermo fermiamo per fare la conoscenza di una volpe volante, di fatto un “pipistrellone” grosso come un gatto, ma dal musetto di volpe e le ali così sottili e soffici da sembrare di velluto impalpabile. L’esemplare, sicuramente addomesticato, accetta volentieri alcuni pezzetti di papaya che gli offro e se li gusta rigorosamente…a testa in giù!

Volpi volanti

Arrivo quindi al cospetto del tempio, che sembra letteralmente galleggiare sull’acqua, sostenuto solo da sculture a forma di rana. Al centro svetta un alto meru. È dedicato alla dea del lago, Dewi Danu, che garantisce l’acqua necessaria per l’irrigazione e vigila sui raccolti. Per poche rupie prendo a noleggio una barca con un rematore del luogo per ammirare il tempio da una prospettiva differente.

Barche a Ulun Danu

Comincio così a muovermi sulle placide acque del lago, circondata da coloratissime ninfee. Di tanto in tanto, dalle acque emerge qualche postazione di pesca improvvisata. Tutt’attorno a me, scende una nebbia quasi mistica, che mi cinge in un abbraccio che pare quello della dea.

Uluwatu, il tempio sulla scogliera

Gli ultimi scampoli del mio soggiorno sono dedicati alla scoperta della parte sud dell’isola: la penisola del Bukit, che mi sorprende con le sue scogliere mozzafiato, che si stagliano su un mare verde azzurro, separato dal cielo terso da una linea sottile. L’Oceano Indiano, al di sotto di me, mi offre la visione di alte onde spumeggianti che si infrangono sulle rocce.

Il tempio di Uluwatu si affaccia sulla scogliera della penisola del Bukit

In bilico sul bordo di una scarpata, svetta il tempio di Pura Uluwatu, che si confonde con il paesaggio circostante. I “custodi” del tempio sono delle curiose scimmiette, che mi circondano subito per capire se possono ottenere qualcosa di buono. Entro nel tempio superando il maestoso cancello che spicca per le incisioni a forma di ali. Mi trovo subito nel primo dei tre cortili sacri, al quale possono accedere tutti.

Tramonto a Uluwatu

Nel secondo, il jaba tengah, o cortile “puro”, svetta una statua del dio Ganesha. Mi devo invece accontentare di ammirare da lontano l’al jeroan, il cortile purissimo, a cui può accedere solo chi professa l’induismo. Prima di ripartire, getto un’ultima occhiata all’Oceano, respiro il suo profumo salmastro e mi riempio la mente del suo colore smeraldo.

Tanah Lot, “la terra in mezzo al mare”

Nella seconda parte della giornata, e non a caso, scelgo di raggiungere il tempio di Tanah Lot, forse il più fotografato di Bali perché scenario di pittoreschi tramonti in cui il cielo si screzia di sfumature che abbracciano tutti i colori dello spettro solare, dall’arancione al viola al nero.

Uno degli splendidi tramonti che si possono ammirare presso il tempio di Tana Lot

Lambito dal fragore delle onde dell’Oceano Indiano, staccato dalla terraferma e circondato da una vegetazione rigogliosa, che ricade sulle rocce, Tanah Lot è degno della sua fama. L’esperienza più suggestiva che mi sia capitata è assistere alla cerimonia che vede i sacerdoti vestiti di bianco raggiungere il tempio attraverso una sottile lingua di terra. La caratteristica di Tanah Lot è quella di trasformarsi in una vera e propria isola, irraggiungibile, quando l’alta marea ricopre l’unico collegamento con la terraferma, lasciando il tempio nelle braccia del mare.

Durante l’alta marea, il tempio di Tanah Lot diventa un’isola

Non ho potuto entrare a Tanah Lot, tuttavia, sono rimasti fino al tramonto, per vedere il cielo diventare una tavolozza di un pittore e il tempio assumere un intenso colore nero, che ne nasconde i particolari alla vista.

Vi potrei raccontare tantissime altre cose di Bali, perché in quei quindici giorni trascorsi sull’isola mi sono davvero convinta che in questo luogo del mondo tutti dovrebbero andare, almeno una volta nella vita. Ho visitato lo splendido tempio di Taman Ayun, dichiarato dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità nel 2012, con i suoi rigogliosi giardini e i sui meru di altezze diverse.

I meru del tempio di Taman Ayun

Ho preso una barca a noleggio e ho raggiunto la piccola isola di Serangan, appena 3 km per 1, conosciuta come “Isola delle Tartarughe”, per ammirare questi docili animali e ho atteso sulla spiaggia di Jimbaran l’approdo dei pescatori che tornavano con il pescato della giornata, che viene poi venduto direttamente sulle bancarelle improvvisate di cui è costellata la spiaggia.

Serangan Island, santuario delle tartarughe

Insomma, ho vissuto un’esperienza unica, emozionante, mi sono riempita la mente e il cuore di questi paesaggi, della gentilezza e della semplicità dei balinesi, ho visto come non ci sono “le religioni”, ma semplicemente, tante sfumature di un unico credo e ogni sfumatura è rispettata e celebrata.

Bali in tavola

Prima di lasciarvi, dimenticavo di dirvi che in questa nostra avventura abbiamo ovviamente mangiato! Spesso di fretta, ma sempre cercando di assaporare i piatti tipici del luogo. La cucina balinese è molto variegata, spezie come lo zenzero, il cardamomo e la curcuma abbondano. La base di ogni piatto resta, comunque, il riso. Ovunque potrete gustare il nasi goreng, il tradizionale riso fritto con gamberi, carne e spezie, oppure il bakmi goreng, la variante di pasta fritta.

Nasi goreng

Tra i piatti nazionali ricordiamo anche il gado gado, vegetali leggermente cotti in insalata. I piatti più comuni dell’isola sono, comunque, l’ikan assem manis, il pesce in agrodolce, il kare udang, gamberi al kurry, il babi kecap, maiale cotto in salsa di soia dolce e l’opor ayam, pollo marinato in latte di cocco. Nessun pasto indonesiano, poi, è completo senza il sambal, una salsa piccante di peperoncini rossi.

Gado gado

Il pasto balinese, in genere termina con una ricca offerta di frutta, servita come dessert. Tra le specialità dell’isola vi è il salak, un frutto bruno dal sapore simile alla mela, ma con la buccia che assomiglia alla pelle di serpente; Abbondano anche mandarini, banane, manghi e guava, mentre tra le offerte religiose si può vedere spesso il sawo, dal delicato sapore di pera matura. Infine, nei mercati locali potrete acquistare facilmente il rambutan, dalla singolare buccia pelosa ed il succoso sirsak.

Il frutto del rambutan

Selamat tingall , arrivederci, Bali

Se siete arrivati fin qui, è segno che non vi siete annoiati! Questa è la Bali che ho voluto raccontarvi, la “mia” Bali. La porterò nel cuore con il suo bagaglio di ricordi indelebili: le sue verdi colline, le sue terrazze che fanno crescere il riso, il misterioso senso del sacro che traspare in ogni aspetto della vita quotidiana, le pittoresche danze, le cerimonie, ma anche il saluto delle persone che incontri per strada, la cortesia, la gentilezza di questo popolo, il suo sorriso. Spero di avervi incuriosito e invogliato a visitare questa splendida e mistica isola. Quindi non mi resta che salutarvi, alla balinese, naturalmente: Selamat tingall.

 

La mia TOP TEN dei luoghi da visitare “almeno una volta”
1 – Bali

L’isola indonesiana di cui vi ho raccontato è al numero uno della mia Top Ten. Per il fascino di una cultura così diversa dalla nostra, per la fede e l’armonia che si respira in ogni luogo dell’isola, immersa in una natura mozzafiato.

2 – Arcipelago della Maddalena (Sardegna)

Spiagge, calette e un mare dalle mille sfumature, dall’azzurro al verde. La zona fa parte del Parco Nazionale dell’Arcipelago della Maddalena ed è un santuario dei cetacei, che vengono qui a riprodursi. Non è difficile avvistare balene e delfini. Tra le eccellenze c’è la celebre “spiaggia rosa” di Budelli, ormai ridotta a una striscia sottile. Da vedere prima che scompaia del tutto. Non mancano gli spunti storici, tra cui la casa museo di Garibaldi a Caprera, le tracce dell’Ammiraglio Nelson. Nel cimitero de La Maddalena riposa l’attore Gian Maria Volonté.

3 – Isole Eolie (Messina, Sicilia)

Sette “sorelle” dal carattere diverso che spuntano dal mare. Il cono perfetto di Stromboli, con le sue spiagge nere e la Sciara del Fuoco, la spettacolare colata lavica che dal cratere scivola verso il mare. E poi Vulcano, con i suoi vulcanelli sulla spiaggia e le rocce sulfuree, l’elegante Lipari, con le pietre pomice che galleggiano sulle sue acque cerulee, le selvagge Alicudi e Filicudi e la discreta Salina sono, a mio avviso, meraviglie italiane da visitare almeno una volta.

4 – Costiera Amalfitana (Salerno)

Colori così non si vedono che raramente concentrati in un unico paesaggio. E se l’UNESCO l’ha inclusa nei siti “Patrimonio dell’Umanità” un motivo ci sarà. Case variopinte addossate sulla scogliera a strapiombo su un mare cristallino, profumo di limoni, fiori e macchia mediterranea si associano alla cordialità delle persone. Gli stranieri che la visitano tornano in patria entusiasti. Non diamo per scontate le nostre meraviglie italiane.

5 – Singapore

La mia impressione, visitandola, è stata quella di fare il “giro del mondo” semplicemente passando da un quartiere all’altro. Perché in questa piccola città stato si possono vedere i grattacieli del Financial District come a New York, il quartiere coloniale con i suoi monumenti lucenti, i quartieri cinese, indiano e arabo con gli splendidi templi e le moschee, i suk e i mercati. E c’è persino una foresta in città, Bukit Timah, un’oasi urbana popolata di animali esotici (per noi). I trasporti pubblici sono i migliori del mondo, e il Pil tra i più alti. Il tutto concentrato in una piccola isola.

6 – Cascate del Niagara
(Ontario – Canada e Stato di New York – USA)

Uno degli spettacoli naturali che mi hanno lasciata a bocca aperta, a partire dal rombo che comincia a sentirsi da lontano e che annuncia il “salto”, al confine tra Canada e Stati Uniti. Il gruppo si compone di tre cascate, la celebre Horseshoe, a ferro di cavallo, la più grande e potente, le American Falls, sul versante americano, e le Bridal Veil Falls. Sono le cascate più grandi del mondo per portata d’acqua. Il consiglio è di visitarle a bordo della Maid of the Mist, un’imbarcazione che sfruttando le secche e le correnti vi porta fin sotto l’Horseshoe. E fatevi raccontare dalla guida la leggenda della principessa indiana che si gettò nella cascata per un amore infelice. Vale una visita anche il vicino museo dedicato alle cascate.

7-    Quebec (Canada)

La regione francofona del Canada regala atmosfere mitteleuropee nelle grandi città come nei piccoli paesi, con architetture da vecchia Europa nelle grandi città, come Quebéc City e la Vieux Montreal, ma anche nei piccoli villaggi e cittadine, che sembrano uscite da un romanzo. Ma la vera protagonista è la natura, con strade che tagliano in due infinite foreste di abeti, aceri che in autunno accendono il paesaggio con i loro colori e sfumature, e poi gli immensi laghi, le isole che sembrano nascere dalle acque del fiume San Lorenzo, che in alcuni punti è talmente largo da non riuscire a vedere la riva opposta (e in larghezza batte perfino il Rio delle Amazzoni, considerato il più lungo del mondo).

 

8 – Monument Valley (Stati Uniti)

Al confine tra Utah e Arizona, è uno degli esempi di come la natura possa essere un’artista superiore a qualsiasi sforzo umano. L’occhio si perde alla vista delle gigantesche guglie scolpite dal vento e dai corsi d’acqua, che nei secoli hanno plasmato questo spettacolo unico. Il sole che scivola lungo le loro pareti fa il resto. Uno degli spettacoli naturali da vedere, almeno una volta nella vita. La zona è inclusa nella Navajo Nation Reservation, e con un po’ di delicatezza e fortuna si può parlare con i nativi americani per conoscere la loro cultura e le loro tradizioni.

9 -Parco Nazionale d’Etosha (Namibia, Africa)

Situato nella parte settentrionale della Namibia, è uno dei più estesi e importanti di tutta l’Africa. Ha un’estensione complessiva di 22 mila km quadrati, per lo più costituiti da savana semidesertica. La parte centrale, chiamata Etosha Pan, deriva da una depressione salina ed è completamente priva di vegetazione. Nel parco vivono protetti diversi branchi di elefanti, ma anche leoni, leopardi, bufali e rinoceronti, i cosiddetti “big five”, ma anche l’autoctona impala a muso nero e diverse specie di rettili e uccelli. Qui, a mio avviso, si riesce ancora a percepire l’originario spirito dell’Africa e ad entrare in contatto con la natura e gli animali, incontrandoli nel loro ambiente e non sono negli zoo o sui libri.

10-. Madagascar

Per me, il concetto più vicino a “paradiso terrestre”. Questa isola, la quarta più grande del mondo, sperduta nell’Oceano Indiano, con diverse piccole isole satellite, che valgono una visita, ancor più dell’isola principale, per il loro stato “naturale”. Questo isolamento ha fatto sì che qui si concentrasse il 5% delle specie animali e vegetali del mondo, l’80% delle quali sono endemiche. Rane, lemuri, camaleonti variopinti, farfalle, scimmie e pesci variopinti vi faranno compagnia. Salite a bordo della barca di un pescatore locale e lasciatevi trasportare sulle acque cristalline, mentre lo sguardo si perde all’orizzonte, dove non scorgerete che l’Oceano.

Chi sono

Mi chiamo Manuela Fiorini e sono nata a Modena, solo per caso. Con una mamma nata ad Alessandria D’Egitto, sangue italiano, greco-cipriota e britannico, zii in Australia e Canada, mi considero cittadina del mondo. Sono giornalista freelance e scrittrice. Mi piace viaggiare e raccontare, venire a contatto con culture, tradizioni e paesaggi diversi. Scrivo di turismo, enogastronomia, salute e benessere. Come narratrice ho pubblicato alcuni romanzi e racconti in diverse antologie e riviste. Perché viaggio anche con la fantasia. La mia pagina Facebook è https://www.facebook.com/manuelafioriniauthor/

One Comment

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