Bali, i templi più belli dell’isola degli Dei (2° parte)

Riprendiamo da dove eravamo rimasti il meraviglioso viaggio a Bali!

Di Manuela Fiorini

La seconda parte del mio viaggio a Bali mi ha portato a visitare i templi più belli e suggestivi dell’isola e ad assistere ad alcune delle cerimonie più toccanti e misteriose. Perché visitare un tempio balinese non è come visitare una chiesa: ognuno è dedicato a una divinità diversa, ha una struttura differente, una fisionomia propria. Insomma, non vi sembrerà mai di assistere a “qualcosa di già visto”. Torno di nuovo a Ubud per visitare la misteriosa Grotta dell’Elefante, uno dei monumenti più strani e misteriosi, che mi ha lasciata davvero senza fiato.

La misteriosa Grotta dell’Elefante

La spettacolare Goa Gaja, la Grotta dell’Elefante, è stata scoperta nel 1922, si pensa che la sua costruzione risalga al XI secolo. Ma andiamo con ordine, perché il tragitto per raggiungerla fa parte dello stupore che ho provato al suo cospetto. Camminando all’interno di quello che sembra un grande parco, si scende una scalinata che conduce a uno spiazzo, una specie di arena nella quale si tengono i combattimenti tra galli in occasione delle feste religiose.

I doccioni della vasca rituale a Goa Gaja

Procedendo oltre arrivo a un’ampia apertura dove si trovano due grandi vasche, in ognuna delle quali spiccano tre doccioni a forma di figure femminile, probabilmente ninfe o divinità fluviali, che gettano acqua nelle fonti sacre. La grotta appare all’improvviso come un volto mostruoso dall’enorme bocca spalancata. Alcuni studiosi sostengono che essa raffiguri il dio Shiva nella sua veste di distruttori, altri che si tratti della strega Rangda, di cui abbiamo già fatto conoscenza.

Bagno rituale

Intorno al viso scolpito nella pietra si trovano fini cesellature della pietra che rappresentano figure che sembrano fuggire nell’intricata vegetazione, animali e onde che conferiscono a questa magnifica opera un affascinante dinamismo. Appena entro all’interno della bocca, di colpo la luce viene meno. Mi sembra letteralmente di essere stata “inghiottita” dal mostro. Decido di non pensarci e di scacciare tutte le paure infantili che raffiorano a tradimento nella mente. Avanzo. Il corridoio è stretto e umido. Su entrambi lati ci sono delle strette nicchie, che servivano da giaciglio per le meditazioni dei monaci. Alla fine del corridoio e c’è una stanza a T.

L’ingresso della Grotta dell’Elefante

A destra, immerso in un’atmosfera senza tempo, il volto calmo del dio Ganesha, dal volto di elefante, osserva un orizzonte indefinito. Dalla parte opposta si trovano tre lingga, raffigurazione stilizzata della trinità indù. Il mistero avvolge ancora l’origine di questo insolito tempio.

L’interno della Grotta dell’Elefante: tempietto con offerte votive

La statua di Ganesha, figlio di Shiva, posizionata all’interno, lo farebbe risalire ad una setta shivaista, mentre gli elementi decorativi. Ora che sono qui, non ho fretta di uscire, non ho più quella paura dell’ignoto che ho provato entrando, ma sono pervasa da un senso di pace quasi mistica, unita al rispetto per questo luogo così unico.

Il Tempio Madre di Pura Besakih

La tappa successiva del mio itinerario di viaggio mi porta nella parte est dell’isola, nel villaggio di Besakih, dove si trova il Tempio Madre di Pura Besakih, il più grande e sacro di Bali. Fondato nel XIV secolo, è stato via via ingrandito fino a raggiungere le ragguardevoli dimensioni attuali. Del complesso, infatti, fanno parte circa 200 tra templi minori e altari. Un alone di sacralità gli deriva poi dalla splendida posizione, alle pendici del vulcano Gunung Agung.

Il vulcano Gunung Agung sembra vegliare sugli abitanti di Bali

Per i balinesi, infatti, i luoghi elevati sono le sedi predilette dalle divinità che, di tanto in tanto, scendono tra gli uomini, soprattutto in occasione delle cerimonie in loro onore. Proprio il vulcano non mi appare più come un semplice elemento della natura, seppure affascinante, quanto un nume tutelare che veglia sugli abitanti e sull’isola. Una divinità piuttosto irascibile, come mi raccontano, e per questo destinataria di offerte e preghiere.

Il tempio di Pura Besakih alle pendici del vulcano

All’epoca della mia visita al Pura Besakih, ho avuto la fortuna di partecipare alla cerimonia dell’odalan, l’anniversario del tempio. Lungo la strada ho visto sfilare uomini, donne e bambini vestiti a festa. Molte donne avanzavano con coloratissime ceste di frutta e fiori sulla testa. Tutte, per l’occasione, indossavano variopinti abiti di broccato, mentre i bambini vestivano di bianco e avevano sulla fronte alcuni chicchi di riso bollito, simbolo dell’abbondanza. Gli uomini, invece, indossavano il tipico copricapo udah a forma di aureola, che serve, secondo la credenza, per racchiudere i pensieri positivi ed elevarli agli dei.

Cerimonia religiosa a Pura Besakih

Tutti, poi, portano in vita una fascia colorata. Prima di accedere al tempio, ne viene donata una anche a me. Serve per separare la parte pura, quella superiore, da quella inferiore, più legata alla terra e a contatto con essa. Visito poi il sancta sanctorum del Tempio Madre, il Pura Panataran Agung, dove spiccano i meru.

I caratteristici meru

Si tratta di grandi torri che simboleggiano il Monte Meru, l’equivalente dell’Olimpo per il pantheon indù. Ricordano un po’ le pagode cinesi e sono costituiti da una base e da una serie di gradini. Più alto è il loro numero (e più alta è la torre) più si è vicini alle divinità.

Ulun Danu, tra le braccia della Dea del lago

A metà del mio viaggio alloggio a Sanur, altro importante centro di attrazione turistica, insieme alla già citata Kuta e a Nusa Dua, sede di un’altra celebre spiaggia molto amata dai surfisti. Meglio stare lontano dalla “pazza folla” e fare rotta verso la parte centrale dell’isola. Passato il villaggio di Bedugul, a meno di un’ora da Bangli, arrivo quindi al lago Bratan.

Il tempi di Ulun Danu si specchia delle acque del lago

Lo specchio d’acqua è nato da un cratere del vulcano Batur, che con i suoi 1717 metri di altezza, regala alla zona un clima più umido e fresco rispetto alla vicina zona collinare. Il lago fa da sfondo a uno dei templi più belli e suggestivi di Bali, Pura Ulun Danu. Entro da un cancello e mi incammino insieme ai miei compagni di viaggio sui sentieri che attraversano un giardino dai fiori multicolori.

Ulun Danu, i giardini del tempio

Qui mi fermo fermiamo per fare la conoscenza di una volpe volante, di fatto un “pipistrellone” grosso come un gatto, ma dal musetto di volpe e le ali così sottili e soffici da sembrare di velluto impalpabile. L’esemplare, sicuramente addomesticato, accetta volentieri alcuni pezzetti di papaya che gli offro e se li gusta rigorosamente…a testa in giù!

Volpi volanti

Arrivo quindi al cospetto del tempio, che sembra letteralmente galleggiare sull’acqua, sostenuto solo da sculture a forma di rana. Al centro svetta un alto meru. È dedicato alla dea del lago, Dewi Danu, che garantisce l’acqua necessaria per l’irrigazione e vigila sui raccolti. Per poche rupie prendo a noleggio una barca con un rematore del luogo per ammirare il tempio da una prospettiva differente.

Barche a Ulun Danu

Comincio così a muovermi sulle placide acque del lago, circondata da coloratissime ninfee. Di tanto in tanto, dalle acque emerge qualche postazione di pesca improvvisata. Tutt’attorno a me, scende una nebbia quasi mistica, che mi cinge in un abbraccio che pare quello della dea.

Uluwatu, il tempio sulla scogliera

Gli ultimi scampoli del mio soggiorno sono dedicati alla scoperta della parte sud dell’isola: la penisola del Bukit, che mi sorprende con le sue scogliere mozzafiato, che si stagliano su un mare verde azzurro, separato dal cielo terso da una linea sottile. L’Oceano Indiano, al di sotto di me, mi offre la visione di alte onde spumeggianti che si infrangono sulle rocce.

Il tempio di Uluwatu si affaccia sulla scogliera della penisola del Bukit

In bilico sul bordo di una scarpata, svetta il tempio di Pura Uluwatu, che si confonde con il paesaggio circostante. I “custodi” del tempio sono delle curiose scimmiette, che mi circondano subito per capire se possono ottenere qualcosa di buono. Entro nel tempio superando il maestoso cancello che spicca per le incisioni a forma di ali. Mi trovo subito nel primo dei tre cortili sacri, al quale possono accedere tutti.

Tramonto a Uluwatu

Nel secondo, il jaba tengah, o cortile “puro”, svetta una statua del dio Ganesha. Mi devo invece accontentare di ammirare da lontano l’al jeroan, il cortile purissimo, a cui può accedere solo chi professa l’induismo. Prima di ripartire, getto un’ultima occhiata all’Oceano, respiro il suo profumo salmastro e mi riempio la mente del suo colore smeraldo.

Tanah Lot, “la terra in mezzo al mare”

Nella seconda parte della giornata, e non a caso, scelgo di raggiungere il tempio di Tanah Lot, forse il più fotografato di Bali perché scenario di pittoreschi tramonti in cui il cielo si screzia di sfumature che abbracciano tutti i colori dello spettro solare, dall’arancione al viola al nero.

Uno degli splendidi tramonti che si possono ammirare presso il tempio di Tana Lot

Lambito dal fragore delle onde dell’Oceano Indiano, staccato dalla terraferma e circondato da una vegetazione rigogliosa, che ricade sulle rocce, Tanah Lot è degno della sua fama. L’esperienza più suggestiva che mi sia capitata è assistere alla cerimonia che vede i sacerdoti vestiti di bianco raggiungere il tempio attraverso una sottile lingua di terra. La caratteristica di Tanah Lot è quella di trasformarsi in una vera e propria isola, irraggiungibile, quando l’alta marea ricopre l’unico collegamento con la terraferma, lasciando il tempio nelle braccia del mare.

Durante l’alta marea, il tempio di Tanah Lot diventa un’isola

Non ho potuto entrare a Tanah Lot, tuttavia, sono rimasti fino al tramonto, per vedere il cielo diventare una tavolozza di un pittore e il tempio assumere un intenso colore nero, che ne nasconde i particolari alla vista.

Vi potrei raccontare tantissime altre cose di Bali, perché in quei quindici giorni trascorsi sull’isola mi sono davvero convinta che in questo luogo del mondo tutti dovrebbero andare, almeno una volta nella vita. Ho visitato lo splendido tempio di Taman Ayun, dichiarato dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità nel 2012, con i suoi rigogliosi giardini e i sui meru di altezze diverse.

I meru del tempio di Taman Ayun

Ho preso una barca a noleggio e ho raggiunto la piccola isola di Serangan, appena 3 km per 1, conosciuta come “Isola delle Tartarughe”, per ammirare questi docili animali e ho atteso sulla spiaggia di Jimbaran l’approdo dei pescatori che tornavano con il pescato della giornata, che viene poi venduto direttamente sulle bancarelle improvvisate di cui è costellata la spiaggia.

Serangan Island, santuario delle tartarughe

Insomma, ho vissuto un’esperienza unica, emozionante, mi sono riempita la mente e il cuore di questi paesaggi, della gentilezza e della semplicità dei balinesi, ho visto come non ci sono “le religioni”, ma semplicemente, tante sfumature di un unico credo e ogni sfumatura è rispettata e celebrata.

Bali in tavola

Prima di lasciarvi, dimenticavo di dirvi che in questa nostra avventura abbiamo ovviamente mangiato! Spesso di fretta, ma sempre cercando di assaporare i piatti tipici del luogo. La cucina balinese è molto variegata, spezie come lo zenzero, il cardamomo e la curcuma abbondano. La base di ogni piatto resta, comunque, il riso. Ovunque potrete gustare il nasi goreng, il tradizionale riso fritto con gamberi, carne e spezie, oppure il bakmi goreng, la variante di pasta fritta.

Nasi goreng

Tra i piatti nazionali ricordiamo anche il gado gado, vegetali leggermente cotti in insalata. I piatti più comuni dell’isola sono, comunque, l’ikan assem manis, il pesce in agrodolce, il kare udang, gamberi al kurry, il babi kecap, maiale cotto in salsa di soia dolce e l’opor ayam, pollo marinato in latte di cocco. Nessun pasto indonesiano, poi, è completo senza il sambal, una salsa piccante di peperoncini rossi.

Gado gado

Il pasto balinese, in genere termina con una ricca offerta di frutta, servita come dessert. Tra le specialità dell’isola vi è il salak, un frutto bruno dal sapore simile alla mela, ma con la buccia che assomiglia alla pelle di serpente; Abbondano anche mandarini, banane, manghi e guava, mentre tra le offerte religiose si può vedere spesso il sawo, dal delicato sapore di pera matura. Infine, nei mercati locali potrete acquistare facilmente il rambutan, dalla singolare buccia pelosa ed il succoso sirsak.

Il frutto del rambutan

Selamat tingall , arrivederci, Bali

Se siete arrivati fin qui, è segno che non vi siete annoiati! Questa è la Bali che ho voluto raccontarvi, la “mia” Bali. La porterò nel cuore con il suo bagaglio di ricordi indelebili: le sue verdi colline, le sue terrazze che fanno crescere il riso, il misterioso senso del sacro che traspare in ogni aspetto della vita quotidiana, le pittoresche danze, le cerimonie, ma anche il saluto delle persone che incontri per strada, la cortesia, la gentilezza di questo popolo, il suo sorriso. Spero di avervi incuriosito e invogliato a visitare questa splendida e mistica isola. Quindi non mi resta che salutarvi, alla balinese, naturalmente: Selamat tingall.

 

La mia TOP TEN dei luoghi da visitare “almeno una volta”

1 – Bali

L’isola indonesiana di cui vi ho raccontato è al numero uno della mia Top Ten. Per il fascino di una cultura così diversa dalla nostra, per la fede e l’armonia che si respira in ogni luogo dell’isola, immersa in una natura mozzafiato.

2 – Arcipelago della Maddalena (Sardegna)

Spiagge, calette e un mare dalle mille sfumature, dall’azzurro al verde. La zona fa parte del Parco Nazionale dell’Arcipelago della Maddalena ed è un santuario dei cetacei, che vengono qui a riprodursi. Non è difficile avvistare balene e delfini. Tra le eccellenze c’è la celebre “spiaggia rosa” di Budelli, ormai ridotta a una striscia sottile. Da vedere prima che scompaia del tutto. Non mancano gli spunti storici, tra cui la casa museo di Garibaldi a Caprera, le tracce dell’Ammiraglio Nelson. Nel cimitero de La Maddalena riposa l’attore Gian Maria Volonté.

3 – Isole Eolie (Messina, Sicilia)

Sette “sorelle” dal carattere diverso che spuntano dal mare. Il cono perfetto di Stromboli, con le sue spiagge nere e la Sciara del Fuoco, la spettacolare colata lavica che dal cratere scivola verso il mare. E poi Vulcano, con i suoi vulcanelli sulla spiaggia e le rocce sulfuree, l’elegante Lipari, con le pietre pomice che galleggiano sulle sue acque cerulee, le selvagge Alicudi e Filicudi e la discreta Salina sono, a mio avviso, meraviglie italiane da visitare almeno una volta.

4 – Costiera Amalfitana (Salerno)

Colori così non si vedono che raramente concentrati in un unico paesaggio. E se l’UNESCO l’ha inclusa nei siti “Patrimonio dell’Umanità” un motivo ci sarà. Case variopinte addossate sulla scogliera a strapiombo su un mare cristallino, profumo di limoni, fiori e macchia mediterranea si associano alla cordialità delle persone. Gli stranieri che la visitano tornano in patria entusiasti. Non diamo per scontate le nostre meraviglie italiane.

5 – Singapore

La mia impressione, visitandola, è stata quella di fare il “giro del mondo” semplicemente passando da un quartiere all’altro. Perché in questa piccola città stato si possono vedere i grattacieli del Financial District come a New York, il quartiere coloniale con i suoi monumenti lucenti, i quartieri cinese, indiano e arabo con gli splendidi templi e le moschee, i suk e i mercati. E c’è persino una foresta in città, Bukit Timah, un’oasi urbana popolata di animali esotici (per noi). I trasporti pubblici sono i migliori del mondo, e il Pil tra i più alti. Il tutto concentrato in una piccola isola.

6 – Cascate del Niagara
(Ontario – Canada e Stato di New York – USA)

Uno degli spettacoli naturali che mi hanno lasciata a bocca aperta, a partire dal rombo che comincia a sentirsi da lontano e che annuncia il “salto”, al confine tra Canada e Stati Uniti. Il gruppo si compone di tre cascate, la celebre Horseshoe, a ferro di cavallo, la più grande e potente, le American Falls, sul versante americano, e le Bridal Veil Falls. Sono le cascate più grandi del mondo per portata d’acqua. Il consiglio è di visitarle a bordo della Maid of the Mist, un’imbarcazione che sfruttando le secche e le correnti vi porta fin sotto l’Horseshoe. E fatevi raccontare dalla guida la leggenda della principessa indiana che si gettò nella cascata per un amore infelice. Vale una visita anche il vicino museo dedicato alle cascate.

7-    Quebec (Canada)

La regione francofona del Canada regala atmosfere mitteleuropee nelle grandi città come nei piccoli paesi, con architetture da vecchia Europa nelle grandi città, come Quebéc City e la Vieux Montreal, ma anche nei piccoli villaggi e cittadine, che sembrano uscite da un romanzo. Ma la vera protagonista è la natura, con strade che tagliano in due infinite foreste di abeti, aceri che in autunno accendono il paesaggio con i loro colori e sfumature, e poi gli immensi laghi, le isole che sembrano nascere dalle acque del fiume San Lorenzo, che in alcuni punti è talmente largo da non riuscire a vedere la riva opposta (e in larghezza batte perfino il Rio delle Amazzoni, considerato il più lungo del mondo).

 

8 – Monument Valley (Stati Uniti)

Al confine tra Utah e Arizona, è uno degli esempi di come la natura possa essere un’artista superiore a qualsiasi sforzo umano. L’occhio si perde alla vista delle gigantesche guglie scolpite dal vento e dai corsi d’acqua, che nei secoli hanno plasmato questo spettacolo unico. Il sole che scivola lungo le loro pareti fa il resto. Uno degli spettacoli naturali da vedere, almeno una volta nella vita. La zona è inclusa nella Navajo Nation Reservation, e con un po’ di delicatezza e fortuna si può parlare con i nativi americani per conoscere la loro cultura e le loro tradizioni.

9 -Parco Nazionale d’Etosha (Namibia, Africa)

Situato nella parte settentrionale della Namibia, è uno dei più estesi e importanti di tutta l’Africa. Ha un’estensione complessiva di 22 mila km quadrati, per lo più costituiti da savana semidesertica. La parte centrale, chiamata Etosha Pan, deriva da una depressione salina ed è completamente priva di vegetazione. Nel parco vivono protetti diversi branchi di elefanti, ma anche leoni, leopardi, bufali e rinoceronti, i cosiddetti “big five”, ma anche l’autoctona impala a muso nero e diverse specie di rettili e uccelli. Qui, a mio avviso, si riesce ancora a percepire l’originario spirito dell’Africa e ad entrare in contatto con la natura e gli animali, incontrandoli nel loro ambiente e non sono negli zoo o sui libri.

10-. Madagascar

Per me, il concetto più vicino a “paradiso terrestre”. Questa isola, la quarta più grande del mondo, sperduta nell’Oceano Indiano, con diverse piccole isole satellite, che valgono una visita, ancor più dell’isola principale, per il loro stato “naturale”. Questo isolamento ha fatto sì che qui si concentrasse il 5% delle specie animali e vegetali del mondo, l’80% delle quali sono endemiche. Rane, lemuri, camaleonti variopinti, farfalle, scimmie e pesci variopinti vi faranno compagnia. Salite a bordo della barca di un pescatore locale e lasciatevi trasportare sulle acque cristalline, mentre lo sguardo si perde all’orizzonte, dove non scorgerete che l’Oceano.

Chi sono

Mi chiamo Manuela Fiorini e sono nata a Modena, solo per caso. Con una mamma nata ad Alessandria D’Egitto, sangue italiano, greco-cipriota e britannico, zii in Australia e Canada, mi considero cittadina del mondo. Sono giornalista freelance e scrittrice. Mi piace viaggiare e raccontare, venire a contatto con culture, tradizioni e paesaggi diversi. Scrivo di turismo, enogastronomia, salute e benessere. Come narratrice ho pubblicato alcuni romanzi e racconti in diverse antologie e riviste. Perché viaggio anche con la fantasia. La mia pagina Facebook è https://www.facebook.com/manuelafioriniauthor/




La “mia” Bali: perché è l’”isola degli Dei”

In questi giorni in cui l’importanza di stare a casa è fondamentale, cerchiamo di rendere più interessante la permanenza facendo viaggiare la mente in luoghi esotici. Per questa ragione, abbiamo deciso di farci raccontare, da alcune delle firme più autorevoli di Weekend Premium, i loro viaggi speciali in giro per il mondo, per scoprire quelle che secondo loro sono le mete da visitare almeno una volta nella vita. Oggi e domani ci faremo raccontare di Bali!

 

Di Manuela Fiorini

Qual è il luogo del mondo in cui andare, almeno una volta nella vita? A questa domanda ho risposto senza esitazioni: Bali! È passato ormai qualche anno da quelle due settimane in cui mi sono innamorata dell’isola indonesiana, dei suoi abitanti dal sorriso gentile, da quella disponibilità all’accoglienza, al rispetto per religioni e tradizioni diverse che mi hanno fatto anche fare un pensiero, dopo aver conosciuto qualche italiano che ha fatto “il grande passo”, a trasferirmi proprio qui.

E a sorprendermi ancora di più c’è stato il fatto che Bali è stata un’esperienza di vita inaspettata. Non è stato infatti un viaggio programmato, o desiderato, quando un colpo di fortuna, un dono del destino, se volete. Negli anni della mia gavetta come giornalista, lavoravo in una redazione di un magazine di turismo. Il direttore un giorno mi convoca nel suo ufficio e mi dice: “L’Ente del Turismo Indonesiano ci offre un viaggio stampa a Bali, io sono impegnato. Vuoi andarci tu?” “Sì, certo! Grazie!”, avevo risposto d’impulso. “Bene, allora trovati un fotografo che venga con te”.

Uscita dall’ufficio carica come una molla, mi ero subito fiondata su internet per vedere dove si trovasse Bali esattamente: dall’altra parte del mondo. Il ché mi aveva galvanizzata ancora di più. La mia scelta del fotografo, invece, era caduta su Fabrizio, un freelance romano con appena qualche anno più di me, non solo perché faceva delle belle foto, ma se dovevo andarmene dall’altra parte del mondo con uno sconosciuto, preferivo che fosse un mio coetaneo o quasi, con lo stesso spirito d’avventura e la voglia di divertirsi.

Selamat datang, benvenuti!

È una delle prima parole che ho sentito e imparato in indonesiano, una lingua musicale, fluida, con suoni simili all’italiano, nonostante la grafia sia per un occidentale aliena e complessa. Selamat datang significa “benvenuti”, ed è proprio così che mi sono sentita fin dal mio primo impatto con l’isola di Bali.

L’imponente monumento equestre appena fuori l’aeroporto di Denpasar

Al nostro arrivo all’aeroporto Ngurah Rai di Denpasar, la capitale balinese, io e Fabrizio abbiamo trovato la nostra guida, Archana, un giovane balinese dai grandi occhi neri e dal sorriso gentile, che ci ha dato il benvenuto con una profumatissima collana di fiori cambogia. In questa avventura abbiamo avuto come compagno anche il taciturno Dewa, l’autista del monovolume che per dieci giorni ci ha scarrozzato da una parte all’altra dell’isola.

Il Bajra Sandhi Monument a Denpasar

Perché Bali è chiamata “Isola degli Dei”

Quando ci si riferisce a Bali, la si definisce così. E conoscendone gli usi e le tradizioni non mi è stato difficile capire il perché. Un’altra delle cose che ho imparato per prime, subissando Archana di domande, a cui lui ha sempre risposto con infinita pazienza è che il nome dell’isola, Bali deriva dal sanscrito wali, cioè “cerimonia”. L’espressione religiosa, infatti, è molto dai balinesi: non c’è casa il cui ingresso non sia protetto dalle statue dei guardiani, figure tra il mostruoso e il grottesco, ma dalla valenza positiva, la cui funzione è quella di proteggere gli abitanti dai tanti temuti spiriti maligni.

La mia impressione davanti a queste figure spaventose e grottesche, di primo acchito, è stata di timore, mi sentivo “osservata” ovunque entrassi o andassi, ma poi, a poco a poco, mi sono diventati familiari, quasi simpatici. Ho poi imparato che ogni luogo in cui vivono i balinesi, che sia un’abitazione, una spiaggia o un negozio, è provvisto di un piccolo tempio o un altare dove, quotidianamente, vengono fatte offerte di cibo, fiori e qualche rupia agli Dei.

Offerte votive

Una delle prime cose che ho notato, lungo la strada che dall’aeroporto mi portava in hotel, è stato vedere la fila di grossi alberi, ognuno dei quali era “fasciato” con un drappo a scacchi bianchi e neri. Ne ho subito chiesto il motivo. Anch’esso era legato al culto degli spiriti. I ficus benjamin, gli alberi in questione, sono considerati le dimore degli spiriti maligni, e “legandoli” con i colori che simboleggiano il bilanciamento tra il bene e il male, e che ricorreranno in molte altre cerimonie religiose a cui ho avuto la fortuna di assistere, si impedisce loro di uscire a fare danni.

Da Jimbaran a Kuta

Il mattino dopo il mio arrivo, la prima tappa è il villaggio di Jimbaran. Lungo la strada, le situazioni che mi incuriosiscono sono molte: ci sono famiglie intere a bordo di piccoli scooter, donne dagli abiti variopinti che espongono frutta, fiori e ceste per le offerte in piccoli banchi improvvisati ai bordi delle strade.

Tradizione e modernità lungo le strade dell’isola

Ne approfitto per entrare nel mercato coperto, che apre tutti i giorni dalle 5 alle 11 del mattino, un piccolo microcosmo colorato dove poter trovare dalla frutta ai fiori, dai polli al pesce, dalle ceste a piccoli oggetti di artigianato artistico. È qui che si respira il vero spirito dell’isola: tra la sua gente. Li osservo contrattare, barattare, scambiare un pollo con un mazzo di fiori, e tutti con il sorriso sulle labbra.

Il mercato di Jimbaran

Risalgo in auto e procedo alla volta di Kuta, uno dei più famosi centri turistici di Bali e meta preferita dei surfisti, soprattutto del sud est asiatico e dall’Australia. Bali si trova a soli 5° a Sud dell’Equatore e gode di una temperatura costante di circa 28° praticamente tutto l’anno, alternando una stagione secca a una piovosa, determinata dai Monsoni. Per questo è così ambita dagli amanti della tavola, che qui sfoggiano i loro fisici scolpiti e i loro tatuaggi, sfidando le onde più alte.

La spiaggia di Kuta

In tutta sincerità, Bali non mi ha particolarmente colpita per le spiagge. Kuta è una lunga mezzaluna dalla sabbia rosso dorata, con un mare pulito, ma piuttosto scuro, a causa delle origini vulcaniche dell’isole.

Surfisti a Kuta

Alle mie spalle, sfila una lunga serie di palme, che separano la strada dalla via principale, lungo la quale abbondano i negozi dei grandi marchi sportivi americani e occidentali. Vendono soprattutto abbigliamento sportivo e per il surf, ma ci sono anche ristoranti e le grandi catene di fast food. Un aspetto un po’ troppo turistico e commerciale, che forse ho apprezzato meno della parte più mistica e naturale dell’isola o, forse, semplicemente, perché troppo affine al consumismo occidentale a cui sono abituata.

Negozi adiacenti la spiaggia di Kuta

Ubud e la Foresta delle Scimmie

A mio avviso, Ubud custodisce l’anima antica e operosa di Bali. Non aspettatevi una città, piuttosto un grande villaggio, composto da altri centri più piccoli. Nel cuore della città antica si trova il Puri Saren Agung, noto anche come Ubud Palace. Prezioso esempio di architettura e di arte balinese, è stato parzialmente ricostruito dopo il terremoto del 1917.

Ingresso del Puri Saren Agung a Ubud

A nord di esso sorge il tempio privato della famiglia reale, il Pura Marajan Agung, mentre a ovest, spicca per bellezza e senso di pace il piccolo Taman Saraswati, dedicato a Dewi, dea della saggezza. Sul retro si trova un laghetto sul quale spiccano migliaia di fiori di loro e statue della dea. A colpirmi è proprio questa armoniosa simbiosi tra l’architettura degli edifici, frutto dell’ingegno umano, e la natura del luogo.

Ubud, Palazzo Reale

Una delle esperienze più belle che ho vissuto a Ubud, è stato immergermi nel cuore di Alas Kedaton, la “Foresta delle scimmie”, una striscia di jungla in cui si trovano tre templi e, soprattutto, una numerosa comunità di scimmie e macachi balinesi, che si avvicinano alle persone senza timore, per non dire in maniera spudorata.

Alas Kedaton, tempio di Haruman, il dio scimmia

Il primo consiglio che ci è stato fornito è stato quello di non dare loro cibo o di sfoggiare oggetti, come cellulari o macchine fotografiche, in grado di incuriosire gli animali, per il rischio concreto di vederseli letteralmente portare via! Consiglio che ho prontamente disatteso, dal momento che mi è stato impossibile resistere agli occhietti furbi di queste famigliole di scimmiette.

Lungo un intricato sentiero che conduce nel cuore di questa jungla di città, scorgo subito un gruppo di macachi che sosta lungo la via. Al nostro passaggio, ci ritroviamo circondati da tanti buffi visetti. Un cucciolo mi si attacca ai pantaloni, altre scimmiette giocano tra loro, una femmina allatta il suo neonato, mentre i grossi maschi vigilano sul resto del gruppo.

A Bali, le scimmie sono considerate animali sacri perché discendenti di Haruman, la grande scimmia bianca che aiutò il principe Rama, protagonista del poema epico indù Ramayana, a liberare l’amata Sita, fatta prigioniera dal demone Rawana.

I villaggi degli artisti

Una delle esperienze più belle è stata visitare, appena a Sud di Ubud, alcuni dei villaggi dove vengono realizzati gli oggetti tipici dell’artigianato locale, ma non solo. Grazie alla nostra indispensabile guida balinese, ho imparato che dietro a ogni realizzazione artistica c’è un significato quasi mistico. Inoltre, ogni “mestiere” si tramanda da padre in figlio, in modo tale che gli abitanti di un villaggio spesso sono tutti intagliatori, tessitori o, artisti.

La splendida maschera del Barong, animale mitico tra il drago e il leone, simbolo del Bene

Come nel villaggio di Batubulan, dove tre volte al giorno, presso il teatro Saharadewa, viene messa in scena la “Danza Barong”, uno degli spettacoli più suggestivi a cui mi sia capitato di assistere. La ragione di queste “repliche” non è solo turistica, ma ha un significato intrinseco, che è quello di tenere bilanciati il Bene e il Male. Sul palcoscenico, infatti, c’è sempre un sacerdote e gli attori che interpretano i personaggi malvagi tengono in mano un fazzoletto bianco, simbolo del bene.

Batubulan, ballerine di danza Legong

Lo spettacolo si apre con le sensuali ballerine di Legong, una danza tutta al femminile, accompagnata dal suono del gamelan, uno strumento tradizionale. Le danzatrici, tutte bellissime, si muovono lente, spostando gli occhi in maniera unica. Un altro momento topico della danza è l’ingresso della strega Rangda, personificazione del male. Ha il corpo ricoperto di pelliccia animale e sul volto una maschera spaventosa e colorata, con una lingua di fiamme lunga fino alla vita e zanne possenti.

Danza del Kriss, stregati da Rangda i guerrieri si pugnalano

Contro di lei si scagliano i guerrieri armati di coltelli rituali, ma la strega li fa impazzire e questi rivolgono l’arma contro di sé, pugnalandosi. È la danza del Kris, il pugnale sacro. E mi garantiscono che i pugnali sono veramente appuntiti come sembrano, ma lo stato di concentrazione, quasi di trance, in cui cadono i danzatori fa sì che essi non sentano il dolore.

Il Barong interviene per salvare i soldati caduti sotto il sortilegio della malvagia Rangda

Finalmente, preceduto dalla danza delle scimmie, fa il suo ingresso il Barong, animale mitico, impersonato da due attori -danzatori, uno governa la testa, l’altro la parte posteriore. Simbolo del Bene, ha l’aspetto di un leone, il corpo ricoperto da un pesante vello di capra e sul volto una maschera colorata, con gli occhi sporgenti, le zanne e fauci che vengono fatte schioccare dall’attore al ritmo del gamelan. Il Barong sconfigge Rangda e riporta l’equilibrio tra il Bene e il Male. Alla fine dello spettacolo, sul palcoscenico vengono lasciati i cestini con le offerte.

Mas, bottega di un intagliatore

Batubulan è anche il villaggio degli scultori che ricavano dalla pietra vere e proprie opere d’arte, molte delle quali finiscono ad abbellire i templi della zona. Mas, invece, è il villaggio degli intagliatori di legno. Qui ho acquistato le mie maschere, e anche una splendida rappresentazione in odoroso legno di sandalo di Rama e Sita, gli amanti del Ramayana, che ora mi guardano da una vetrina e mi riportano come per magia di nuovo sull’isola.

Realizzazione di un batik

A Batuan, invece, ho la fortuna di assistere alla realizzazione di un’opera in batik, l’arte pittorica balinese fatta di colori vivaci, disegni complessi che si ripetono e raffigurano elementi della natura, piante e animali., ma anche forme geometriche complesse. Qui ci sono anche molte gallerie d’arte. Le opere in batik autentiche riportano lo stesso disegno da una parte e dall’altra della stoffa, se il disegno compare su una parte sola, si tratta di una stampa.

Gunung Kawi, al cospetto dei Re scolpiti nella pietra

Un’altra delle tappe più sorprendenti del mio viaggio è stata la visita al tempio di Gunung Kawi, o Tempio della Tomba Reale. Vi confesso che di templi ne ho visitati tanti a Bali, ma questo è davvero unico per la sua posizione, nel mezzo della jungla.

Una parte del tempio di Gunung Kawi, immerso nella jungla

Per arrivarci ho attraversato villaggi e risaie a terrazza. Il sentiero di pietra, fatto di saliscendi e gradini, dal villaggio di Tampaksiring segue il corso del fiume Pakrisan e si addentra in una fitta vegetazione tropicale. Lungo il percorso, tra ponticelli sospesi, palme imponenti e “alberi del pane” si incontrano diversi templi dedicati alla dea del fiume e alcuni villaggi di capanne.

A poco a poco, il sentiero diventa più stretto, mentre i lati della collina assumono la forma di un complesso sistema di coltivazione a terrazze, dove si scorgono i primi germogli delle piantine di riso. A un tratto, nella parete della montagna, tra il fogliame della jungla, spuntano cinque gigantesche strutture, i candi.

I candi del tempio della Tomba Reale

Secondo la leggenda, questi enormi monumenti celebrativi, anche se in un primo tempo si era pensato che si trattasse di tombe della famiglia regnante balinese del XI secolo, sarebbero stati scolpiti nella montagna nel corso di una sola notta dalle possenti unghie di Kebo Iwa, una divinità locale. Al primo gruppo di cinque candi se ne aggiunge un altro di quattro, situati nella parte ovest rispetto al fiume, e uno isolato, a sud della valle, dedicato a un alto ufficiale del re.

Un secondo complesso di candi a Gunung Kawi

Fa parte del complesso del tempio anche una grande vasca dalle acque cristalline, alimentata dalle stesse sorgenti che confluiscono poi nel fiume Pakrisan, a cui vengono attribuiti poteri di guarigione. Confesso che questa parte del viaggio mi ha particolarmente colpita. Soprattutto per le persone che ho incontrato durante il percorso.

Complesso di Gunung Kawi, la vasca alimentata dal fiume Pakrisan

Nella jungla, infatti, ci sono molte abitazioni, capanne molto curate, ma essenziali, dove vivono i balinesi che coltivano il riso sulle terrazze. I bambini sono tantissimi, corrono e si nascondono tra le foglie immense come folletti, per poi rispuntare con i loro sorrisi sdentati. E con questa immagine nel cuore, mentre ritorno in hotel, penso già alle altre splendide esperienze che mi attendono, tra misteri, templi e leggende tutte da scoprire.

COME ARRIVARE

Sono diversi i tour operator italiani che offrono pacchetti e tour, in genere di 9 giorni e 7 notti, a Bali. Tra questi “I viaggi dell’Elefante” (www.viaggidellelefante.it) propone tour da 8 a 14 giorni, Blue Vacanze (www.bluvacanze.it) propone invece il tour di 12 giorni alla scoperta della Bali classica. Tour di Bali e Gili anche con Metamondo (www.metamondo.it).

DOVE MANGIARE

*Spaccabapoli, Jl. Raya Pengosekan Ubud No.108, Ubud, Kabupaten Gianyar, Bali, tel +62 361 9080197, gestito da un napoletano doc, offre piatti della cucina italiana e napoletana, tra cu un’ottima pizza con pomodori San Marzano e olio di oliva, pasta, secondi di carne e di pesce. Per chi ha voglia dei gusti di casa.

*Kayumanis Resto Jimbaran, Jl. Yoga Perkanthi, Jimbaran, tel +62 361 705777. Per chi vuole gustare la cucina indonesiana, questo locali a due passi dalla spiaggia offre un menù ampio e variegato, anche con piatti vegetariani e vegano. Ottimo rapporto qualità-prezzo.

DOVE DORMIRE

*Intercontinental Resort Bali*****, Raya Uluwatu No.45, Jimbaran, Kuta Sel., Kabupaten Badung, Bali, tel +62 361 701888, www.bali.intercontinental.com Situato a ridosso della spiaggia di Jimbaran, è un vero e proprio angolo di paradiso, con laghetti , giardini e cascate. 6 piscine ornamentali con sculture ispirate agli antichi palazzi, ristoranti che offrono un’ampia scelta di cucina tra asiatica, giapponese, intercontinentale.

*Parigata Resort & Spa****, Jl. Danau Tamblingan No.87, Sanur, Bali, +62 361 286286, www.parigatahotelsbali.com/ Piccolo delizioso resort con una grande piscina, a pochi passi dalla spiaggia di Sanur, downtown Denpasar e comodo alle principali attrazioni.

INFO

http://balitourismboard.or.id/

Appuntamento a domani con la seconda parte!!




Top 10 viaggi in paesi sostenibili: Bali

Bali, l’isola degli dei

Se siete amanti delle atmosfere spirituali e del profumo d’incenso questa isola dell’Indonesia fa al caso vostro. Fa parte dell’arcipelago delle Piccole Isole della Sonda ed è separata dall’isola di Giava dallo stretto di Bali. La capitale è Denpasar, città vivace e caotica, ma Ubud, al centro dell’isola, è la capitale culturale dove si ritrova intatto lo spirito balinese.

Foto dall’alto della capitale Denpasar

Qui sono molto sentite le antiche tradizioni religiose e culturali e sono mantenute vive le attività artigianali della pittura e dell’intaglio del legno.  Se però, oltre alla cultura, siete interessati a una vacanza di mare, il nostro consiglio è di raggiungere la parte più meridionale dell’isola che vanta spiagge stupende e la cittadina di Kuta, soprannominata, per la sua intensa vita notturna, l’Ibiza d’Oriente.

Spiaggia nella parte meridionale dell’isola

Ma se non amate le spiagge congestionate dei grandi flussi turistici e preferite spiaggette solitarie e tranquille vi consigliamo di spostarvi sulle isolette di Gili, tre isolette a nordovest di Lombok, con una delle più belle barriere coralline dell’Indonesia, raggiungibili da Bali in un paio d’ore di traghetto. Anche in questo caso vi consigliamo un viaggio organizzato. Una bella proposta si trova sul catalogo del tour operator I Viaggi dell’Elefante (www.viaggidellelefante.it). Il tour si intitola Le perle d’Indonesia: Bali e le isole Gili, dura 10 giorni/9 notti e costa a partire da € 1.400 a persona incluso volo a/r dall’Italia (partenze dall’1/4 al 31/10/2017). Partenze giornaliere con minimo 2 partecipanti.