C’è una Milano che non corre, e che si lascia scoprire con la lentezza di un aperitivo servito al banco. È quella dei locali storici, dove un bancone intarsiato o una fotografia ingiallita raccontano la città meglio di tante guide. Sabato 3 ottobre questa Milano si mette in mostra per la sesta Giornata Nazionale dei Locali Storici d’Italia, la rassegna promossa dall’omonima Associazione che ogni primo sabato di ottobre apre al pubblico caffè, ristoranti, pasticcerie e alberghi dal Piemonte alla Sicilia, tra visite guidate, racconti e degustazioni.

Sono luoghi in cui i rituali del caffè e dell’aperitivo convivono con boiserie, stucchi, specchi e marmi, e dove si sono seduti scrittori, artisti e politici. Il tema di quest’anno è l’eleganza, con uno sguardo all’eredità delle grandi casate che hanno fatto fiorire l’ospitalità italiana. In Lombardia il viaggio parte proprio dal capoluogo, con tre indirizzi a pochi minuti di cammino l’uno dall’altro: due sotto le volte della Galleria Vittorio Emanuele II, il terzo a San Babila. Un itinerario perfetto per un sabato in centro, da percorrere senza fretta.
Camparino in Galleria, dove l’aperitivo è diventato un rito
All’ingresso della Galleria, sull’angolo che guarda piazza Duomo, il Camparino è il luogo in cui l’aperitivo milanese è diventato un rito. La storia comincia nel 1867, quando Gaspare Campari, l’inventore del bitter rosso, apre il suo Caffè Campari nel salotto appena inaugurato e vi si stabilisce con la famiglia. Il 14 novembre di quell’anno, nelle stanze sopra il locale, nasce il figlio Davide, passato alla storia come il primo milanese venuto alla luce in Galleria. Sarà lui, nel 1915, ad aprire sull’angolo opposto il Camparino, pensato come «fratello minore» del caffè paterno: un bar di passo, dove si beve in piedi. La trovata che lo rende celebre è tecnica: un impianto all’avanguardia fa salire l’acqua di seltz direttamente dalle cantine, così che il Campari e soda arrivi nel bicchiere sempre freddo al punto giusto.

Il resto lo fa la bellezza: il bancone intarsiato dell’ebanista Eugenio Quarti, i lampadari in ferro battuto di Alessandro Mazzucotelli, i mosaici di Angelo d’Andrea con le loro cascate di fiori e uccelli colorati, gioielli del Liberty che ancora oggi fanno alzare gli occhi a chi entra. Fra i clienti abituali, ricorda la casa, c’erano Arrigo Boito e Filippo Tommaso Marinetti, che qui discutevano di politica e di cultura davanti a un bicchiere. Una curiosità: per anni il locale ha portato un altro nome e solo nel gennaio 2012 l’insegna del 1915 è tornata al suo posto. Per la Giornata, il Camparino propone una visita guidata gratuita alla scoperta della propria storia, tra i tavoli che hanno visto passare artisti e teste coronate d’Italia e d’Europa.
INFO: www.camparino.com
Biffi, il salotto che accese la luce
Pochi passi più in là, nel cuore della Galleria, si incontra un altro pezzo di storia. Paolo Biffi, confetturiere di Sua Maestà, aveva aperto il suo caffè e offelleria già nel 1852, in una Milano ancora punteggiata di orti e canali, e il suo panettone era presto arrivato sulle tavole dei Savoia e delle famiglie più in vista. Quando l’architetto Giuseppe Mengoni completa la Galleria, Biffi vi trasferisce il locale: l’inaugurazione è il 15 settembre 1867, e da allora le vicende del ristorante e quelle del salotto dei milanesi procedono insieme.

Gli aneddoti non mancano. Si racconta che il signor Biffi fosse padre di dieci figlie, tutte al lavoro nel locale e tutte «maritate in Galleria», e che fosse tra i pochi a potersi permettere un affitto di trentamila lire l’anno. Nel 1882 il suo caffè-birreria-ristorante fu il primo locale pubblico a dotarsi di luce elettrica, tra lo stupore generale. Oggi il Biffi occupa due sale al pianterreno, con un centinaio di posti fra interno e dehors. A quei tavoli, ricorda la casa, si sono seduti Arturo Toscanini, Giuseppe Garibaldi ed Ernest Hemingway, e ancora oggi i piatti più richiesti sono due classici meneghini come il risotto e l’ossobuco. Sabato il Biffi propone una visita libera ai suoi ambienti: il piacere è quello di curiosare tra fotografie d’epoca, arredi storici e testimonianze di oltre un secolo e mezzo di ospitalità milanese.
INFO: www.biffigalleria.it
Gin Rosa, il bitter rosa di San Babila
Per l’ultima tappa si lascia la Galleria e si raggiunge San Babila, dove il Gin Rosa se ne sta un po’ nascosto all’interno della galleria che porta il nome della piazza. È il più antico dei tre: nel 1820 nacque come Bottiglieria del Leone, primo bar di San Babila, famoso per i vini, l’acquavite e il Costumè Canetta, un aperitivo dolce a base di fiori di assenzio distillati, alcol e vino bianco; il nome veniva con ogni probabilità dalla colonna del leone che ancora veglia sulla piazza. La svolta arriva nel 1885, quando alla guida del locale c’è Annunciata Bournè, benefattrice e donna d’affari: a lei la tradizione della casa attribuisce l’intuizione del Bitter Ginrosa, l’aperitivo rosa e profumato capace di tenere testa al rosso Campari.

Più tardi Luigi Donini modernizzò il locale e portò le sue misture all’Esposizione del 1906; negli anni Cinquanta arrivò la famiglia Marangone e dal 2000 la gestione è della famiglia De Luca, che custodisce una formula tuttora segreta e registrata. Nel 2003 è arrivato il titolo di Locale Storico d’Italia. Oggi il bitter si beve anche nell’Americano o allungato con acqua tonica. Per la Giornata il programma è il più goloso: una visita guidata dedicata alla storia e alle tradizioni del locale, seguita dalla degustazione del celebre bitter e dalla presentazione di una novità esclusiva, ancora top secret.
INFO: www.ginrosamilano.it

Le modalità di accesso cambiano da locale a locale: prima di partire conviene consultare il sito dell’Associazione, localistorici.it, per verificare orari ed eventuali prenotazioni. Poi basta mettersi in cammino: dal Duomo a San Babila sono pochi minuti a piedi lungo corso Vittorio Emanuele II, e in mezzo ci sono due secoli di storia milanese.








