In un’Italia che profuma di muschio, terra e riti ancestrali, il Carnevale non è solo coriandoli e stelle filanti, ma un viaggio a ritroso nel tempo, alla scoperta del sacro e degli antichi riti legati alla terra. Oltre alle celebri maschere della Commedia dell’Arte, come Arlecchino, Pulcinella, Meneghino, Pantalone, esiste, infatti, un’Italia “oscura” e millenaria, dove i volti si coprono di legno e pelli per evocare il risveglio della natura. Ecco, allora, una TOP 10 delle 10 maschere più antiche d’Italia, un itinerario tra antropologia e leggenda, ordinate dalle radici preistoriche alle tradizioni tardo-medievali.
1. Mamuthones e Issohadores di Mamoiada (Nuoro – Sardegna)
I Mamuthones e gli Issohadores sono il simbolo del Carnevale barbaricino e la loro origine è antichissima. Si pensa, infatti, che risalga addirittura all’età Nuragica, che ha visto sorgere anche i misteriosi nuraghi, quindi a più di duemila anni fa. I Mamuthones, hanno il volto coperto da una maschera nera di pero selvatico (la visera) che conferisce loro un’espressione sofferente. Procedono in una danza ritmica e pesante, scuotendo 30 kg di campanacci sulla schiena. Accanto a loro, gli Issohadores, in giubba rossa, li scortano lanciando sa soha (la fune) per catturare i passanti, segno di buon auspicio. Secondo la tradizione, questa danza rappresenta il rito del “capro espiatorio” o la vittoria dei pastori sardi sugli invasori. Un aneddoto locale narra che chi viene catturato dalla fune degli Issohadores avrà un anno di fertilità e salute. Il clou del Carnevale barbaricino sono il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonio Abate e la domenica di Carnevale. Nel 2026, il Museo delle Maschere Mediterranee di Mamoiada organizzerà laboratori artigianali tra il 15 e il 17 febbraio.

Boes e Merdules di Ottana (Nuoro – Sardegna)
I Boes e Merdules di Ottana, in provincia di Nuoro, risalgono all’epoca precristiana e rappresentano l’eterno conflitto tra l’uomo e l’animale. Il Boe (il bue), indossa corna bovine e pelli di pecora, mentre il Merdule (il padrone) è un vecchio gobbo dal volto deforme che tenta di domare la bestia col bastone. Spesso appare anche Sa Filonzana, una vecchia che fila la lana, simbolo del destino che può interrompere il filo della vita. La maschera del Boe, spesso intagliata con simboli apotropaici e fiori, è una delle più belle e raffinate del Carnevale sardo. Si dice, invece, che il Merdule attiri su di sé la mala sorte per liberare la comunità e garantirne la prosperità. Quest’anno, le sfilate principali si tengono tra il 15 e il 17 febbraio nel centro storico di Ottana. Particolarmente suggestivo è il rito della Filonzana durante il Martedì Grasso.

I Thurpos di Orotelli (Sardegna)
In terza posizione troviamo ancora la Sardegna con i Thurpos di Orotelli, la cui origine risale al periodo romano o pre romano. Il loro nome significa “gli orbi” o “gli zoppi”. Vestiti con pesanti cappotti di orbace nero e con il viso annerito dalla fuliggine (il carbone del sughero bruciato), i Thurpos mimano scene di vita contadina: l’aratura, la semina e la ferratura degli uomini-buoi. La loro è una danza che ricorda la fatica e la sottomissione ai potenti. A differenza di altre maschere sarde, i Thurpos interagiscono molto con il pubblico, offrendo vino o obbligando i passanti a “lavorare” con loro, oppure segnando loro il volto con la fuliggine. Un tempo si credeva che il loro passaggio scacciasse gli spiriti maligni dai campi. Le celebrazioni iniziano solitamente con i fuochi di Sant’Antonio e culminano nei giorni del Carnevale a Orotelli, indicativamente dal 12 al 17 febbraio 2026.

Il Rollate di Sappada (Belluno, Veneto)
Le origini del Rollate di Sappada, nel bellunese, sono documentate fin dal Medioevo, anche se le sue radici sarebbero celtiche. Questo personaggio del folklore ha l’aspetto di un orso imponente, vestito con una pelliccia di pecora scura e un cappuccio che termina con una coda. Indossa pantaloni a righe, ricavati dalle coperte locali, e porta enormi campanacci legati in vita. Brandisce una scopa che usa, scherzosamente ma non troppo, per allontanare i bambini e “spazzare” via l’inverno. Durante il periodo di Carnevale, è l’unica maschera che ha il permesso di girare da sola per il paese prima della sfilata ufficiale. Il volto è coperto da una maschera lignea con grandi baffi scuri e un’espressione severa. Sappada celebra ogni anno le domeniche dei Poveri, dei Contadini e dei Signori. Il Rollate sarà protagonista assoluto l’8 e il 15 febbraio 2026.

L’Orso di Jelsi (Campobasso, Molise)
Ogni anno, in occasione del Carnevale, a Jelsi, in provincia di Campobasso, si tiene U ‘Ball dell’Urz“ (La Ballata dell’Orso), un antico rito che segna il passaggio dall’inverno alla primavera e che si rifà a antichissimi riti pagani. Il significato sta nella visione contadina della morte come condizione necessaria perché la natura possa tornare alla vita. A essa si associano, poi, le attese di abbondanti raccolti. Altri, invece, ci leggono una trasfigurazione del sacrificio del capro espiatorio, che con la sua morte purga la comunità delle colpe commesse. L’Orso di Jelsi è una maschera zoomorfa, metà uomo e metà orso, interamente coperta di pelli di pecora o di capra che viene tenuto alla catena da un domatore. L’orso danza e ruggisce tra la folla, simbolo della forza bruta della natura che deve essere domata per permettere l’arrivo della primavera. Un tempo, l’Orso veniva visto anche come un oracolo: se, uscendo dalla tana vedeva la luna, l’inverno sarebbe durato altri 40 giorni. L’evento si svolge tipicamente l’ultima domenica di Carnevale (15 febbraio 2026).

Il Laché di Roccagrimalda (Alessandria, Piemonte)
Le origini del Laché (o Lacché), tra i protagonisti del Carnevale di Roccagrimalda, in provincia di Alessandria, risalgono al Medioevo, attorno al XII secolo. Questa maschera, che ha le sembianze di una figura elegante, indossa un copricapo altissimo adornato di fiori, specchi e nastri colorati, nella danza della Lachera, rappresenta il servitore che precede il corteo nuziale, ma le sue movenze sono arobatiche e quasi sciamaniche. Gli specchi sul cappello servono a riflettere il male e proteggere gli sposi. Si racconta che questa danza dissacrante rappresenterebbe l’opposizione del popolo a un tiranno che voleva esercitare sulle giovani spose lo ius primae noctis. In realtà, si tratta di un rito carnevalesco di propiziazione della fertilità, legato ad antiche tradizioni agrarie:un saluto festoso alla primavera, la rinascita della vita alla fine dell’inverno.

Il Papà del Gnocco (Verona, Veneto)
Il Papà del Gnocco è la maschera regina del Carnevale di Verona (il Bacanal del Gnoco), considerata una delle più antiche d’Europa. La sua origine risale al 1531, un anno di terribile carestia: a causa dell’innalzamento del prezzo della farina, il popolo del quartiere di San Zeno insorse per la fame. La rivolta fu placata grazie dall’intervento di alcuni cittadini abbienti, guidati secondo la tradizione dadTommaso Da Vico, che distribuirono gratuitamente pane, vino e, soprattutto, gnocchi ai popolani. Nel suo testamento, Da Vico dispose che ogni anno, nell’ultimo venerdì di Carnevale, venissero offerti gnocchi agli abitanti del rione. La figura del Papà del Gnocco incarna questo spirito di generosità e abbondanza: appare come un uomo anziano e rubicondo, con una folta barba bianca e un costume di lana ornato di pompon rossi. Il suo scettro è una grande forchetta su cui è infilzato un grosso gnocco di lana. spesso molto sentita e combattuta. Nel 2026, il momento culminante sarà il 13 febbraio, il celebre “Venerdì Gnocolar”, durante il quale il Papà del Gnocco guida la sfilata dei carri allegorici per le vie del centro, a cavallo di un mulo, distribuendo caramelle ai bambini e benedicendo la folla in un tripudio di goliardia e storia.

U Scacciuni di Cattafi (Messina, Sicilia)
La figura di U Scacciuni è il cuore delle celebrazioni del Carnevali di Cattafì, frazione di San Filippo del Mela, nel messinese. Indossa un alto cappello a forma di cono, coperto di nastri multicolori, merletti e pietre finte. La sua origine risale al 1544 quando un gruppo di valligiani, armati di vanghe, tridenti e pura rabbia, respinse i Turchi sulla mulattiera della Cuccuggiata. Da lì il nome della maschera, Scacciuni, cioè “colui che scaccia”. Il buffo costume intende sbeffeggiare il nemico sconfitto: i tessuti preziosi sono il trofeo, il lungo cono che svetta alto verso il cielo è il segno di vittoria, mentre il “nerbu di viteddu”, un frustino avvolto da nastri, è l’arma simbolica di difesa del territorio. Oggi, gli Scacciuni sono un allegro gruppo danzante che invade le strade con tamburelli e tarantelle, trasformando la rievocazione storica in un tripudio di colori.

Il Pulcinella Abruzzese di Castiglione Messer Marino (Chieti, Abruzzo)
Variante rurale della maschera napoletana, il Pulcinella di Castiglione Messer Marino, candidato a entrare nella lista dei Beni Immateriali dell’Umanità UNESCO, ha origine nel XVI secolo. Molto diverso dal cugino campano, il Pulcinella abruzzese indossa un alto cappello a cono (il cuppolone) coperto di fiori di carta e nastri. Porta un bastone decorato e una borsa di polvere (un tempo farina o cenere) che lancia sulla gente per “purificarla”. Rappresenta un simbolo di fecondità. Un tempo i giovani del paese giravano per le masserie chiedendo uova e salsicce in cambio di una danza propiziatoria. La sfilata dei Pulcinella si svolge la domenica di Carnevale (15 febbraio 2026). È un carnevale itinerante molto rumoroso e colorato.

Arlecchino (Bergamo/Venezia)
Chiude la nostra Top 10 una maschera famosissima, Arlecchino, le cui origini risalgono alla Commedia dell’Arte del XVI secolo. Le sue radici, però, sono molto più antiche: risalirebbero, infatti, alla figura del demone medievale francese Hellequin (Alichino), che si sarebbe “fuso” con lo “Zanni” bergamasco. Arlecchino rappresenta il servo povero, arguto e perennemente affamato. Il suo vestito a toppe colorate nasce proprio dalla sua indigenza, ogni pezzo, infatti, è un regalo o un avanzo di altri abiti. La maschera nera volto ricorda le sue origini infernali o, secondo altri, le macchie di fuliggine dei servi che dormivano nelle cucine. Arlecchino è visto anche come il simbolo del caos ordinato. Nonostante la provenienza lombarda, Arlecchino, così come Brighella, è considerata una maschera del Carnevale di Venezia, grazie a Carlo Goldoni, che ne consacrò la figura nella sua opera “Arlecchino, servo di due padroni”.








