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LA CINA CHE NON TI ASPETTI

Che cosa cerchiamo davvero quando partiamo? Silenzio, natura, architettura, la sorpresa di un incontro? Oppure, più semplicemente, tornare a casa guardando le cose in un altro modo? È da qui che nasce un modo diverso di progettare il viaggio: non scegliere prima la destinazione, ma capire quale viaggio una persona ha bisogno di fare. E, in un mondo in cui ogni angolo è già stato fotografato, recensito e geolocalizzato, accettare che la vera scoperta non sia un posto dove nessuno è mai stato, ma uno sguardo nuovo su un luogo che esiste già.

Per farlo serve una figura antica: il Cicerone, compagno dei giovani del Grand Tour, che non si limitava a indicare la strada ma possedeva conoscenze, relazioni, chiavi di lettura. Oggi può essere un architetto, uno chef, un musicista, uno storico: qualcuno che ti aiuta a leggere un paesaggio con i suoi occhi. È la filosofia di due marchi del gruppo torinese BluFennec. Gabbiano Livingston, con oltre trent’anni di esperienza in Africa e in Asia, costruisce itinerari su misura che uniscono eleganza ed esperienze autentiche. Baku, nato nel 2025 da un’idea del sinologo Simone Sturla, che in Cina ha vissuto quindici anni, propone invece viaggi più partecipativi, fuori dai sentieri battuti, nel segno di un turismo rigenerativo che rispetta luoghi e comunità.

Sturla racconta così il suo primo sguardo su questa Cina: a Litang, nel Tibet orientale, a quattromila metri, tra praterie, cavalli e monasteri, una donna dal volto segnato dal vento faceva girare una ruota di preghiera con una mano e con l’altra guardava video in streaming sul telefono. Ecco, per lui la Cina comincia lì: non dalla Grande Muraglia, ma da un Paese capace di contraddire ogni giorno ciò che crediamo di sapere. Vediamo allora alcune delle proposte.

Pietre che attraversano i confini

Nel sud del Guangxi, intorno a Chongzuo, le montagne carsiche emergono dalle risaie come isole verdi in un mare di campi. A Detian l’acqua le attraversa con le omonime cascate, che sul lato vietnamita prendono il nome di Ban Gioc: oltre duecento metri di fronte, sono le più grandi cascate transfrontaliere dell’Asia e le quarte al mondo dopo Iguazú, Vittoria e Niagara. Proprio qui il fiume diventa confine. Si entra in Vietnam e le montagne continuano: nella baia di Ha Long, patrimonio dell’Unesco, le risaie spariscono e intorno alle stesse torri di roccia compare il mare, mentre a Ninh Binh, dove le barche scivolano tra le grotte e i canali di Trang An, il mare si ritira e tornano i campi coltivati. Un paesaggio che cambia senza smettere di essere se stesso, a ricordarci che le frontiere sono arrivate dopo.

Lungo il Mekong

Sul grande fiume del Sud-est asiatico succede qualcosa di sottile: non esiste un punto preciso in cui la Cina finisce e comincia il Laos. Nello Yunnan meridionale, nella regione dello Xishuangbanna, il fiume si chiama ancora Lancang e scorre tra colline di tè e villaggi dell’etnia Dai, con le loro case su palafitte e i templi buddisti dai tetti spioventi. Navigando verso sud cambiano gli alfabeti, la forma dei templi, i tessuti degli abiti, i sapori del cibo, ma tutto avviene lentamente, scivolando sull’acqua. È un viaggio che ha la grazia di una dissolvenza: un tramonto, non un interruttore.

Il mare di sabbia

Poi c’è una Cina dove spariscono città, grattacieli e folle, e restano solo sabbia, vento e orizzonte. Il Taklimakan, nel cuore dello Xinjiang, è uno dei più vasti deserti di sabbia del pianeta: per secoli è stato l’ostacolo più temuto dalle carovane della Via della Seta, tra sete, tempeste e il rischio di perdere la rotta, e ancora oggi le sue oasi raccontano quel passato di mercanti e monaci. Tutt’altra atmosfera nel Badain Jaran, in Mongolia Interna, regno delle dune stazionarie più alte del mondo: la regina, Bilutu, supera i cinquecento metri dalla base alla cima. Ma la vera sorpresa arriva quando, raggiunta la cresta di una duna, invece di altra sabbia si scopre uno specchio d’acqua. Il deserto custodisce oltre cento laghi alimentati dalle falde sotterranee, molti salati per l’evaporazione, alcuni dolci, spesso circondati da una sorprendente fascia di verde. In estate è un’esplosione di colori, con il giallo delle dune e il blu dei laghi; in inverno la neve può imbiancare la sabbia e i laghi gelano, come se il Sahara fosse stato trasportato in Siberia. E con un po’ di fortuna si ascoltano le sabbie che cantano, il cupo ronzio che nasce quando il vento fa scivolare la sabbia lungo i pendii.

In carovana sulle vie del Tè

Dallo Yunnan del nord, partendo da Shangri-La, si può vivere una traversata in campo mobile, con tutto il comfort possibile, fino a un lago sacro d’alta quota. Si ripercorrono le antiche vie carovaniere del Tè, le stesse battute un secolo fa da esploratori come Joseph Rock, il botanico austro-americano che nel 1922 arrivò a Lijiang e per decenni raccontò questi altopiani e il popolo Naxi sulle pagine del National Geographic. È un esempio concreto di viaggio rigenerativo, che tiene viva la memoria dei luoghi.

Due futuro

A Shenzhen il futuro ha già una forma: droni, robotica, auto elettriche, intelligenza artificiale, in una metropoli che fino al 1980 era poco più di una costellazione di villaggi di pescatori e che oggi non smette mai di sperimentare. Qualche migliaio di chilometri più a ovest ce n’è un altro, fatto di architetti che recuperano il legno, le tecniche costruttive e i saperi locali perché un villaggio possa continuare a vivere. Metterli uno accanto all’altro è il modo migliore per capire la Cina di oggi.

Seguendo la corrente

L’ultima idea è la più audace: togliere dalla mappa ciò che vi abbiamo disegnato, cioè le frontiere, e seguire quello che c’era prima. Il Kuroshio, la Corrente Nera, che deve il nome al blu cupo delle sue acque, nasce nel mare caldo a est delle Filippine, lambisce Taiwan, sale lungo l’isola di Kyushu e percorre l’arcipelago giapponese fino a disperdersi nel Pacifico settentrionale. Ma prima ancora di essere un fenomeno oceanografico è stato una via invisibile di scambi: ideogrammi, buddismo, etica confuciana, ricette. Un’orbita intorno all’Asia, tra mari, isole e filosofie.

Per chi ha poco tempo

Infine, per chi ha pochi giorni o ama improvvisare, ci sono i long weekend nelle metropoli asiatiche, da abbinare a estensioni inattese: Shanghai con Taiwan o con le montagne di Chongzuo, Pechino con Seoul o con il deserto del Badain Jaran, Taipei con Tokyo o Okinawa, Singapore con l’Indonesia. Una sfida euforica, sulla scia di Borges che in una poesia sognava il suo Oriente di esagrammi, fiumi di sabbia e haiku.

INFO

Gabbiano Livingston: www.gabbianolivingston.com
Baku: www.baku.voyage
Gruppo BluFennec: www.blufennec.com

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