testo e foto di Paolo Pobbiati
Gerewol significa “scelta” ed è l’evento centrale della vita sociale ed affettiva dei woodabe, una etnia di pastori nomadi che si sposta tra Niger, Camerun, Chad e Centrafrica, in una quotidiana ricerca di pascoli per le loro vacche dalle lunghe corna a lira, al centro della loro economia ma anche del loro immaginario. Appartengono al gruppo etnico dei fulani, diffuso in tutta la zona del Sahel, dal Senegal al Sudan. Sebbene islamizzati rimane forte la loro radice animista.

Il Gerewol ha luogo ogni anno alla fine della stagione delle piogge, quando il clan si ferma per alcuni giorni per sfruttare i pascoli più ricchi e sottoporre il bestiame a una dieta rigenerante e rimineralizzante. Non è facile intercettarli nelle loro peregrinazioni e abbiamo dovuto modificare il tragitto originariamente programmato dirigendoci più verso sud. Nel nostro staff abbiamo una guida woodabe che, nel tragitto da N’Djamena, la capitale, ha raccolto informazioni nei mercati che si incontrano lungo la strada e dove pastori fulani e arabi e i coltivatori Peul scambiano merci e notizie, così come ogni volta che incrociavamo altri gruppi di nomadi. Siamo ospiti del clan Sudosukai, che raggruppa alcune centinaia di persone con qualche migliaio di animali tra vacche e capre. Dopo due giorni di strada dalla capitale su piste in mezzo alla boscaglia al limite della praticabilità, piantiamo il nostro campo al limite della grande radura dove la festa avrà luogo. Siamo nel sud del Chad, non lontani dal confine con il Camerun.
La cucina del villaggio
Come prima cosa ci rechiamo al loro accampamento, poco distante, per rendere omaggio al sultano del clan e ringraziarlo dell’ospitalità. L’insediamento è quanto di più spartano si possa immaginare: le loro abitazioni, rialzate da terra in modo da evitare possibili incontri con serpenti e insetti, sembrano più dei letti a baldacchino che vere case. Ma se sei costretto a spostarti quasi ogni giorno, devi contare su strutture leggere e che si possano montare e smontare velocemente. Lì davanti, le donne cucinano l’aiyash, una specie di polenta di farina di mais bianco alla base della loro alimentazione, che accompagnano con una salsa fatta con il kubere, una verdura che si trova anche da noi e si chiama okra, e con carne secca. Intorno nelle ore centrali del giorno stazionano le capre e le vacche quando non sono al pascolo, accanto ai fuochi per tenere lontani gli insetti.

Riti e danze
C’è l’albero degli anziani, sotto al quale oltre il sultano ci sono le altre persone rilevanti del clan, e quello dei giovani, dove cominciano ad affluire i ragazzi, in una tensione che è già palpabile e che è destinata a crescere nelle prossime ore. Arrivano anche i giovani di un altro clan woodabe, gli Japtoshibo, che danzeranno con loro. Entrambi dovranno esibirsi per essere scelti da un piccolo gruppo di ragazze selezionate dal sultano fra quelle ritenute in età da matrimonio, ovvero quelle che hanno avuto la prima mestruazione nell’ultimo anno. Giovani, troppo giovani per il matrimonio e soprattutto per una gravidanza, ma qui va avanti così da secoli.

Non c’è una sequenza precisa per la festa: i ragazzi ballano per tutto il giorno, prima in piccoli gruppi, anche per prepararsi e mettere a punto le tecniche di danza, sotto la guida dei più grandi e degli anziani. Poi il numero dei danzatori aumenta e l’eccitazione sale progressivamente nel corso del pomeriggio, nonostante il caldo. Si comincia in cerchio per caricarsi, poi si continua sistemandosi in linea, sotto l’occhio discreto ma attento delle ragazze. Non ci sono strumenti ma solo canti, alcuni dei quali a forma di canone a più voci e altri ritmati in maniera secca e ripetitiva. I vocalizzi iniziali lasciano spazio a canzoni più strutturate che decantano le virtù dei danzatori secondo quanto stabilito dal Pulaaku, il codice di comportamento dei woodabe rigidamente seguito da anziani e giovani, che prescrive cinque valori assoluti: il Munyal, la pazienza, il Teduggal, il rispetto per se stessi e gli altri, l’Hakiilo, l’intelligenza e la capacità di adattamento, il Beernde, il senso dell’onore e il Semteende, l’umiltà e la decenza.

Trucco e abbigliamento rituale
Il trucco facciale, curato per ore in maniera quasi maniacale, e l’abbigliamento sono studiati meticolosamente da ciascun ragazzo. Gli Japtoshibo indossano casacche chiare ricoperte da ogni genere di ninnoli colorati, e copricapi decorati con ciuffi di pelo di vacca. Sul viso hanno un trucco pesante e omogeneo per ricoprire i tatuaggi scuri che portano sul volto. I Sudosukai indossano invece una jalaba ricoperta da una stola ricamata, e i loro copricapi sono ornati da piume di struzzo. Il loro trucco è molto più elaborato e delicato, fatto da punti e linee colorate. Ma determinante è la mimica facciale: un ballerino, per sperare di essere scelto, deve saper mettere in mostra le parti chiare del volto, i denti e il bianco degli occhi. Le loro espressioni si fanno sempre di più allucinate, e dopo diverse ore non è raro che qualcuno entri in una sorta di trance. Incitati dagli anziani, il climax sale in modo impressionante e coinvolgente sino a quando, in un momento apparentemente casuale, una o più ragazze vengono presentate davanti alla fila di ballerini, pronte per la scelta.

La ragazza si avvicina con una camminata dinoccolata, che mi ricorda quella di un uccellino ferito, e oscillando il braccio destro sino ad andare a sfiorare il prescelto sul petto, per poi scappare via intimidita. Questa notte consumeranno il loro amore nella boscaglia e, se tutto andrà bene, si sposeranno. In questa edizione le ragazze hanno mostrato una certa preferenza per i ragazzi del clan ospite, e questo, sicuramente più positivo dal punto di vista dello scambio genetico, ha causato una certa delusione tra i maschi Sudosukai, espressa dopo la scelta nel terzo pomeriggio da un canto triste che sotto la direzione degli anziani del clan si è caricato però sempre di più di ritmo e di entusiasmo. Perché il sole è ancora alto e poi c’è tutta la notte per ballare. Altre ragazze sceglieranno, anche al di fuori della formalità della festa. È proprio la celebrazione dell’amore e della bellezza. La mattina dopo si leverà l’accampamento per andare a cercare un nuovo pascolo per mucche e capre.

Un mondo fragile
Il Gerewol viene celebrato in tutte le zone dove vivono i wodaabe, ma mentre in Niger, negli anni, ha visto la partecipazione di un numero crescente di turisti, anche se la presenza di gruppi jihadisti ha ultimamente reso molto pericoloso avventurarsi nel paese. In Ciad, invece, si svolge in zone remote e difficili da raggiungere, mantenendo così una genuinità che è difficile ritrovare altrove. I woodabe poi sono molto gentili ed ospitali, e questo mi ha consentito di passare molto tempo con loro anche quando non danzavano senza essere troppo invasivo.

Non so però quanto il mondo woodabe riuscirà ancora a sopravvivere. La vita per questi pastori è dura, i pascoli sono sempre più scarsi e ridotti dall’espansione dei terreni destinati all’agricoltura, che rende ogni anno più difficili le transumanze. Proprio in un’area non distante da qui tra il 2020 e il 2022 si sono verificati scontri tra contadini e pastori nomadi che hanno provocato un’ottantina di morti. I giovani cominceranno a sentire la seduzione della modernità e a considerare di sedentarizzarsi nei villaggi o nella capitale. Poco o per nulla alfabetizzati – molti non parlano nemmeno l’arabo, lingua ufficiale del Chad – e scarsamente consapevoli di ciò che esiste al di fuori della loro realtà, difficilmente avranno opportunità di integrarsi in una società che resterà loro per lo più estranea. Per le altre etnie rimarranno sempre dei bororo – straccioni – destinati allo sfruttamento e all’emarginazione. Triste destino per questi popoli sopravvissuti per millenni ma che non hanno strumenti adatti ad affrontare questo secolo.

Viaggiare in Chad
Come per altri viaggi in Chad l’organizzazione migliore in assoluto è quella di Spazi d’Avventura, un’agenzia italiana che ha qui una sua sede a N’Djamena. Ha le sue auto, i suoi autisti e le sue guide del posto, così da non dover ricorrere ad altre agenzie locali. Sono molto attenti e professionali e hanno una filosofia di viaggio molto rispettosa, supportata da una serie di contatti con le varie etnie che rende possibile questo tipo di viaggi.

INFO
A Milano il loro ufficio è in via Capranica 16 – 20131
telefono 02 70637138








