La Pasqua arriva con la primavera, la stagione dei fiori e del risveglio della natura. È bello dire, e sentirsi dire, “Buona Pasqua”. Forse perché, se ci fermiamo davvero a leggerne il significato, scopriamo che non siamo soli: siamo in compagnia del nostro futuro, dei nostri progetti.

La parola Pasqua deriva dall’antico termine ebraico pesach (oggi pesah), poi diventato pascha in latino, e significa “passare oltre”, “superare”.
È la parola che Mosè gridò agli Ebrei quando li guidò nella marcia dall’Egitto, dove erano schiavi, verso la Terra Promessa: Pesach!. Un grido di liberazione, di passaggio, di rinascita.

E allora, se oggi ci sentiamo schiavi di un destino avverso, della solitudine o dell’inquietudine di un mondo in guerra, possiamo gridarlo anche noi: Pascha!
È un modo per ricordarci che possiamo andare oltre. Che non siamo fermi. Che qualcosa ci aspetta.

Come disse Gesù, e come riprese Dante, possiamo imparare a separare il grano dalla zizzania: le parole dai fatti, lo spettacolo dalla verità, il “far vedere” dal “fare davvero”.
Forse è proprio questo il senso più profondo: non sentirci soli perché siamo già in cammino. Insieme al nostro futuro, alla nostra missione di superare, di andare oltre.

Ognuno di noi ha una Terra Promessa da raggiungere
Buona Pascha.







