In The World

Black in the world

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Testo di Vittorio Giannella

NEI “WEEKEND PREMIUM AWARD”  C’E’ ANCHE UN PREMIO  AL NEGATIVO: IL “BLACK IN THE WORLD”, VINTO  NEL 2019 DAL BRASILE DI BOLSONARO.

PER VINCERE QUELLO DEL 2020, CE LA METTONO TUTTA STATI UNITI, INDIA, AUSTRALIA…O MEGLIO I LORO IRRESPONSABILI GOVERNANTI

Ma siamo davvero alle soglie di una catastrofe? Dovremo davvero costruire una seconda Arca di Noè per perpetuare la nostra specie? E pensare che siamo già su una sorta di arca, unica, meravigliosa, chiamata Terra, che galleggia in uno spazio buio, freddo e disabitato.

Da quando è apparso, l’uomo ha dato sempre per scontato la capacità della Terra di fornirci fonti inesauribili, ma, è sotto gli occhi di tutti, in pochissimo tempo siamo già sull’orlo della catastrofe ambientale. Gli scienziati, non certo visionari, ci avevano avvertito molti anni fa della corsa irrefrenabile allo sfruttamento del pianeta, al degrado ambientale e ai rischi, ma in pochi hanno preso sul serio le loro previsioni. Solo l’11 dicembre del 1997 a Kyoto in Giappone, 180 governi firmano un Trattato internazionale che si occupa delle cause del surriscaldamento globale con l’obiettivo di far ridurre a tutti gli Stati aderenti l’emissione dei gas inquinanti. Di anno in anno, con l’ultimo accordo di Doha, capitale del Qatar, il trattato viene rinnovato e i governi di tutto il mondo ora, hanno un’occasione unica per arrivare a firmare entro marzo 2020, e poter salvare vaste aree come le foreste pluviali, gli oceani e l’Antartide.

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Desertificazione e siccità foto di Vittorio Giannella

GLI STATI UNITI di TRUMP

Maglia nera di questi accordi sono gli Stati Uniti, che il presidente miliardario Donald Trump ha sempre deriso e ridicolizzato, e per questo non ha mai ratificato il protocollo, “dimenticando” che sono responsabili da soli, del 36% delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera, record mondiale, e tra i primi consumatori di concimi chimici, mentre Cina, India e Brasile, pur avendo una crescita esponenziale non sono tenuti a ridurle, perché considerate in via di sviluppo!!! Intanto carestie, inondazioni siccità e incendi sono all’ordine del giorno, l’ONU lancia un appello : agire subito.

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Le nevi eterne del Kilimangiaro foto di Vittorio Giannella

L’AUSTRALIA di SCOTT MORRISON

Ne sanno qualcosa gli australiani nel loro “anno horribilis” con gli incendi di questi mesi assai distruttivi, e la fotografia della situazione la davano i volti dei vigili del fuoco impotenti, angosciati e tesi davanti al muro di fuoco incontenibile. Solo un attimo di tregua per la pioggia arrivata anche in modo torrenziale, a provocare danni su danni, ma l’emergenza è tutt’altro che cessata. I due enormi incendi negli Stati di Victoria e del Nuovo Galles del sud, col loro titanico fronte di fuoco hanno provocato una nube che in pochi giorni ha attraversato l’oceano andando a depositare la cenere sulle terre argentine e cilene. Questi i numeri, che non hanno fatto dormire sonni tranquilli al primo ministro australiano Scott Morrison, da sempre contrario e scettico riguardo i protocolli di Kyoto in tema ambientale: 10 milioni di ettari bruciati (equivalente di Lombardia, Liguria, Emilia Romagna e Piemonte messi insieme), 28 morti, 800 milioni di fauna preziosissima e unica, carbonizzati. Nessuno delle vittime di danni ha voluto stringere le mani al primo ministro, e noi gli diamo la targa di Black in the world. Il 18 dicembre scorso l’Australia ha vissuto il giorno più caldo della sua storia con una temperatura di 49°, e la domanda a questo punto è: il governo sempre negazionista dei cambiamenti climatici, ammetterà stavolta che in tutto questo ha avuto un ruolo importante l’aumento delle temperature a livello globale e che in questo ci sia una correlazione diretta tra l’aumento delle emissioni di CO2 dei paesi ricchi ?

BLACK IN THE WORLD 2019

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In Amazzonia, polmone verde mondiale, nel cuore del Brasile, quest’anno ha avuto a che fare con incendi di vaste proporzioni che hanno allarmato la comunità scientifica per la sopravvivenza delle specie che vivono in questo delicato ecosistema. Un colpo di grazia per 265 specie già in pericolo d’estinzione prima dei roghi, tra questi 180 animali e 85 vegetali. Il bilancio di quest’estate è il peggiore di sempre: sono andati in fumo 25 mila km quadrati di foresta, quattro volte superiore alla norma degli incendi passati, Qui, secondo gli studiosi, il surriscaldamento c’entra minimamente, mentre la causa maggiore è collegato al “taglia e bruci” una tecnica utilizzata dai grandi proprietari terrieri per creare nuovi spazi per coltivare, allevare, e ingrandire miniere. Questi ultimi, hanno beneficiato di un aiuto straordinario dalle recenti politiche del presidente brasiliano Bolsonaro, che crede in uno sviluppo del suo paese, basandosi sulla predazione delle risorse naturali: risultato? 6.833 chilometri quadrati di deforestazione nel mese di luglio, 278% in più rispetto agli anni precedenti, inquinamento delle acque in forte aumento e tra i primi produttori di CO2. L’altra targa del Black in the world va a lui, Bolsonaro, presidente del Brasile.

L’INDIA di NERENDRA MODI

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Un’immagine significativa dello smog nella città di Nuova Delhi

Altra notizia poco confortante che arriva dall’Agenzia Europea per l’Ambiente, è che l’aria delle nostre città europee non è per niente salubre, ma niente in confronto all’aria che respirano gli indiani. L’India da anni è al centro dell’attenzione per gli studi effettuati dall’Health Effects Institute che certifica al paese la concentrazione di PM2,5 disperse nell’aria più alte al mondo, e che provoca oltre un milione di morti all’anno. Le cause sono le solite: carenza di investimenti in nuove tecnologie green, pochi controlli nelle industrie, e così l’India si fregia anche del record di produzione di fertilizzanti chimici e di utilizzo di concimi chimici, oltre ad avere le acque tra le più sporche al mondo . Per il controllo dell’aria, in India ci sono solo 40 centraline.

LA CINA di XI JINPING E L’INDONESIA di JOKO WIDODO

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Nella classifica di paesi inquinanti entra con prepotenza la Cina, la nazione con le acque più inquinate del pianeta, causa di milioni di morti all’anno per malattie, ma è un fatto ben noto che in questo paese la natura, l’ambiente e la salute perdono sempre inevitabilmente, davanti agli interessi del governo verso gli imprenditori privati. Menzione speciale anche per l’Indonesia che ce la sta mettendo tutta per radere al suolo le sue meravigliose foreste, ricche di un’ecosistema prezioso, al posto di geometrici e asettici campi di palme da olio.

LE ISOLE IN PERICOLO: LE KIRIBATI di ANOTE TONG

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Intanto chi comincia a pagare il conto del cambiamento climatico sono le piccole isole sparpagliate negli oceani, come le isole Kiribati, basse a livello del mare, che cominciano a combattere contro l’innalzamento delle acque, dovuto allo sciogliersi dei ghiacci polari. Centomila abitanti con in testa il loro presidente ambientalista Anote Tong, stanno portando all’attenzione della comunità internazionale il problema prima che vengano inghiottiti dal mare.

INFO:

Rispetto al precedente rapporto del 2001, dicono i 2500 scienziati che studiano il Climate Change su incarico dell’ONU, la situazione del pianeta è cambiata: in peggio, con i segnali del surriscaldamento globale, già evidenti, anzi stanno subendo un’accelerazione rispetto a quello che ci si aspettava, con centinaia di milioni di persone entro il 2080 colpite da carestie, guerre che provocheranno migrazioni di massa, e come sempre, a pagare per primi a causa degli interessi dei paesi ricchi, saranno le popolazioni povere africane.