A cura di Raffaele d’Argenzio
Vedi Napoli e poi torna

Raccontare Napoli è talmente facile da sembrare quasi inutile, tutti la conoscono e tutti significa tutto il mondo, ma quasi sempre ci si ferma ai grandi personaggi, al Vesuvio, al gusto, al mare, alla grande bellezza, e anche alle cose negative come la camorra e la furbizia. Le cose belle sono innumerevoli e superconosciute, ma noi volevamo di più. Stavolta noi siamo andati a cercare l’anima di Napoli, o meglio del suo popolo. Un’anima a cui piace dire sì ma che sa dire soprattutto NO importanti. Ma non era facile iniziare questo percorso, avevamo bisogno d’aiuto, di una sorta di Virgilio che ci guidasse. E lo abbiamo trovato in un prezioso Renato De Cesare, del DMO
napoletano (Destination Management Organization), che ha risposto alle nostre domande sui primi punti della nostra ricerca.

Il popolo mai succube che ha “conquistato” i suoi dominatori
La nostra ricerca sull’Anima di Napoli forse può cominciare dalla sua storia di popolo continuamente invaso…
La storia di Napoli non è la storia di un popolo sottomesso, ma di una straordinaria capacità di assimilazione. Greci, Romani, Normanni, Angioini, Aragonesi, Spagnoli, Francesi: tutti sono passati di qui con l’intento di dominare, ma alla fine sono stati “napoletanizzati”. Il popolo ha sempre preso il meglio da ogni cultura (basti pensare all’influenza francese e spagnola nella nostra lingua o nella gastronomia, come il ragù o il gattò), rielaborandolo in qualcosa di unico. Inoltre, i napoletani hanno sempre mostrato un’insofferenza viscerale verso i soprusi assolutistici: dalle rivolte di Masaniello nel 1647, fino alle celebri Quattro Giornate del 1943, quando Napoli fu la prima grande città europea a liberarsi da sola dai nazifascisti.
L’identità del popolo napoletano oggi
Ma oggi non ci sono più invasori, qual è la sua identità?
Oggi l’identità napoletana risiede in un sincretismo unico al mondo: la convivenza costante tra sacro e profano, tra tragedia e commedia, tra vita e morte. È identitaria la “teatralità” spontanea della vita quotidiana, così come la straordinaria resilienza (spesso banalizzata come arte di arrangiarsi, ma che è in realtà una profonda intelligenza emotiva e creativa). È identitario il senso di comunità e il legame con la propria terra e con le proprie tradizioni anche familiari.
Il tesoro di San Gennaro: un contratto unico al mondo
Una delle tradizioni più importanti è la devozione a San Gennaro, con cui è vero che il popolo napoletano ha una sorta di contratto che va oltre la Chiesa?
Il Tesoro di San Gennaro vanta un unicum giuridico e storico: non appartiene alla Chiesa, ma esclusivamente al popolo napoletano. Tutto nasce in un periodo drammatico, il 1527, tra guerre, eruzioni e un’imminente epidemia di peste. Il 13 gennaio 1527 i napoletani stipularono un vero e proprio contratto notarile (un accordo sinallagmatico) con il Santo: la cittadinanza chiedeva protezione dalle sciagure e in cambio prometteva l’edificazione di una magnifica cappella e la custodia del suo tesoro. A firmare furono i rappresentanti dei “Sedili” di Napoli (i quartieri) costituendo la Deputazione della Reale Cappella del Tesoro, un ente rigorosamente laico che ancora oggi, a distanza di secoli, amministra e custodisce il Tesoro per conto dei napoletani. Da quel momento il tesoro è cresciuto grazie a donazioni inestimabili di papi, re europei e persone comuni.

Napoli, che non accettò mai l’inquisizione e continuò a stampare libri “proibiti” e a far circolare le nuove idee
Un altro esempio in cui il popolo napoletano è riuscito a far valere le proprie scelte?
Un esempio dell’indomabilità napoletana si ebbe nel Cinquecento. I viceré spagnoli, in particolare Don Pedro di Toledo nel 1547 (e prima ancora nel 1510), tentarono di introdurre a Napoli l’Inquisizione all’uso di Spagna”, celebre per la sua spietatezza. Il popolo napoletano insorse con una rivolta feroce che costrinse l’Imperatore Carlo V a fare un passo indietro: a Napoli l’Inquisizione Spagnola non fu mai istituita.
Rimase una forma legata all’Inquisizione Romana e vescovile, ma i napoletani seppero depotenziare anche questa. Vi chiederete: come fu possibile che a Napoli, in piena Controriforma, si continuassero a stampare, vendere e leggere testi filosofici e scientifici inseriti nell’Indice dei Libri Proibiti? La risposta sta in una fiera tradizione giuridica, chiamata Giurisdizionalismo, e nello strumento dell’Exequatur (o Regio Assenso). In sintesi, nessuna bolla papale, scomunica o decreto di censura poteva avere valore di legge nel Regno di Napoli senza l’esplicita autorizzazione del potere civile. Viceré, magistrati e intellettuali si allearono spesso per difendere l’autonomia dello Stato dalle ingerenze di Roma. I librai del centro storico stampavano testi eterodossi usando frontespizi falsi, date alterate o luoghi di stampa fittizi, contando sulla tacita tolleranza (o sulla palese protezione) delle autorità civili. Questo formidabile scudo permise alle idee di circolare, ponendo le basi per rendere Napoli una delle grandi capitali europee della scienza e poi dell’Illuminismo.

Il cimitero delle Fontanelle per le “anime pezzentelle”
Ma è un popolo che sa anche offrire sepoltura ai più poveri e affetto alle loroanime, un esempio è nel cimitero delle Fontanelle, appena riaperto?
Situato nel cuore del Rione Sanità, questo luogo magico è un’antica cava di tufo (le cui dimensioni superano i 30.000 metri cubi) usata per secoli per estrarre il materiale con cui è stata costruita la città. Divenne un ossario per accogliere i cadaveri delle grandi epidemie, su tutte la peste del 1656 e il colera del 1836, raccogliendo i resti dei più poveri (da qui “pezzentelle”, dal latino petere, chiedere l’elemosina). Il cimitero assunse la forma attuale nel 1872 grazie a Don Gaetano Barbati, che ordinò le decine di migliaia di ossa. Qui nacque il particolarissimo culto della capuzzella (il teschio): ogni napoletano “adottava” un teschio anonimo, lo puliva, lo accudiva in una teca e pregava per alleviare le pene dell’anima in Purgatorio. In cambio di questo affetto, l’anima (che faceva da ponte tra il mondo dei vivi e quello dei morti) offriva protezione o svelava in sogno i numeri vincenti del lotto. Il culto era così radicato che nel 1969 la Chiesa lo proibì ufficialmente, considerandolo feticismo pagano.








